Nella Terra di Tolkien

Nella Terra di Tolkien

Un raffronto tra Il Signore degli Anelli di Tolkien e quello cinematografico, adattato per lo schermo da Peter Jackson.

Questo libro riguarda principalmente gli hobbit, e dalle sue pagine il lettore imparerà molto sul loro carattere e un po’ della loro storia; ulteriori informazioni potranno trovarsi nel Libro Rosso dei Confini Occidentali, già pubblicato col titolo Lo Hobbit . Questa storia è tratta dai più antichi capitoli del Libro Rosso , scritti da Bilbo in persona, il primo Hobbit divenuto famoso nel resto del mondo, e da lui intitolati Andata e Ritorno poiché narravano il suo viaggio verso l’Est e il ritorno a casa. Fu questa un’avventura che avrebbe più tardi coinvolto gli Hobbit nei grandi avvenimenti di un’Era di cui parleremo. [1]

Inizia così Il Signore degli Anelli, saga letteraria in tre parti portata a termine tra il 1953 e il 1954 da John Ronald Reuel Tolkien. A distanza di quasi sessant’anni dalla sua pubblicazione, è impossibile non riconoscere al capolavoro tolkeniano il merito di aver marcato in maniera indelebile i confini del genere fantasy, sottolineandone i concetti base, dettando ritmi, timbriche e melodie. La quasi totalità delle opere intenzionate a iscriversi nel genere ha infatti guardato a Tolkien e al suo opus magnus come al classico esempio da seguire: è stato così per il Ciclo di Earthsea di Ursula K. Le Guin [2], per l’epopea di Shannara raccontata da Terry Brooks, per il Ciclo di Avalon di Marion Zimmer Bradley. Una tendenza, questa, confermata anche in tempi assai più recenti dalla splendida trilogia di Philip Pullman Queste oscure materie [3] e, soprattutto, dai sette romanzi incentrati sul personaggio di Harry Potter a opera di J.K. Rowling. È interessante focalizzare l’attenzione sul fatto che per la stragrande maggioranza dei succitati romanzieri il riferimento d’obbligo fosse proprio Il Signore degli Anelli o, al massimo, Lo Hobbit, visto che buona parte del materiale di Tolkien pubblicato nel corso degli anni ha visto la luce dell’uscita editoriale solo dopo la morte dello studioso anglosassone. [4]

Un destino in fin dei conti simile lo condivide con la trilogia letteraria l’adattamento per il grande schermo griffato Peter Jackson. Un progetto a dir poco monumentale, di cui si iniziò a parlare nel 1996, a ridosso dell’uscita in sala di The Frightners, il film che segnava di fatto l’ingresso di Jackson nel tempio di Hollywood. Fu da subito evidente, almeno a coloro che avevano una certa dimestichezza con il cinema di Jackson, come il regista neozelandese rappresentasse la scelta più logica, la più indicata per affrontare un ostacolo come quello rappresentato dal romanzo di Tolkien. Per quanto in gran parte più rapportabili a stilemi propri del genere horror, quando non apertamente debitori delle estremizzazioni scopiche dello splatter [5], i film portati a termine da Jackson prima dello scontro con il monolite tolkeniano fanno intravvedere in controluce un’epica vagamente schizzata di ironia, quando non adagiata sulle cadenze proprie della goliardia, ma decisamente non incline a snaturarsi definitivamente. Dall’inizio delle riprese di Bad Taste al montaggio definitivo di The Frightners, in un arco temporale che copre poco più di un decennio, il regista di Forgotten Silver dimostra senz’ombra di dubbio di procedere su un percorso che non rinuncia mai definitivamente al fulgore dell’epos classico: è così nei baccanali prossimi al grand guignol (l’escalation finale che accompagna il sabba di smembramenti e scissioni corporee di Braindead) come nella cupa digressione matricida di Creature del cielo. Per quanto Jackson non avesse ancora mai avuto a disposizione un budget sfarzoso come quello approntato per la produzione della trilogia, gli spettatori attenti alle evoluzioni del suo cinema non potevano aver dubbi di sorta su quale sarebbe stato il risultato finale. Perplessità che, come si vedrà, non mancavano invece tra gli esegeti dell’arte letteraria di John Ronald Reuel Tolkien. Perché, come ogni passaggio dalla carta stampata alla pellicola impressa che si rispetti, è nell’adattamento che si annidano i veri nemici…

