Uomini di Dio

Uomini di Dio

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Uomini di Dio è un film filosofico e carnale, fatto di silenzi con i quali si prende immediatamente confidenza, mentre il regista Xavier Beauvois allestisce una serie di scene d’alta intensità emozionale e figurativa.

Il pensiero che muove

Anni ’90: una missione di otto monaci francesi vive sulle alture del Maghreb, in Nord Africa, una pacifica quotidianità scandita dalla preghiera e dal lavoro. Tuttavia, quando un attentato terroristico sconvolge la regione, la serenità dei religiosi sarà definitivamente segnata dalla tensione che si respira nell’aria, ma anche dalla visita del capo dei terroristi, Ali Fayattia… [sinossi]

Un fatto reale, un massacro accaduto nel 1996 nel pieno delle tensioni integraliste islamiche in Algeria, è alla base di Uomini di Dio, ritorno dietro la macchina da presa del regista francese Xavier Beauvois a cinque anni di distanza da Le petit lieutenant. Ma è solo una didascalia posta alla fine del film a spiegare quel che accadde ai sette monaci francesi del monastero algerino di Tibhirine, prelevati e uccisi da un’organizzazione terroristica islamica. Un pre-testo fondamentale, certo, ma che non invade mai il testo, non lo rende dipendente da quel fatto storico, non per nulla citato dal cineasta dopo l’ultima inquadratura.

Fin da subito, Uomini di Dio fa entrare lo spettatore in un tempo che ha durate, gesti, comportamenti del tutto differenti da quelle di una qualsiasi quotidianità urbana. Quelle di un monastero, che il cinema ci ha da sempre insegnato ad amare come luogo dove imparare a respirare e a sentire con una tensione, non una rilassatezza, non riproducibile altrove. Luoghi di cinema sublimi, i monasteri. E Uomini di Dio ne è conferma perfetta. Cui si aggiunge, qui, la valenza politica di una convivenza fra cristiani e musulmani spezzata da quelle frange estremiste che in nome della religione infrangono le parole stesse del loro testo religioso di riferimento.

Uomini di Dio è un film filosofico e carnale, di silenzi – con i quali si prende immediatamente confidenza, abitati, riempiti dai canti dei monaci e dalle loro parole, una piccola congregazione dalle facce da “commedia neorealista” che non possono, in particolare il più vecchio, non rimandare ai fraticelli del Rossellini di Francesco, giullare di Dio – e di improvvise esplosioni di rumori violenti, generati dal rombo dei camion dei militari, da una ruspa, da un elicottero che, invadendo lo spazio del monastero, vorrebbe annullare, silenziare le voci dei frati riuniti nel canto. È quella una delle scene memorabili del film di Beauvois, costruita nel montaggio parallelo tra il rombo dell’elicottero e le soggettive dall’interno del veicolo e il canto dei religiosi abbracciati come in unico corpo resistente (ma non per sempre) all’aggressione di una forma esterna violenta (e l’esercito algerino lo è ancor più dei militanti integralisti). Da quel momento – ma tutto fino ad allora è stato una lenta, indelebile composizione d’inquadrature e di scene per la definizione di una dialettica filosofica e spirituale concepita spesso in una stanza alla cui parete c’è, bene inquadrata, la carta geografica del mondo – Beauvois prepara una serie di scene d’alta intensità emozionale e figurativa, ben sapendo disporre elementi sia per la rarefazione dei quadri, in assenza totale di colonna sonora, sia per una improvvisa elaborazione di una commozione irripetibile (i frati che bevono il vino seduti al tavolo, che ridono, piangono, con la macchina da presa che li segue in panoramiche o piani fissi sui loro volti e occhi, sulla musica del Lagno dei cigni).

Preparazione a ulteriori, definitive sottrazioni. Alla relazione tra parola e immagine, tra la voce off di frate Christian (il capo dei monaci, un immenso Lambert Wilson, a Cannes magnifico anche nel ruolo di Chabannes nel bellissimo film di Bertrand Tavernier La princesse de Montpensier; un attore dalla filmografia sterminata e variabile, se si pensa che negli anni Ottanta è stato, anche, corpo erotico indimenticabile per Andrzeij Zulawski in La femme publique e per André Téchiné in Rendez-vous) e le immagini del monastero coperto di neve, senza i frati, ormai abbandonato. Frati che nell’ultima inquadratura s’incamminano, insieme ai loro rapitori e assassini, nella neve e nella nebbia, sparendo lentamente dal campo. Gli uni e gli altri, per sempre. In un’opera d’enorme umanità che consegna il presente e il futuro dell’uomo al pensiero che deve muovere ogni gesto.

Info
Il trailer di Uomini di Dio.
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