Fair Game

Fair Game

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Fair Game è un thriller claustrofobico da cinema civile che vorrebbe rifarsi alla tradizione del cinema civile statunitense degli anni Settanta. Il confronto non gli giova, ma il film di di Doug Liman accumula in ogni caso strada facendo ritmo e tensione.

Giochi di potere

Resoconto delle gesta dell’ex agente della CIA Valerie Plame, rivelata da funzionari della Casa Bianca screditare il marito dopo aver scritto un  pezzo sul New York Times el 2003, dicendo che l’amministrazione Bush aveva manipolato l’intelligence statunitense sulle armi di distruzione di massa per giustificare l’invasione dell’Iraq… [sinossi]

La doppia vita di un agente della CIA. Una storia vera. Tratto dalle autobiografie scritte da Joseph Wilson e dalla moglie Valerie Plame Wilson Fair Game di Doug Liman è un thriller claustrofobico da cinema civile che vorrebbe rifarsi alla tradizione del cinema statunitense degli anni Settanta. Liman lavora sulle molteplici identità, sullo sfasamento di come appaiono allo sguardo dello spettatore e all’occhio dell’opinione pubblica statunitense. Solo nel finale l’immagine della protagonista, sdoppiandosi, riprende una sua unicità. Quella vera, che depone al processo. Quella interpretata da Naomi Watts. Quasi un riflesso, un’immagine speculare di figure sovrapposte che si dividono, ma solo in quell’istante.

Valerie è sposata con l’ex-ambasciatore Joe Wilson e madre di due figli  e al tempo stesso lavora top-secret per la CIA e sta conducendo un’inchiesta sulle armi di distruzione di massa in Irak. Nelle fratture spaziali, nella moltiplicazioni dei luoghi, nella densità dei fatti esposti, il cineasta sembra inizialmente quasi eccessivamente preoccupato le tracce della sceneggiatura scritta da Jez Butterworth (il regista inglese di Mojo e Birthday Girl) e da John-Henry Butterworth in cui mostra i contatti della protagonista e la graduale ma crescente estraneità agli occhi del marito. Se non ci fossero le tracce autobiografiche, si potrebbe rischiare quasi di trovarsi dalle parti di Mr. & Mrs. Smith. C’è infatti un momento in cui Naomi Watts e Sean Penn sono in ascensore che sembra duplicare/replicare quella di Angelina Jolie e Brad Pitt di quel film. Da questo si vede che il cineasta non dà l’idea, soprattutto all’inizio, di dare spessore alla vicenda di Valerie Plame.

Del resto, l’informe correttezza di genere con cui Doug Liman aveva inaugurato la saga di Jason Bourne con The Bourne Identity, è stata stravolta da Paul Greengrass nei successivi due episodi. E se si fa un parallelo, visto la presenza comune della forte traccia narrativa delle armi di distruzione di massa, si vede come tra questo Fair Game e Green Zone, Liman abbia il fiato corto rispetto a Greengrass. Quest’ultimo ha dentro una potenza visiva e insieme uno sguardo documentario. Liman è poco più che illustrativo. Nel momento però in cui l’azione cresce, il cineasta riesce comunque a esibire un solido mestiere. Merito certamente di due interpreti come la Watts e Penn (che in questo film sembra quasi replicare alcune tracce di quello di The Interpreter).

Citare Pollack e Pakula è forse ingeneroso anche perché lì c’era una fusione tra i fatti e i luoghi che ricreavano una duplicazione della realtà. Qui c’è solo un senso di progressivo soffocamento, ma non è poco. Risulta piuttosto riuscito l’isolamento progressivo della coppia. C’è un momento in cui squilla il telefono, Valerie non risponde, Joe prende la cornetta e gliela passa e lei liquida la sua amica in poche parole. Valerie cerca l’invisibilità, Joe la sovraesposizione attraverso le sue apparizioni televisive con le quali vorrebbe fronteggiare le bugie del governo statunitense. Il suo primo piano in tv contro quello di Bush. Forse è da lì che inizia la sfida. Ma Fair Game accumula anche una contagiosa tensione. Sembra esserci sembra qualcuno nell’ombra che da l’impressione di seguirli e ciò è evidente nella scena del parco. Joe e Valerie stanno litigando, i bambini stanno giocando e sono un po’ più lontani. Si ha quasi il timore che possano essere portati via, rapiti, poi non succede nulla. Ma in quella distanza, anche piccola, c’è il segno di un thriller politico vecchia scuola. E anche se non c’è continuità in tutto il film, ci si può anche accontentare.

Info
Il trailer di Fair Game.
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