Adam

Adam

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Di Adam, che spreca il potenziale iniziale in una riflessione sentimentale senza troppa profondità né granché da dire, si può apprezzare la scelta di non voler indorare troppo la pillola nella messa in scena di un personaggio con la sindrome di Asperger.

Adam in the sky with diamonds

Adam è un giovane lievemente autistico che conduce un’esistenza solitaria finché non si imbatte nella nuova vicina di casa Beth, bella e giovane cosmopolita che gli fa conoscere un mondo nuovo con esiti inaspettati. La loro curiosa ed enigmatica relazione dimostra come due persone che provengono da realtà così diverse possano trovare una straordinaria connessione. [sinossi]

Nel mondo della settima arte, i cosiddetti “misteri della mente” sono da sempre stati oggetto dell’analisi e dello studio dei cineasti. Gli esempi si sprecano, basti pensare a Rain Man (1988), dove un ottimo Dustin Hoffman interpretava un uomo affetto da autismo. Tuttavia, è da relativamente pochi anni che è stata portata alla luce una declinazione dell’autismo (nota come “Sindrome di Asperger”) che, con le dovute limitazioni, può definirsi una sorta di “autismo leggero” (leggasi tra le righe: più adatto a una rivisitazione cinematografica). Gli affetti da Asperger non sono i Dustin Hoffman della situazione, non rappresentano per antonomasia l’handicap mentale sfaccettato e complicato che Barry Levinson riportò sullo schermo. Al contrario, il malato di Asperger (che pure mantiene i sintomi abituali dell’autismo, quali l’essere brillante in campo scientifico e la ripetitività dei gesti e delle abitudini) può essere autonomo e può arrivare perfino ad avere dei rapporti sociali/amorosi, con l’unico neo che rappresenta questa forma di autismo: non saper riconoscere i sentimenti degli altri e non saper gestire i propri.

Ed è da questo spunto che una piccolissima fetta di cineasti ha pensato di inscenare il rapporto-tipo nella sindrome di Asperger, sfruttando il potenziale binomio amore-non amore tra i “normali” e i malati. Adam, di Max Mayer (qui al suo secondo lungometraggio) rappresenta appunto quella commedia romantico-smielata che fa leva sulla malattia per inscenare una improbabile storia d’amore che conserva un tono adatto ad una distribuzione mirata più all’home video che non al cinema. Stesso destino poi che toccò a Crazy in Love, commedia del 2005 del norvegese Petter Næss e con protagonista Josh Hartnett che parlava sempre dell’amore misto alla sindrome.
Ma andiamo con ordine: Adam/Hugh Dancy (I Love Shopping) è un ragazzo schivo che lavora in una fabbrica di giocattoli come ingegnere, la cui sindrome lo porta ad apparire eccentrico agli occhi degli altri, ma non alla sensibile Beth/Rose Byrne (la Briseide di Troy), la quale si lascia trascinare dall’attrazione mettendo a tacere i pregiudizi sull’autismo. Lei, al contrario di Adam, è una dolce ed estroversa ragazza della “New York bene” con il sogno di scrivere un libro per bambini. Complice vivere nello stesso edificio, Adam e Beth cominciano a frequentarsi, e Beth scopre cosa voglia dire amare una mente che vive “tra” e “per” le stelle, avendo Adam una passione e una competenza sorprendente per l’astronomia. Ma Adam capisce davvero cosa sia l’amore?

Purtroppo il film non decolla mai, e un’ora e mezza viene abbandonata ai presupposti iniziali senza mai dare uno sviluppo concreto a quella che rimane nient’altro che una garbata commedia sulle diversità dell’amore. Forse, ci permettiamo di suggerire, il tutto avrebbe funzionato se il fulcro reale fosse stato spostato sul rapporto a due tra Adam e Beth, senza invadere il campo con storie parallele inutili, come ad esempio il processo al padre di Beth (Peter Gallagher della serie televisiva The O.C) che, a livello narrativo, appare più un tappabuchi che un elemento funzionale al racconto principale.
La fatica di Max Meyer viene comunque salvata da un primo tempo intrigante, dove la descrizione di Adam e l’occhio discreto sul suo mondo rende partecipe lo spettatore e lo immerge in una realtà che ai più è sconosciuta. Il finale non contempla il “vissero felici e contenti”, ma conserva una (purtroppo retorica) bontà forzata da buone intenzioni, e, benché sia chiara l’impossibilità nella vita reale di inscenare una svolta di un certo tipo nella vita di un malato di Asperger, si apprezza lo sforzo.

Info
Il trailer di Adam.

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