Echoes of the Rainbow

Echoes of the Rainbow

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Echoes of the Rainbow di Alex Law sembra un’istantanea sbiadita eppur estremamente vitale di un mondo che non c’è più: un’opera gentile e nostalgica, ma non priva di una sua forza espressiva e di una dirompente voglia di vivere.

My Life as Big Ears

1969: il mondo è in procinto di cambiare. Ma alla famiglia del piccolo Yes, chiamato scherzosamente Big Ears dai genitori e dal fratello, arriva solo l’eco del tumulto. Con un padre che fabbrica scarpe, una madre troppo ottimista e un fratello campione di corsa a ostacoli Yes, vestendo un elmetto, si autoproclama primo astronauta cinese… [sinossi]

C’è un’annotazione di non secondario conto che è doveroso fare nell’affrontare un film come Echoes of the Rainbow, opera terza del cineasta hongkonghese Alex Law, e riguarda la presenza in scena dell’ottima attrice Sandra Ng. Nel suo vasto curriculum artistico, che comprende titoli tutt’altro che trascurabili come Peking Opera Blues di Tsui Hark e Men Suddenly in Black di Pang Ho-cheung, Ng ha avuto anche la ventura di prestare la propria voce per doppiare la madre del piccolo maialino tontolone McDull, protagonista di una fortunata serie di lungometraggi d’animazione (gli imperdibili My Life as McDull e McDull, prince de la bun, entrambi diretti da Toe Yuen, lo stanco live-action con inserti animati McDull Alumni di Leun Chun e il divertente McDull Kung Fu Kindergarten di Brian Tse). Se questo dato acquista un proprio valore peculiare è perché tra le pieghe di Echoes of the Rainbow è stato possibile rintracciare proprio il substrato nostalgico e profondamente legato alla realtà dell’ex protettorato britannico che si respira ad ampi polmoni nei quattro film dedicati a McDull.

Erano ben diciassette anni che Alex Law non si cimentava con la regia cinematografica: in questo lasso di tempo ha ulteriormente sviluppato la propria carriera come sceneggiatore, spesso lavorando a stretto contatto con la moglie Mabel Cheung (regista tra gli altri di City of Glass e Beijing Rocks, qui nelle vesti di produttrice esecutiva). Non è dunque certo un caso che Echoes of the Rainbow trovi la sua peculiarità principale proprio sotto il versante della scrittura: il punto di forza della pellicola è tutto racchiuso nella capacità di Law di ricostruire un’epoca ormai perduta di Hong Kong, da un punto di vista sociale, politico, ma anche puramente architettonico, andando a scavare nella psicologia di una famiglia del ceto medio. Al di là del mero svolgersi degli eventi, con lo sguardo del piccolo monello Big Ears che fotografa istanti di vita cristallizzandoli nel tempo, e si volge spesso e volentieri verso l’adorato fratello maggiore, Echoes of the Rainbow sembra un’istantanea sbiadita eppur estremamente vitale di un mondo che non c’è più: in questo senso, oltre al già citato fil rouge che lega l’opera di Law alle gesta di McDull, sarebbe tutt’altro che peregrino ipotizzare uno sposalizio tra il giovane protagonista del film, che se ne va allegramente in giro per le strade di Hong Kong indossando un elmetto trasparente che gli fa sognare un futuro da astronauta, e la Marianna Raschillà ammirata nel bel Cosmonauta, esordio alla regia di Susanna Nicchiarelli ambientato nella Roma della fine degli anni Cinquanta. Entrambe opere che scavano in profondità nel vissuto di una nazione senza perdere di vista l’interesse per il particolare, il dettaglio, e l’amore per la narrazione. L’affresco popolare architettato da Law, pur con delle eccessive cadute nel melodramma che prendono piede soprattutto nella seconda metà della pellicola, si segnala per una leggerezza di tocco salvifica, che colora l’impianto scenico elaborato dal cineasta hongkonghese di timbriche varie e mai banali. La scoperta del mondo che viviamo in compagnia di Big Ears racchiude in sé quella poetica dell’immaginifico e del meraviglioso che il cinema ragionato sull’infanzia non dovrebbe mai dimenticare, a questo si unisce una regia ispirata e pungente, popolare ma non per questo incline a scegliere sempre la via più facile e capace di guizzi davvero meritevoli di un encomio – si prenda la bella sequenza immediatamente seguente alla distruzione del negozio di scarpe da parte di un tifone, o quella in cui la famiglia si reca al cinema per vedere il nuovo film con Bobo Fung, eroina del cinema hongkonghese dell’epoca.


A irrobustire il tutto ci pensano poi le professionalità della già citata Sandra Ng, di un sempre eccellente Simon Yam, di Ha Ping e la verve attoriale del giovane Aarif Lee (che si vedrà in Frozen, nuovo progetto di Derek Kwok) e soprattutto del giovanissimo Buzz Chung. Echoes of the Rainbow è un prodotto di intrattenimento che non dimentica per strada uno sguardo nostalgico e dolorosamente tenero verso un mondo instabile, sempre in bilico ma che aveva la forza e la volontà di sognare un’eterna, incontrovertibile, evoluzione. Un mondo dove anche la fragilità di un arcobaleno poteva nascondere un’eco.

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