Happy Family

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Se la fuga in un’isola del Dodecaneso era l’unica possibilità esistenziale per sottrarsi agli orrori della Seconda Guerra Mondiale (Mediterraneo), così come il Messico tutto peyote e tequila fungeva da unico e naturale approdo a un banchiere in fuga da una Milano folle (Puerto Escondido), la stessa cosa può valere per l’Italia di oggi, dalla quale sembra naturale allontanarsi da tutte le sue tragedie quotidiane per lasciarsi cullare dai morbidi abbracci di Happy Family.

Che ci fa una famiglia felice in un film italiano?

Due famiglie incrociano i destini a causa dei figli sedicenni caparbiamente decisi a sposarsi. Un banale incidente stradale catapulta il protagonista-narratore, Ezio, al centro di questo microcosmo, nel quale i genitori possono essere saggi, ma anche più sballati dei figli, le madri nevrotiche e coraggiose, le nonne inevitabilmente svampite, le figlie bellissime e i cani cocciuti e innamorati. In poche parole, due famiglie di oggi, che sfuggono alle catalogazioni e alle etichette, in evoluzione continua, in equilibrio precario, vive, felici e confuse… [sinossi]
Mi chiamo Ezio Colazzi, ho 38 anni e non ho mai fatto niente in vita mia.
Voglio scrivere un film, meglio, un film d’autore che però incassi!
Mancherebbe l’dea ma… fa niente!

Che ci fa una famiglia felice in un film italiano? Dati i tempi piuttosto oscuri in cui il nostro paese versa, quella di Salvatores potrebbe benissimo essere interpretata come una provocazione o piuttosto come una proposta di fuga, l’ennesima della propria carriera. Il regista che ha composto sul tema persino una trilogia – Marrakech Express (1988), Turné (1989) e Mediterraneo (1991) – è sembrato presentare con questa sua ultima fatica una sorta di appendice a quei tre film con cui giunse alle vette del successo in Italia e nel mondo, culminato con l’Oscar come miglior film straniero ricevuto proprio per Mediterraneo. Ma perché Happy Family ci suggerisce una fuga? Proprio per questo suo discostarsi dalla realtà del nostro paese, realtà ingrigita e maleodorante, sordida e infestata di personaggi più o meno loschi che indossano mediocri maschere d’attore. Ed è proprio sulle maschere indossate nella società e sulla capacità, fornita dal cinema, di uscire da questo circolo vizioso che si basa l’ultima pellicola del regista napoletano di nascita ma milanese d’adozione.

Procedendo attraverso una sorta di mise en abîme, messa in piedi grazie al protagonista Ezio (un Fabio De Luigi felicemente inserito in un ruolo che pare una logica continuazione degli skeches di Love Bugs) che altri non è che uno scrittore alle prese con la sua prima sceneggiatura per il cinema, Salvatores costituisce una realtà virtuale parallela alla vita vera, solo in alcuni frangenti tangente ad essa, nella quale rifugiarsi. Ecco la fuga, dunque: un mondo in cui tutto è possibile.
Parafrasando qua e là Pirandello, soprattutto per l’impianto teatrale dell’azione [1], con innumerevoli richiami a Sei personaggi in cerca d’autore e ad altri meta-autori come Calderon de la Barca o lo stesso bardo inglese William Shakespeare (portato al cinema da Salvatores nel proprio esordio sul grande schermo, Sogno di una notte d’estate, nel 1983), il regista di Nirvana mette in scena una commedia pura come forse non ha mai fatto in tanti anni di carriera. Una commedia che può benissimo esser letta come tale, e le risate non mancano di certo, ma anche un interessante esercizio di stile (stupefacente la fotografia satura e iperrealista di Italo Petriccione: a tratti sembra d’essere in una puntata dei Simpson) con il quale Salvatores a tratti è parso anche canzonarsi un poco, prendendosi per primo in giro come in un disperato tentativo di sdrammatizzare le cose. Certo, volgere lo sguardo da un’altra parte non è che aiuti di molto a risolvere i problemi, ma è anche vero che registi militanti e opere impegnate non mancano di certo al paese. E la loro funzione, necessaria sia chiaro, è ai fatti tutta da verificare.

Del resto la coerenza con la quale Salvatores ha portato avanti il proprio percorso autoriale è sotto gli occhi di tutti: se la fuga in un’isola del Dodecaneso era l’unica possibilità esistenziale per sottrarsi agli orrori della Seconda Guerra Mondiale (Mediterraneo), così come il Messico tutto peyote e tequila fungeva da unico e naturale approdo a un banchiere in fuga da una Milano folle (Puerto Escondido), la stessa cosa può valere per l’Italia di oggi, dalla quale sembra naturale allontanarsi da tutte le sue tragedie quotidiane per lasciarsi cullare dai morbidi abbracci di una commedia, seppur surreale. O tempora o mores, diranno i puristi, forse a ragione, chissà. Ma anche Salvatores sembra aver capito che il tempo dei mitici anni Settanta è finito, così come quello della nostalgia e dei sospiri per il tempo perduto. Rimane un oggi, forse inconoscibile e sfuggente, con il quale si può interagire solo attraverso una manipolazione decisa e ferrea, anche con i personaggi come fossero dei burattini, forse per riaffermare, ridendosi di certo un poco su, che la forza creativa e artistica va comunque rispettata. Certo, non ha né avrà mai (nemmeno in un futuro avatariano, ne siamo certi) la forza per cambiare i connotati della realtà vera, però è bello sapere che sia ancora capace di farlo nella finzione. Magari per innamorarsi ancora una volta, truffautianamente, della protagonista femminile.

Note
1.
Happy Family è tratto da un libro da poco in uscita scritto da Alessandro Genovesi, che aveva già adattato il soggetto per uno spettacolo teatrale portato in scena con successo negli ultimi anni.
Info
Il trailer di Happy Family.
Happy Family sul canale Film su YouTube.
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