La città verrà distrutta all’alba

La città verrà distrutta all’alba

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Eisner affronta di petto la materia originaria e, pur senza snaturarne l’essenza, non esita a modificarne forma e (in parte) contenuto. La costruzione d’ambiente, quella provincia statunitense polverosa che forma di fatto un vero e proprio microcosmo che tanta parte ha avuto nell’immaginario incubale statunitense, resta a dir poco certosina, ma Eisner alza il ritmo rispetto al compassato incedere de La città verrà distrutta all’alba del 1973.

Apocalisse epidemica

Gli abitanti di Ogden Marsh, una cittadina dell’Iowa, restano colpiti da un morbo che provoca morte o follia dopo che un aereo precipitato ha liberato nelle falde acquifere un’arma biologica segreta. Lo sceriffo David Dutton indaga sulla situazione mentre sua moglie e altri due cittadini del Mid West scampati all’infezione combattono per la sopravvivenza e chi ha bevuto l’acqua contaminata sprofonda nella follia. Rimanere vivi non sarà facile… [sinossi]

La città verrà distrutta all’alba, remake dell’omonimo film diretto nel 1973 da George A. Romero, inizia sulle note pacificate e acustiche di We’ll Meet Again nella versione di Johnny Cash [1]. A quanto pare la musica di Cash riscuote un notevole successo tra i fan sfegatati del cinema dell’autore de La notte dei morti viventi, perché un altro brano interpretato dal cantautore statunitense, lo splendido The Man Comes Around, accompagnava i titoli di testa di Dawn of the Dead, altalenante rifacimento di Zombi diretto da un esordiente Zack Snyder.

Al di là della curiosa coincidenza cui si è appena fatto riferimento, l’incipit de La città verrà distrutta all’alba possiede un fascino raro, almeno per quel che concerne il cinema dell’orrore degli ultimi anni: senza lasciarsi affascinare dall’ipercinesi cui il pubblico è stato progressivamente abituato e assuefatto, il giovane regista Breck Eisner (dalla sua un vasto curriculum come regista di spot pubblicitari e l’incompiuto esordio Sahara, ancora inedito in Italia) dimostra di possedere il tocco giusto per far sua un’opera senza dubbio rischiosa. In effetti, mettere le mani sul materiale originale portato in scena da Romero era operazione da affrontare con una certa dose di coraggio: pur non rappresentando una delle vette estetiche raggiunte da Romero nel corso della sua quarantennale carriera, The Crazies (questo il titolo originale di entrambe le pellicole, senza dubbio più asciutto ma non per questo meno inquietante) possiede al suo interno tutti i germi della poetica romeriana, dal disprezzo nei confronti del militarismo fino alla paranoia e all’ossessione come motori portanti della società occidentale. Tematiche di tutt’altro che facile gestione, ed è anche per questo che l’aspetto più convincente di questo remake risulta essere la regia: Eisner affronta di petto la materia originaria e, pur senza snaturarne l’essenza, non esita a modificarne forma e (in parte) contenuto. La costruzione d’ambiente, quella provincia statunitense polverosa che forma di fatto un vero e proprio microcosmo che tanta parte ha avuto nell’immaginario incubale statunitense, resta a dir poco certosina, ma Eisner alza il ritmo rispetto al compassato incedere del film del 1973. Dopotutto gli anni trascorsi tra le due pellicole hanno visto un’evoluzione continua nel genere,  e determinanti modifiche strutturali all’interno del film sono quasi obbligatorie. Nella sua gestione dello spazio e del tempo, Eisner sembra molto più a suo agio con la prima metà del film, quella in cui l’evento climatico che rappresenta il nucleo fondante della storia narrata deve venire alla luce: qui, nel mettere in scena lo stordimento dei protagonisti di fronte ad accadimenti dei quali non riescono neanche a comprendere la motivazione, c’è la possibilità di osservare una maturità stilistica non indifferente. Si prenda a paradigma di quanto appena affermato proprio la sequenza introduttiva, con l’indicente occorso durante una partita di baseball: Eisner sposa campi lunghi a primi piani dettagliati, riuscendo a creare una tensione palpabile senza mai ricorrere a espedienti pedissequi o meccanici. Man mano che la pazzia autodistruttiva prende piede all’interno della storia, con un altro paio di sequenze ad altissimo tasso ansiogeno, la mano di Eisner sembra però perdere un pizzico della sua freschezza.

Intendiamoci, la sua resta una regia senz’altro ispirata, ma con il passare dei minuti inizia a palesarsi proprio quella meccanicità cui si faceva riferimento poc’anzi: lo schema che prevede l’apparizione dei “cattivi” ogni qual volta i protagonisti della vicenda si illudono di essere oramai al sicuro viene ora seguito con un’attenzione fin troppo esagerata, finendo per assuefare lo spettatore, e inibendo di fatto qualsiasi reazione realmente terrificata. Quello che nella prima metà sembrava potersi ergere a caposaldo dell’orrore contemporaneo, filtrando il messaggio politico insito nell’originale senza snaturarlo ma allo stesso tempo sfruttandolo ai fini puramente spettacolari, si trasforma poco per volta in un elegante, solido, smaliziato esercizio di stile.

Nulla di così terribile, ma resta in bocca un vago sapore amarognolo, perché l’impressione è quella di aver assistito a uno spettacolo di gran classe, ma forse poco appassionato: e nella scelta finale, che si discosta da quella per la quale optò trentasette anni fa Romero, si nasconde una minima ma significativa accettazione dei diktat hollywoodiani, per quanto intrisa di cupa ironia. Quel che Eisner riuscirà a regalare in futuro è un mistero, per quanto pare sia stato messo al lavoro sulla nuova, tonitruante versione di Flash Gordon, prevista per il 2012. Chi vivrà ecc.ecc.

Note
1. La canzone risuona anche sui titoli di coda del bel Severance di Christopher Smith a ulteriore dimostrazione del curioso rapporto tra la musica di Cash e la cinematografia horror.
Info
Il trailer originale de La città verrà distrutta all’alba di Eisner.
Il trailer originale de La città verrà distrutta all’alba di Romero.
Il sito ufficiale de La città verrà distrutta all’alba.
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