Robin Hood

Robin Hood

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Nonostante il lavoro di (ri)scrittura di Brian Helgeland, il Robin Hood targato Universal Pictures poco aggiunge alla filmografia di Scott e alla leggenda del bandito-eroe.

Tutto cuore e cotta di maglia

Nell’Inghilterra del XIII secolo, Robin e la sua banda di ladruncoli combattono contro la corruzione in un piccolo villaggio e sfidano la monarchia a modificare gli equilibri di potere tra il re e i suoi sudditi. Fuorilegge oppure eroe, un uomo di origini umili diventerà un simbolo eterno di libertà per la sua gente… [sinossi – pressbook]
Ogni città
qualche guaio ha
ma qua e là
c’è serenità…
ma non a Nottingham.
Nottingham (Robin Hood di W. Reitherman)

Regista e produttore di questa ennesima versione cinematografica delle avventure dell’eroico arciere di Nottingham, Ridley Scott vivrà in eterno di rendita economica e, soprattutto, artistica. Qualsiasi considerazione sul cineasta inglese, classe 1937, deve infatti tener conto dei tre straordinari lungometraggi, l’esordio I duellanti (1977) e i successivi Alien (1979) e Blade Runner (1982), che hanno inciso fortemente sulla Settima Arte e non solo [1]. In seguito, dopo l’immeritato flop di Legend (1985), la carriera di Scott ha sterzato verso un cinema più prevedibile, indubbiamente ben confezionato, spesso impreziosito da una poderosa messa in scena, ma assai lontano dal rigore estetico e narrativo e dalla forza immaginifica degli esordi. Araba fenice che rinasce dalle ceneri di Legend, Scott è un regista diverso, sempre più vicino alle logiche del cinema commerciale, perfetto (o quasi) per mettere in scena blockbuster poderosi e dal respiro epico – dal periodo buio di 1492 – La scoperta del paradiso (1992), L’Albatros – Oltre la tempesta (1996) e Soldato Jane (1997), passando per il troppo celebrato Il gladiatore (2000), fino ai vari Black Hawk Down (2001), Le crociate (2005) e, appunto, Robin Hood, film d’apertura della sessantatreesima edizione del Festival di Cannes.

Targato Universal Pictures e affidato alla penna di Brian Helgeland (Green Zone, Mystic River, L.A. Confidential), Robin Hood poco aggiunge alla filmografia di Scott e alla leggenda del bandito-eroe. Nonostante il lavoro di (ri)scrittura di Helgeland, sembra venir meno proprio lo slancio epico, il coinvolgimento emotivo. Robin Hood sembra un film superfluo, nonostante il tentativo di restituire al grande pubblico un eroe più aderente alle antiche leggende. Troppe, probabilmente, le versioni già realizzate e, al contrario, troppo poche le idee di Helgeland e Scott [2]. Non sempre ci si può nascondere dietro un prequel.
Ad un’ambientazione più cupa, più realistica, non corrisponde uno sviluppo narrativo adeguato, oltre a una certa superficialità nella caratterizzazione dei personaggi. L’instabile Re Giovanni e i simpatici compagni di ventura di Robin Hood/Robin Longstride, ad esempio, sono abbandonati al loro destino di comprimari: Helgeland e Scott, più concentrati sulle parti da riscrivere della storia, lasciano al pubblico la (ri)costruzione dei vari Little John, frate Tuck e via discorrendo. Il Robin Hood di Scott sembra dare troppe cose per scontate. E non giova il minutaggio dedicato alle scene d’azione e agli intrighi di corte: troppo compressa la concatenazione degli eventi che trasformano l’uomo qualunque Robin Longstride nel leggendario Robin Hood. Nonostante una durata superiore alle due ore, comunque non faticose, Robin Hood avrebbe avuto bisogno di un maggiore minutaggio. Paradossi dei blockbuster.
E non convince più di tanto, nonostante la caratura di Scott, la messa in scena, soprattutto nelle sequenze delle battaglie, dall’assedio del castello, passando per lo scontro di Nottingham, fino alla resa dei conti. Tra piani ravvicinati e una macchina da presa in perenne movimento, l’azione sembra mancare di respiro, privata di profondità e campi totali. Una scelta estetica, pur supportata dal lavoro di montaggio di Pietro Scalia, che rende le sequenze action ripetitive e che toglie ancor più spazio a Little John, frate Tuck & Co., ridotti quasi a comparse.

Sostenuto da una colonna sonora fin troppo tambureggiante e onnipresente, firmata da Marc Streitenfeld, e dalle buone interpretazioni (poteva essere altrimenti?) di Russel Crowe, Cate Blanchett e Max von Sydow, splendido ottantenne, Robin Hood si piazza mestamente nelle posizioni di rincalzo tra le pellicole dedicate all’impavido arciere in calzamaglia.

Note
1. Impossibile non attendere, con una certa ansia, i due prequel di Alien, annunciati per il 2011 e il 2012 e diretti da Ridley Scott. Senza dimenticare il progetto, trascinato nel corso dei decenni, di una trasposizione cinematografica di Guerra eterna (The Forever War, 1974), straordinaria space opera firmata da Joe Haldeman…
2. Tra le numerose versioni cinematografiche, riportiamo almeno qualche titolo che merita di essere ricordato eo recuperato: Robin Hood (1922) di Allan Dwan, con Douglas Fairbanks, La leggenda di Robin Hood (1938) di Michael Curtiz e William Keighley, con l’impareggiabile Errol Flynn (e Olivia de Havilland, Basil Rathbone, Claude Rains…), il disneyano Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman, Robin e Marian (1976) di Richard Lester, con Sean Connery e Audrey Hepburn, e Robin Hood principe dei ladri (1991) di Kevin Reynolds, con Kevin Costner, Morgan Freeman e Alan Rickman. E, inevitabilmente dissacrante, la parodia Robin Hood: un uomo in calzamaglia (1993) di Mel Brooks.
Info
Il sito ufficiale di Robin Hood.
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