Spesso e volentieri nell’affrontare da un punto di vista critico la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli si finisce per sottostimare alcuni aspetti insiti in un’operazione di questo stampo e che al contrario ne sottolineano con forza il grado di coraggio – o di follia, ça va sans dire. Non si tratta qui di puntare l’accento su questa o quella lettura critica, e non si sta neanche disquisendo della qualità intrinseca del lavoro di Peter Jackson e del suo entourage: il fatto è che per adattare per il grande schermo un romanzo come quello di Tolkien è necessaria una dose di coraggio tutt’altro che indifferente. Questo per una serie di motivi, tutti egualmente validi: Il Signore degli Anelli ha alimentato nel corso dei decenni un vero e proprio culto tra gli appassionati; la messa in scena avrebbe dovuto inevitabilmente fare i conti con la precisione e l’incredibile ricerca del dettaglio riscontrabile nel romanzo; su eventuali inesattezze e deviazioni dal percorso era pronta a intervenire l’Associazione Tolkeniana Internazionale [6]. Insomma, cercare di ridurre per il cinema le avventure di Frodo e dei suoi compagni non è questione su cui val la pena di minimizzare, come senza dubbio avrà scoperto sulla propria pelle Ralph Bakshi nel 1979, all’epoca della sua versione animata della vicenda [7]; un progetto destinato ad arenarsi prima della sua conclusione eppure decisamente da riscoprire, anche per l’utilizzo non banale del rotoscope. A ben guardare il termine che forse meglio di altri inquadra in pieno il tutto è traduzione. Specifichiamo da subito come Jackson operi una rilettura della trilogia alquanto fedele alla scrittura tolkeniana, pur con i dovuti e probabilmente inevitabili distinguo. Dopotutto fu lo stesso Tolkien, nel suo saggio del 1940 Tradurre Beowulf [8], a dettare i punti essenziali per non incorrere in una traduzione fallace. A citare i vari punti affrontati da Tolkien è Gianfranco de Turris:

1) Poiché “in una traduzione non è possibile rendere sempre con lo stesso termine moderno una stessa parola ricorrente nell’originale”, allora è necessario “offrire un’armoniosa selezione di parole inglesi moderne”;
2) di conseguenza “nessuna traduzione dovrebbe essere eseguita pedissequamente”, sia nei dettagli sia come “principio generale”;
3) è bene anche stare attenti a “l’uso di termini colloquiali e la falsa modernità”, e viceversa non bisogna nemmeno usare parole antiche solo perché tali “se nei nostri tempi sono decadute dall’uso letterario”. [9]

Ecco dunque un punto di partenza piuttosto interessante per entrare nel dettaglio dell’operazione cinematografica approntata da Peter Jackson; prendendo come spunto le stesse parole di Tolkien, è infatti possibile comprendere fin da subito come buona parte delle critiche (a nostro avviso pressoché sempre ingiustificate) mosse a Jackson siano in realtà state frutto di una sorta di pregiudizio. Pregiudizio doppio, verrebbe da aggiungere: da un lato si è storto lo sguardo dei fedeli seguaci dell’opera letteraria del medievalista inglese di nascita sudafricana, dall’altro non è mancato il rimbrotto di chi ghettizza il fantasy in quanto tale [10]. Ma ragioniamo punto per punto.

“In una traduzione non è possibile rendere sempre con lo stesso termine moderno una stessa parola ricorrente nell’originale” allora è necessario “offrire un’armoniosa selezione di parole inglesi moderne”.

