The Arrival

The Arrival

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Il cinema di Matti è irreversibilmente primitivo, lontano dall’ispirazione visiva di altri metteur en scene di cinema popolare in quel di Manila, e ancorato a una gestione dello spazio scenico a dir poco primordiale. Eppure, mentre nella gestione di generi complessi come il fantasy questa basicità risultava a dir poco penalizzante, una storia intimista e sommessa come quella raccontata in The Arrival finisce per adattarsi abbastanza comodamente all’estetica del suo autore.

La casa dei sogni

Leo ha un piacevole sogno ricorrente: una bella ragazza esce da una casa, si dirige verso di lui e lo bacia. Un giorno dal barbiere vede la fotografia della casa del sogno, con l’indirizzo scarabocchiato. Ossessionato da quell’immagine, il remissivo Leo per una volta ignora le proteste del suo principale e va in ferie. Approda a Murcia, cittadina nel lontano sud-est del paese, dove trova la casa che popola i suoi sogni. Subito dopo conosce un trafficone di nome Arnel e il suo amico Dick, che gli affitta una stanza per la notte… [sinossi]

Avevamo lasciato il cinema di Erik Matti quattro anni fa, alle prese con l’inqualificabile esperimento fantasy di Exodus: Tales from the Enchanted Kingdom, rabberciata e demente versione per famiglie (?) di un racconto eroico-fiabesco assai popolare nelle Filippine. Quattro anni in cui avevamo perso le tracce di un cineasta immaturo, eppure dal curriculum sintomatico dell’approccio produttivo in vigore dalle parti di Manila: un vero e proprio uomo di cinema, in questo senso, capace di passare dal demenziale intreccio di Gagamboy – a parte tutto, il suo lavoro più riuscito fino a The Arrival – alle orrorifiche atmosfere di Pa-Siyam, fino a soffermarsi su timbriche drammatiche, come nel caso di Prosti e Mano Po 2: My Home.

Eppure neanche un così variegato curriculum artistico avrebbe potuto suggerire la possibilità che Matti portasse a termine un’operazione come The Arrival: girato in video, come spesso accade a registi filippini quando non ricevono l’appoggio delle due o tre major che si dividono equamente le fette di mercato dell’arcipelago, The Arrival è l’intimo e delicato viaggio nella vita di un uomo qualunque. Quanto sembrano lontani i tempi in cui il cinema di Matti basava tutto il suo (scarso) appeal su eroi improbabili quanto invincibili (va aggiunto, ai già citati Gagamboy ed Exodus anche il risibile Pedro Penduko, opera seconda del cineasta dopo l’esordio Scorpio Nights 2), retaggio di un’educazione cinematografica vissuta con gli occhi fissi sulle grandi produzioni a stelle e strisce. Se si dovesse cercare di rintracciare un rappresentante del cinema statunitense cui collegare la poetica sperimentata da Matti nel corso di The Arrival, con ogni probabilità la scelta ricadrebbe su Jim Jarmusch. Con i dovuti distinguo, è infatti da quelle parti che sembra volersi collocare la nuova fase registica di Matti: dell’autore di Stranger Than Paradise, Dead Man e Broken Flowers vengono qui riprodotte le atmosfere minimali, i lunghi e significativi silenzi, le dissolvenze, i piani fissi, i dialoghi sempre pronti a partire dal banale e dal quotidiano per sfociare sull’universale. Certo, Matti è pur sempre Matti: la sua messa in scena è tutt’altro che accurata, e non solo per la scelta di un formato a dir poco castrante. Se la qualità del video rappresenta una delle problematiche irrisolvibili del film (e durante la proiezione all’interno della selezione del Far East Film Festival 12 si è incappati anche in un fastidioso fuori sincrono che che ha accompagnato il film dai titoli di testa a quelli di coda), per quanto Matti risulti uno degli sperimentatori maggiori sotto questo punto di vista in patria, dato che è stato il primo cineasta a dirigere una serie televisiva in alta definizione, meticciando arti marziali e fantasy in Rounin, a evidenziarsi è una rozzezza di fondo nella costruzione delle sequenze. Il suo è un cinema irreversibilmente primitivo, lontano dall’ispirazione visiva di altri metteur en scene di cinema popolare in quel di Manila (per semplificare la questione, la stessa Joyce Bernal è di un altro pianeta dal punto di vista immaginifico), e ancorato a una gestione dello spazio scenico a dir poco primordiale. Eppure, mentre nella gestione di generi complessi come il fantasy questa basicità risultava a dir poco penalizzante, una storia intimista e sommessa come quella raccontata in The Arrival finisce per adattarsi abbastanza comodamente all’estetica del suo autore.

La storia dell’uomo qualunque Leo, privo di qualità ma gonfio di un’umanità debordante, cui dona espressioni e movenze il convincente Dwight Gaston, segna forse il punto di arrivo – nel vero senso della parola – del cinema di Erik Matti: d’ora in poi sarebbe interessante poter vedere altre opere di questo tipo dirette dal regista nativo della provincia di Negros, per capire quanto realmente ci sia da aspettarsi dalla sua svolta artistica. Ovviamente The Arrival resta un prodotto indipendente per l’industria filippina: perché tutto ciò che esula dal roboante rumore del fracasso e cerca di lavorare in silenzio, con sguardo timido e dimesso, non può esser visto di buon occhio. Ma questa sì che non è una storia nuova, e non solo a Manila…

Info
Il scheda di The Arrival sul sito del Far East.

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