Housing

Con Housing Federica Di Giacomo esplora la realtà delle case popolari occupate, una realtà che a Bari ha raggiunto livelli difficili da immaginare.

Domicilio coatto

A Bari da oltre vent’anni non si assegnano case popolari e sono più di tremila le famiglie in graduatoria. Esasperate da questa situazione, alcune persone occupano le case lasciate incustodite anche solo per poche ore dai proprietari, spesso persone sole e anziane. Grazie al loro status di famiglie numerose, contano infatti sull’indulgenza delle autorità per non essere sgomberate con la forza. I padroni di casa non osano quindi più allontanarsi e sono costretti a studiare delle strategie per non perdere la loro proprietà… [sinossi]
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Al termine della visione di Housing, scintillante lungometraggio firmato da Federica Di Giacomo, la domanda che sorge spontanea è la seguente: possibile che il miglior film horror italiano del 2009 sia un documentario?
La provocazione è solo relativa, dato che lo scenario umano e sociale letteralmente stanato dalle videocamere orchestrate dalla Di Giacomo potrebbe facilmente essere considerato “impossibile” nell’Italia d’inizio millennio. Difatti chi mai potrebbe supporre l’esistenza di una realtà che vede una buona percentuale di popolazione segregata nelle proprie dimore, assillata dalla perenne minaccia che qualcuno subentri al suo posto privandola di quel diritto alla casa che è, per accezione comune, uno dei punti fermi del vivere civile? E invece alla periferia di Bari, racchiusa in un piccolo dedalo di strade dalla toponomastica grottescamente cinica (“Via della felicità”, “Via della lealtà”), vive un’area della città, edificata dallo IACP (acronimo che sta per Istituto Autonomo Case Popolari), i cui abitanti convivono con quanto appena descritto. La felice intuizione della regista spezzina è quella di aver saputo cogliere il paradossale grado di alterità di una situazione di questo tipo: non c’è dubbio che nelle mani di molti cineasti Housing avrebbe finito per “ridursi” a una mera messa in scena battagliera intrisa di doverosa critica alle istituzioni, costola di una cinematografia di denuncia che in Italia ha sovente trovato ottimi cantori.

Senza lasciare che il suo sguardo venga offuscato o che l’analisi di ciò che avviene di fronte alla videocamera finisca in modo inesorabile per addolcirsi, la Di Giacomo sceglie invece una via alternativa, cercando di raccontare dall’interno l’esistenza quotidiana di quattro personaggi, che fungono da ideale guida in un percorso di conoscenza in grado di mozzare letteralmente il fiato allo spettatore. Una donna cerca con tutte le forze di portare sotto gli occhi delle istituzioni la sua situazione, angariata dai continui “dispetti” dei vicini che cercano di spingerla ad abbandonare la casa; un’altra signora ha arrangiato un manichino con abiti maschili e parrucca per far sì che dall’esterno l’appartamento appaia sempre abitato; un uomo si è separato dalla compagna anche a causa dell’impossibilità di allontanarsi da casa per troppo tempo; un quarantenne, dopo il decesso dei genitori, cerca di trovare un proprio spazio, sognando un viaggio all’estero che appare sempre più un’utopia. Quattro esistenze che nascondono al loro interno un vero e proprio male di vivere, maschere tragiche di una commedia farsesca di cui sono inconsapevoli protagonisti: ma allo stesso tempo, simbolo di un’umanità mai doma, vitale anche nella perdita di speranza, autoironica e beffarda, tenera e derelitta, cinica e disperata.

Senza mai far sentire il peso della propria presenza, la regista riesce a incollarsi ai volti di queste quattro persone, osservando il mondo che li circonda con una partecipazione emotiva che non si confonde mai con l’accondiscendenza. La casa, forse, è solo l’ossessione necessaria per far scaturire dal potere immaginifico della messa in scena (in questo, una parte del merito va sicuramente dato alla direttrice della fotografia Clarissa Cappellani, in grado di riprendere la città di Bari sempre in modo imprevedibile, ma inaspettatamente “giusto”) l’intimità di un intero universo, popolare non solo – o almeno, non esclusivamente – per condizione sociale. La zona che viene descritta potrebbe trovarsi ovunque in Italia, perché quei palazzoni, quel tipo di edilizia è possibile rintracciarla lungo tutta la penisola, dalle grandi città del nord fino a Palermo. Housing non è solo un film teso a indagare il problema dell’assegnazione delle case popolari nel barese, è anche e soprattutto un’accurata, agghiacciante e al contempo divertente – eccolo, un altro portentoso paradosso! – riflessione sulla paura, la solitudine, la disillusione nei confronti della vita stessa. Alla luce di questo ancora più lungimirante appare la scelta di non interessarsi minimamente della controparte, ovvero di coloro che le case popolari le occupano, figure lasciate nell’ombra dalla Di Giacomo – se si eccettua l’incipit notturno – perché, inserite a forza nel contesto, avrebbero finito per creare una manichea divisione tra “buoni” e “cattivi”. Ma, per quanto si tratti del miglior horror italiano prodotto nel corso del 2009, Housing resta un documentario, e un’ipotetica contrapposizione tra bene e male avrebbe finito per inficiare la forza dell’opera, spostandone il senso in territori decisamente più paludosi.

Invece Housing si rivela come uno dei migliori saggi sull’umanità visti in circolazione negli ultimi tempi, poetico e dissacrato viaggio in un universo al contrario, alla ricerca di una sua (impossibile?) logica, avamposto di un mondo futuro in cui forse anche noi avremo paura a uscire di casa, e saremo costretti a costruirci conviventi immaginari. Oppure, come insegna il finale, andremo alla deriva per la città, dispersi ma armati ancora della nostra ironia. Ultima arma possibile contro un mondo non (più) a misura d’uomo.

Info
Una scena di Housing.
 
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