Rumore bianco

Rumore bianco

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Non semplicemente parole, azioni, racconti, luoghi, ma emozioni. Ecco cosa è racchiuso in questa splendida pellicola firmata da Alberto Fasulo, Rumore bianco, che dopo esser passata tra i festival di tutto il mondo e le sale del paese, approda infine anche in una ricca edizione per l’home video curata dalla Tucker Film e FaberFilm.

Emozioni filtrate attraverso gli occhi di una cinepresa (pesantissima, si tratta di una 16mm) che riprende pudicamente una realtà talmente quotidiana da essere, paradossalmente, quasi inconoscibile. Questo il segreto di un piccolo capolavoro che, seppur abbia varcato più di una volta i confini italiani per esser ammirato in tantissimi festival cinematografici in giro per il mondo, non ha trovato molto spazio tra i consueti premi stagionali che critica e addetti ai lavori attribuiscono durante l’anno (fatto salvo per una nomination ai Nastri d’Argento). Il perché è presto detto: Rumore bianco è un’opera talmente atipica che sembra davvero tutto fuorché italiana.

Nel suo lento incontro e svelamento con/della realtà, l’esordiente Alberto Fasulo in un colpo solo spazza via tutti i luoghi comuni e le convenzioni proprie del cinema documentaristico, rifiutandone ogni scorciatoia, ma anche di quelle del cinema narrativo (come sottolinea giustamente Nazzaro tra i commenti critici al film), nel quale il documentario creativo o poetico come quello di Fasulo si addentrano volentieri. Non c’è nulla di banale in Rumore bianco, davvero uno dei documentari italiani più interessanti degli ultimi anni che sarebbe un delitto lasciarlo scomparire tra le nebbie del tempo. Il cinema artigianale di Fasulo, camera  in spalla tra la pioggia, il freddo e il fango, il nagra utilizzato per raccogliere non tanto i suoni quanto la loro anima e tutto il campionario insomma di vecchie consuetudini cinematografiche (e nell’anno della rivoluzione di Avatar ci sembra giusto quantomeno porre l’accento su una possibile esistenza altra del cinema), è a metà tra la poesia naturalmente folle di un Herzog  e la quotidiana follia (a)normale di un Wiseman. Cinema in qualunque caso sudato, per nulla banale, laicamente radicato nei miti e nelle leggende di un territorio, quello del Nord-est italico, aspro e inaccessibile come pochi.

Logico che, come dicevamo poco sopra, una versione del film in dvd è quantomeno benemerita, soprattutto perché da al film l’occasione unica di allargare il proprio orizzonte critico verso spettatori dapprima quasi impossibilitati a scorgerlo. E per chi ha già visto il film, l’opportunità è comunque ghiotta perché la confezione, il packaging del dvd brilla assolutamente di luce propria. Tanti gli extra, buona la cura con cui sono stati effettuati i riversamenti (e ci appare più che logico il fatto che si sia perso qualcosa tra i tanti substrati, soprattutto sonori, con cui era composto il film: un film pensato, fatto e ultimato prettamente in analogico viene, per forza di cose, violentato al momento del proprio passaggio nel formato per l’home video), interessanti alcuni spunti che prendono forma da alcuni paratesti del film. Su tutti una menzione speciale va al commento-audio al film effettuato dallo stesso regista incalzato dalle domande non banali ma soprattutto dagli spunti critici di Giona A. Nazzaro (che già al Festival dei Popoli, dove il film fu presentato, ebbe modo di intavolare una proficua conversazione con Fasulo): il risultato è un viaggio nel viaggio, un metalinguistico pastiche tra confessione intima, missione poetica e politica, documentario, critica e narrazione che si sviluppa intorno all’oggetto film. Breve ma interessante il backstage, soprattutto per come riesce ad illustrare fedelmente il modus operandi del regista (significativa è una mappa piena di post-it inchiodata al muro: è come se da ogni angolo di terra, o meglio, da ogni goccia d’acqua del fiume Tagliamento potesse nascere una storia), così come le scene tagliate, di cui almeno un paio non avrebbero di certo sfigurato se fossero rimaste al loro posto.
In particolare per clima e ambientazione merita un accenno la scena chiamata La pesca di una volta, con alcune riprese notturne formalmente davvero molto interessanti, mentre un’altra (Teresa e la gallina) dimostra senz’altra ancora una volta la straordinaria pudicizia di sguardo di Fasulo, per nulla interessato allo spettacolo fine a se stesso quasi fosse continuamente concentrato verso  l’essenza delle proprie immagini. E oggigiorno, questa stessa passione, non ci sembra davvero di riscontrarla in tanti autori. Anzi.

Info
Il trailer di Rumore bianco.

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