Qui il discorso si può facilmente allargare non solo alla mancanza di relazione diretta tra le due epoche (quella di pubblicazione del romanzo e quella di distribuzione del film) ma anche e soprattutto allo slittamento di senso estetico derivato dal fatto che si sta parlando di due branche dell’arte differenti. Pretendere dalla messa in scena di Jackson un calco “visivo” della pagina scritta aprirebbe il fianco a una discussione viziata fin dalle sue fondamenta, perché l’azione del regista è, ed è sempre stata, quella di una (ri)creazione dell’immaginario. In questo tra l’altro il cineasta neozelandese dimostra, soprattutto ne La compagnia dell’anello, un’abnegazione ai limiti del paradosso. Si prenda la lunga sequenza della festa per il centoundicesimo compleanno di Bilbo Baggins che apre il primo film, e si cerchi un confronto diretto con il romanzo: risulterà evidente anche al più acerrimo dei detrattori come Jackson cerchi in ogni modo di non distaccarsi mai da quanto vergato di proprio pugno da Tolkien. Nel posare gli occhi sul discorso di addio di Bilbo, si ha la percezione di una vera e propria visualizzazione della pagina; accusare dunque Jackson di non aver dimostrato il giusto rispetto alla fonte di ispirazione è quantomai azzardato. Laddove i tre film si prendono delle libertà – deriva inevitabile proprio per quanto accennato poc’anzi riguardo le differenze di fondo tra le due arti – non è nello snaturamento del potenziale filosofico, e nemmeno nello sviluppo drammaturgico in sé e per sé: è certamente vero che i tre film “accelerino” rispetto alla magniloquenza spazio-temporale della trilogia letteraria, con le vicende che si sviluppano nell’arco di qualche mese laddove nel libro intercorrono ben diciassette anni tra la partenza di Bilbo dalla Contea e lo svelamento dell’Unico Anello di fronte agli occhi increduli di Frodo, ma si tratta di un escamotage doveroso per quel che concerne un’opera cinematografica [11]. E, tra l’altro, Jackson rinuncia quasi totalmente a una semplificazione del linguaggio che favorisca l’approccio alla materia da parte dei neofiti: in molti all’epoca lanciarono strali contro determinate “frivolezze moderne” riscontrate all’interno dei tre film, in cui il linguaggio si fa (sporadicamente, c’è da sottolinearlo) meno aulico e meno propenso alla dialettica, ma la storia del cinema recente, con il successo planetario della trilogia che ha aperto il campo a un numero non indifferente di operazioni produttive interessate al fantasy [12] ha rimarcato invece l’assoluto rigore della sceneggiatura firmata da Peter Jackson insieme a Fran Walsh e Philippa Boyens. A fronte di una pletora di film che disdegnano fin dalla fase di pre-produzione il “rispetto” nei confronti del mood caratterizzante la fonte d’origine, la trilogia de Il Signore degli Anelli si contraddistingue per la capacità, coinvolgente, di lavorare sull’apparato epico senza svilirlo a favore della prammatica contemporanea.

“Nessuna traduzione dovrebbe essere eseguita pedissequamente”

Si è fatto riferimento, poc’anzi, alla minuziosa ricerca del dettaglio riscontrabile nella prima parte de La compagnia dell’anello; Peter Jackson ha indubbiamente temuto di deragliare in maniera eccessiva dal testo originale e ha dunque peccato di calco, indugiando forse in maniera eccessiva sull’obbligo di restituzione di un immaginario consolidato nel corso dei decenni e divenuto, con sempre maggior forza, qualcosa di meno di un vero e proprio culto. Ciononostante nel resto della trilogia il registro muta sensibilmente: al di là di casi sporadici e ben definiti, non si ha mai l’impressione di avere a che fare con una mera accettazione di un ruolo subordinato a cospetto di un monolite della letteratura mondiale del Novecento. Tutt’altro, Jackson mette in scena la Terra di Mezzo e gli avvenimenti che la sconvolgono senza snaturare l’ideale tolkeniano ma al tempo stesso senza rinunciare nemmeno per un momento alla propria poetica autoriale: e non solo perché sfrutta l’occasione di lavorare su un materiale così “storicizzato” per metterlo a confronto sia con la propria storia personale che con quella del cinema [13], ma perché coraggiosamente arriva a dare una propria interpretazione del corpus narrativo di cui si compone Il Signore degli Anelli, non necessariamente così ancorata a quella di Tolkien. Si potrà anche discutere a lungo su questo, ma la lettura del Potere da parte di Jackson ha tratti che la distinguono da quella del romanziere anglosassone: una lettura più materiale, meno legata alla necessità dell’eucarestia di cui parla Tolkien nel fondamentale saggio Sulla fiaba [14], e nella quale il Potere viene inteso nella sua accezione di puro e crudele Possesso. Questa chiave interpretativa, già avvertibile nei primi due capitoli, deflagra in maniera definitiva ne Il ritorno del re, dove in effetti i nodi devono necessariamente venire al pettine: e se l’incipit aveva messo in mostra la deferenza (doverosa) di Jackson nei confronti dell’opera di Tolkien, la sua conclusione segnala in maniera realmente inequivocabile la personalità cinematografica del regista. Il Signore degli Anelli versione 2001-2003 non è solo uno straordinario esempio di cinema d’intrattenimento, stupefacente macchina dell’immaginario in grado di carpire gli occhi degli spettatori e assoggettarli al proprio volere, ma è anche un affascinante e tutt’altro che banale viaggio nelle vicende umane, tra l’elogio dell’amicizia e dell’eroismo – valori letti nella loro carica tragica, rinunciando alla facile scappatoia del manicheismo – e l’indagine sulla bramosia. Come sempre nel cinema di Peter Jackson, l’apparenza rischia di ingannare.

