City of Life and Death

City of Life and Death

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Lu Chuan, già regista dell’ottimo The Missing Gun, racconta in City of Life and Death, il cosiddetto “Massacro di Nanchino”, compiuto dalle truppe di occupazione giapponesi tra il 1937 e il ’38. Al FEFF 2010.

La morte a Nanchino

Gli storici cinesi parlano di 300.000 morti. Quelli di parte nipponica, ovviamente, tendono ad abbassare il tiro, contenendo la cifra tra i 100.000 e i 200.000 caduti. La contabilità del dolore, come sempre in questi casi, aggiunge un tocco straniante e perverso a episodi che hanno già nel loro DNA picchi di degenerazione totale, ed inaudita violenza. Anche in considerazione di un fatto: il cosiddetto “Massacro di Nanchino”, compiuto dalle truppe di occupazione giapponesi tra il 1937 e il ’38, avvenne secondo modalità particolarmente crudeli e raccapriccianti. Gli orrori si susseguirono colpendo indiscriminatamente militari e civili, in quella escalation di terrore diffuso che abbracciò in poco tempo tutta la città, già capitale della nazione cinese. Fucilazioni di massa. Esecuzioni programmate con metodi barbari. Teste dei nemici appese agli angoli delle strade. Donne prima stuprate e poi trucidate. Altre selezionate per intrattenere schiere di occupanti nei bordelli militari, e ridotte così a stracci. Neonati scaraventati fuori dalle finestre. Insomma, l’aneddotica a riguardo è piuttosto varia e dettagliata.

Il rischio, con un tema così delicato (e già trattato dai media cinesi, nel recente passato, senza la dovuta sensibilità), era che ne uscisse fuori l’ennesimo melodrammone propagandistico, roboante e patriottico, in cui le vicende umane fossero usate a pretesto per posticce commemorazioni. Qualcosa di simile alla rievocazione della vittoria di Mao in The Founding of a Republic di Han Sanping e Huang Jianxin, per intenderci. Fortunatamente il cineasta Lu Chuan, che con The Missing Gun (2001) aveva già compiuto un più che valido esordio nel lungometraggio, ha dimostrato di voler perseguire in The City of Life and Death una strada del tutto differente, riducendo al minimo indispensabile gli orpelli nazionalisti (abilmente compressi in alcuni dialoghi) e dando vita a una messa in scena persuasiva, possente, indubbiamente tragica. Folgorante e cupo, il bianco e nero usato magistralmente da Lu Chuan e dal direttore della fotografia Cao Yu riesce ad introdurre sin dalle prime sequenze quella cappa funerea in cui i tragici eventi verranno incastonati ad uno ad uno. Minuziosamente. Preparate benissimo sono, ad esempio, le scene degli ultimi scontri per la difesa della città. Nanchino come una Stalingrado d’oriente: scontri feroci tra le macerie, cecchini appostati in luoghi insospettabili, mezzi blindati che irrompono in strade dissestate e deserte facendo fuoco sulle residue sacche di resistenza, grappoli di civili inermi asserragliati nelle chiese, rappresaglie di sconvolgente ferocia. Praticamente, l’Inferno. E nell’accavallarsi di gironi infernali forgiati dallo spietato e fascistoide militarismo nipponico, si distinguono quelle testimonianze particolare che Lu Chuan, autore anche della sceneggiatura, intende elevare ad emblema della tragedia. Da un lato emerge la fierezza del giovane generale Lu (Liu Ye), tra gli ultimi ad arrendersi, che negli attimi precedenti lo sterminio suo e di altri soldati cerca di conservare intatta la dignità, infondendo anche quel tanto di calore umano al bambino combattente in procinto di essere giustiziato con gli altri. Altrettanto significativa la figura del tedesco John Rabe, personaggio realmente esistito che, insieme ad altri stranieri, si impegnò per salvare un numero di vite umane, che fosse il più alto possibile; e se la parabola di Rabe presenta vistose analogie con quella di Oskar Schindler, i tentativi di mediazione e il sacrificio del suo segretario sembrano conservare, specie nella scena della fucilazione, echi di Roma città aperta.

Inevitabile controcampo, il bestiario degli invasori giapponesi risulta affrescato con notevole acume, mettendo cioè insieme personaggi sadici, disumani, totalmente privi di scrupoli, e altri uomini, in realtà rari, che nel corso dell’occupazione sembrano acquisire consapevolezza dell’orrore che va compiendosi sotto i loro occhi, fino a esprimere più o meno velate forme di dissenso nei confronti di un simile abominio; tale è il caso del protagonista Kadokawa, soldato che vorrebbe limitarsi a combattere ma che finisce coinvolto, suo malgrado, nella brutale mattanza di civili inermi e prigionieri di guerra. Il sovrapporsi dei diversi punti di vista, intrisi di una umanità variabile a seconda dei singoli casi, è tra i segreti di un film girato meravigliosamente bene (carrellate da brivido e primi piani di rara intensità si susseguono senza sosta), che all’accuratezza della ricostruzione storica giustappone pochi, ma significativi, interventi dall’effetto straniante. Su tutti la lunga e conturbante sequenza in cui i militari giapponesi si esibiscono per le vie di una città, Nanchino, resa sempre più spettrale dalla loro presenza, sfoggiando la loro boria di conquistatori con una cerimonia celebrativa, nella quale le percussioni tradizionali rimbombano fino ad assordare gli animi.

Info
La scheda di City of Life and Death sul sito del Far East 2010.
Il trailer di City of Life and Death.
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