La nostra vita
di Daniele Luchetti
Ritratto sfocato e non troppo pungente della nostra (mala) società, La nostra vita vive e respira solo nella vita e nel respiro del suo protagonista: un debordante Elio Germano.
Ditta di costruzioni Rulli & Petraglia
Claudio è un operaio edile di trent’anni che lavora in uno dei tanti cantieri della periferia romana. E’ sposato, ha due figli, ed è in attesa del terzo. Il rapporto con sua moglie Elena è fatto di grande complicità, vitalità, sensualità. All’improvviso, però, questa esistenza felice viene sconvolta: Elena muore e Claudio non è preparato a vivere da solo. Rimuove il dolore e sposta il suo lutto nella direzione sbagliata: pensa solo a sfidare il destino, e a dare ai figli e a se stesso quello che non hanno avuto finora: il benessere, i soldi, i capricci, le vacanze, in una parola le “cose”. Per risarcire la sua famiglia, si caccia in un affare più grosso di lui… [sinossi]
Nell’approcciarsi a La nostra vita, unico titolo italiano accolto nel concorso del Festival di Cannes numero sessantatré (ma, almeno a sentire i rumors della Croisette, assai meno apprezzato in terra francese dei compatrioti Draquila – L’Italia che trema di Sabina Guzzanti e Le quattro volte di Michelangelo Frammartino), è impossibile non aprire il fianco a una riflessione sul ruolo svolto da Stefano Rulli e Sandro Petraglia nelle evoluzioni del cinema tricolore nel corso degli ultimi trent’anni. La coppia di sceneggiatori, che collabora stabilmente fin dai tempi del basagliano esperimento collettivo Matti da slegare [1], ha scavato con caparbietà un solco che attraversa l’intera cinematografia nazionale, fungendo in molti casi da vera e propria spina dorsale del movimento. L’Italia raccontataci da Rulli e Petraglia è quella dei grandi romanzi popolari (l’epopea televisiva de La Piovra, curata dalla terza alla settima serie, e di Perlasca – Un eroe italiano; quella cinematografica di Romanzo criminale; quella televisiva che diventa cinematografica de La meglio gioventù), della riscoperta del cosiddetto cinema civile, dall’urlo di rabbia contro l’insabbiamento riferito ai fatti di Ustica de Il muro di gomma fino al tentativo di indagine sulla morte di uno dei massimi intellettuali venuti alla luce nel nostro paese in Pasolini, un delitto italiano.
Eppure, nonostante La nostra vita risulti a conti fatti come la quintessenza del pensiero dei suoi autori, siano essi regista o sceneggiatori, il film finisce per rimanere sospeso in un limbo indistinto, e per deludere. Il dubbio che ciò accada proprio per i motivi appena esposti non è poi un’idea così improvvisata o peregrina: la storia del giovane operaio edile Claudio racchiude al suo interno l’intero corpus politico ed emotivo sperimentato da Rulli e Petraglia nel corso degli anni, ma questo dato viene quasi da subito sbattuto in faccia allo spettatore. Nella sua tragica esposizione metaforica, la vita di Claudio viene quasi inesorabilmente strappata al suo tessuto sociale, alla sua “realtà”, e trasportata via, di modo da poter essere analizzata al microscopio: un’attenzione entomologica che cozza con la virulenta carica umorale che la pellicola vorrebbe far scaturire dal suo reticolo di relazioni umane. Ciò che in fin dei conti funzionava in Mio fratello è figlio unico, vale a dire la capacità di condensare un subbuglio politico/ideologico senza far venir meno un afflato empaticamente popolare, qui deraglia in maniera completa e incontrovertibile dai binari.
La retorica debordante, altro topos del cinema di Rulli e Petraglia (e di Luchetti), non trova nel contrappunto de La nostra vita il giusto dosaggio: così, mentre alcuni passaggi risultano perfettamente coerenti e plausibili – si veda soprattutto il bel ritratto familiare, e ancor di più la travolgente carica di complicità che sprigiona la coppia Germano/Ragonese – altri, in particolar modo quando ci si approssima dalle parti dell’universo “straniero”, convincono davvero poco. Il rapporto di Claudio con i suoi operai, e ancor di più quello che si crea con il giovane figlio del custode rumeno di cui Claudio ha occultato il cadavere, vivono un’altalena che evidenzia l’incapacità di comprenderne davvero la profondità e il senso. Se Rulli e Petraglia hanno gettato oramai uno sguardo complesso, magari retorico ma senza dubbio non superficiale, sui fatti di Casa (e Cosa) Nostra, certo non dimostrano la medesima spigliatezza quando si trovano a lavorare al di là dei confini. Ed è davvero una salvezza che a correre in aiuto della struttura narrativa sia il nutrito cast attoriale: tutti o quasi sfoderano una recitazione convincente, persino un Luca Zingaretti costretto in una mise ai limiti del ridicolo. Ma a rubare lo schermo, e l’anima dello spettatore, è ancora una volta Elio Germano, sempre più mattatore contemporaneo del nostro cinema. Qui tra urli, singulti, silenzi e risate finisce persino per debordare, esagerare, fagocitare con la sua presenza la messa in scena stessa: ma si tratta di un talento cristallino, di quelli ai quali davvero dovrebbe essere concesso il diritto di dominare i film a cui prendono parte. Perché La nostra vita, ritratto sfocato e non troppo pungente della nostra (mala) società, vive e respira solo nella vita e nel respiro del suo protagonista.
Note
1. Gli altri registi erano Silvano Agosti e Marco Bellocchio.
2. Tra queste impossibile non citare Marco Bellocchio (Il gabbiano), Gianni Amelio (Il ladro di bambini e Le chiavi di casa) e, per quel che concerne il solo Petraglia, Nanni Moretti (Bianca, La messa è finita).
Info
Il trailer di La nostra vita.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: La nostra vita
- Paese/Anno: Francia, Italia | 2010
- Regia: Daniele Luchetti
- Sceneggiatura: Daniele Luchetti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
- Fotografia: Claudio Collepiccolo
- Montaggio: Mirco Garrone
- Interpreti: Ahmed Hafiene , Alina Berzunteanu, Awa Ly, Elio Germano, Giorgio Colangeli, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Raoul Bova
- Colonna sonora: Franco Piersanti
- Produzione: Babe Film, Canal+, Cattleya, Rai Cinema
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 95'










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