“È bene prestare attenzione all’uso di termini colloquiali e alla falsa modernità”

Ed ecco, forse, l’unica piccola pecca in cui di quando in quando cade il cineasta neozelandese nella messa in scena dell’universo fantastico creato dalla penna di Tolkien. In tutti e tre i capitoli di questa esaltante avventura cinematografica, è possibile notare lievi slabbrature, leggeri ammiccamenti al pubblico di bocca buona: elementi che, loro sì, segnano una seppur minima spaccatura tra l’origine letteraria e la sua trasposizione cinematografica. È interessante notare come i “tradimenti” più evidenti (ed evitabili) riguardino essenzialmente due personaggi: l’elfo silvano Legolas e il nano Gimli. In entrambi i casi Jackson ha scelto di focalizzare l’attenzone dello spettatore su caratteristiche che in realtà è impossibile riscontrare nelle pagine di Tolkien: Legolas diventa una sorta di invincibile combattente e sembra essenzialmente dimentico delle virtù poetiche e della nostalgia proprie della sua gente, mentre si approfitta di Gimli per creare situazioni ai limiti del grottesco. La trasformazione di Gimli da austero e orgoglioso (nei libri) a sbruffone e fumantino (nei film) produce uno slittamento di senso francamente del tutto fuori posto: e così, se appare fin troppo esibita la goffaggine di quest’ultimo nel cavalcare – si veda la sequenza tra i Rohimmir ne Le due torri – ancor meno giustificazioni trovano le esagerazioni di cui è protagonista Legolas, capace ne Le due torri di approfittare di uno scudo per scivolare lungo le mura del fosso di Helm (bersagliando di frecce i nemici) e ne Il ritorno del re di abbattere da solo un’intera guarnigione durante la battaglia dei campi del Pelennor, con tanto di discesa in puro stile skateboard sulla proboscide di un olifante. Anche se forse l’unica modifica al testo originale davvero grave è quella che vede per protagonista Aragorn e il messaggero di Mordor di fronte al Cancello Nero: quella testa mozzata grida vendetta, perché si scontra con l’intera epica cavalleresca del romanzo.
Nel quale, non a caso, si legge a tal proposito: “Allora il Messaggero di Mordor non rise più. Per lo stupore e il furore il suo viso si contorse, rassomigliando a quello di un animale selvaggio che, accoccolato sulla sua preda, viene colpito sul muso da un nodoso bastone. Egli si riempì di rabbia e la sua bocca cominciò a sbavare, mentre informi suoni gutturali uscivano dalla sua gola. Ma guardando i volti spietati dei Capitani e i loro occhi micidiali, la paura sopraffece il suo furore e con un grande urlo balzò a cavallo e galoppò selvaggiamente verso Cirith Gorgor seguito dalla sua compagnia.” [15] Una sequenza del genere non avrebbe forse soddisfatto le brame di sangue di parte del pubblico, ma avrebbe senza dubbio dimostrato maggior coerenza, soprattutto quando Gandalf in altra circostanza espone la sua celeberrima etica “molti che sono vivi meritano la morte, e molti che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di rendergliela? E allora non essere così pronto a dispensare la morte nei tuoi giudizi”.
Ma nonostante questi nei, l’operazione portata a termine da Peter Jackson ha un ché di miracoloso. Mai è stata vista una trasposizione cinematografica così conscia dei propri obblighi e allo stesso tempo altrettanto in grado di non snaturare la fonte originale; e l’impressione è che non se ne vedrà un’altra. Forse solo con The Hobbit. Forse…

Note
1. J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, traduzione di Vicky Alliata di Villafranca, Rusconi Libri, Milano, 1993.
2. Da cui è stato tratto il solitamente sottostimato I racconti di Terramare del figlio d’arte Goro Miyazaki.
3. Composta da La bussola d’oro, La lama sottile e Il cannocchiale d’ambra. Solo il primo capitolo gratificato da una pur mediocre trasposizione cinematografica, a firma Chris Weitz.
4. La ricca bibliografia tolkeniana che oggi abbiamo a disposizione la si deve quasi esclusivamente a Christopher Tolkien, figlio e ufficiale testamentario del grande letterato britannico. Dal 1977, anno in cui fu pubblicato l’essenziale Il Silmarillion (forse il vero e proprio capolavoro di Tolkien), a oggi sono riusciti a trovare una pubblicazione Racconti incompiuti, Racconti perduti, Racconti ritrovati, I figli di Húrin, La leggenda di Sigurd e Gudrún, Sir Gawain e il cavaliere verde.
5. Nello specifico la trilogia composta da Bad Taste, Meet the Feebles e Splatters – Gli schizzacervelli.
6. Il nome dell’Associazione torna in tutti e tre i titoli di coda dei film, a dimostrazione sia della forza della Società che della lungimiranza in fase di organizzazione della casa di produzione.
7. Al di là del ben più che interessante, per quanto incompiuto, film di Bakshi, esiste un’altra versione animata del romanzo di Tolkien. Un prodotto della televisione britannica sul quale preferiamo glissare gentilmente.
8. Di questo saggio non esiste una traduzione italiana.
9. Gianfranco de Turris, Postfazione all’edizione italiana de La leggenda di Sigurd & Gudrún, a cura di Christopher Tolkien. Bompiani, Milano, 2009.
10. Sulle difficoltà di parte della critica italiana a comprendere la reale profondità del fantasy, sia esso letterario o cinematografico, sarebbe interessante aprire un capitolo a parte. Basti riflettere a tal proposito sulla dimostrazione di difficoltà a inquadrare con esattezza il Beowulf, vale a dire il principale testo della letteratura anglosassone arcaica, venuta tristemente alla luce al momento della (altalenante) trasposizione cinematografica firmata da Robert Zemeckis.
11. Approfittiamo di questa occasione per licenziare il discorso sui personaggi sacrificati all’interno della saga (elemento, quest’ultimo, foriero di non poche polemiche all’interno della comunità tolkeniana). Vi sono, com’è logico che sia, non pochi tagli, molti dei quali realmente dolorosi (la perdita di Tom Bombadil, senza dubbio, ma anche quelle di Ghân-buri-Ghân, di Glorfindel, dei figli di Elrond, del Gaffiere, e via discorrendo), ma è ammirevole la capacità della sceneggiatura di non far pesare determinate manchevolezze. Non comprendiamo, in tutta sincerità, la verve polemica di parte della critica sotto questo punto di vista.
12. Ben altri sono stati gli scempi compiuti nei confronti di opere letterarie, recentemente: tralasciando per un momento l’ambiguo risultato finale del già citato Beowulf di Zemeckis, è impossibile non puntare l’accento sulla sciatteria dimostrata in fase di trasposizione per opere quali Le cronache di Narnia, La bussola d’oro (primo capitolo della trilogia di Queste oscure materie e, con ogni probabilità, più fulgido esempio di letteratura fantasy contemporanea), Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Per non parlare del pessimo Alice in Wonderland di Tim Burton.
13. A tal proposito rimandiamo alla lettura della nostra interpretazione de Il ritorno del re, presente su queste pagine.
14. Edito in Italia da Rusconi.
15. J.R.R. Tolkien, Il ritorno del re, Rusconi Libri, Milano, 1993.
Info
Il trailer de Il Signore degli Anelli.

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