The Housemaid

The Housemaid

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Su The Housemaid pesa irrimediabilmente il sospetto di essere un’operazione un po’ debole. Corretta, senz’altro. Piena di intelligenza nel capire a fondo i meccanismi del film-matrice, anche. Ma senza vero coraggio nell’adattamento e nell’attualizzazione. Remake della fondamentale pellicola di Kim Ki-Young, The Housemaid è stato presentato al Festival di Cannes.

Il coraggio del remake

Una cameriera da poco entrata a servizio presso una ricca coppia intreccia una relazione col capofamiglia mandando in frantumi la relazione tra i due sposi… [sinossi]

Si tratta di un remake, e non dei più facili. L’originale, omonimo, risale al 1960, è firmato da Kim Ki-Young, ed è senza alcun dubbio una delle pietre miliari del melodramma cinematografico. In assoluto. Un testo semplicemente fondamentale, al punto che Martin Scorsese stesso ne ha promosso il restauro e ne ha spinto il più possibile la riscoperta. Rifare The Housemaid, insomma, poteva legittimamente sembrare un’impresa impossibile. Certo che, se hanno rifatto Psycho
La domestica del titolo è una giovane di umili condizioni, presa a lavorare in una residenza principesca. Non troppo imprevedibilmente, il ricchissimo padrone di casa la metterà incinta; il dramma è dietro l’angolo, e a nulla serve l’appoggio della collega più anziana.

Parte della genialità del The Housemaid originale è che, partendo da un canovaccio non meno trito, riusciva a sovvertirne il moralismo con un’abilità e una raffinatezza inaudite. Qui Im Sang-Soo gioca una carta che già altri, da Todd Haynes a Gus van Sant e oltre, hanno giocato: ciò che nel melodramma classico non poteva non rimanere implicito, in un regime di visibilità completamente diverso come quello contemporaneo deve essere reso esplicito. Eccolo allora indulgere minuziosamente nelle scene di sesso, nella voluttà delle superfici (che sia la pelle degli attori o il design di uno stereo, in modo esattamente identico – a tratti sembra persino che alla regia non ci sia Im, ma Adrian Lyne), nell’esibizione dei “feticci registici” del testo originale (l’enfasi visiva portata sulla sontuosa scala che dà sul salone di casa) spogliati della loro funzione.

Il risultato è perfettamente simmetrico rispetto all’originale. Quest’ultimo era la dimostrazione rigorosa di uno degli assiomi fondamentali del melodramma: il film più biecamente conservatore è anche quello più rivoluzionario. Qui, il punto di partenza è survoltare tutto e sottolineare ogni passaggio narrativo con sfacciata ridondanza, ma solo per poter infine sfociare nel più tradizionale dei melodrammi possibili, quello in cui tutto il mondo è praticamente risucchiato nell’abissalità del rapporto madre-figlia, quello dove le differenze di classe sono una maledizione invalicabile, quello dove l’ingenuità viene radicalmente e crudelmente vittimizzata, quello dove ogni sogno di liberazione è una chimera che viene tanto fiduciosamente intravista quanto bruscamente negata.
Nell’originale, la “gatta morta” protagonista sventrava la famigliola borghese, solo affinché nel clamoroso voltafaccia finale la sovversione venisse definitivamente resa indistinguibile rispetto al mantenimento dello status quo. Qui, la “gatta morta” ci prova soltanto a cambiare le regole del gioco (prova cioè a tenersi il bambino del padrone rifiutando la somma da lui donatale per accomodare il tutto), ma viene subito stritolata nel meccanismo. Non del tutto, però: messa davanti a un vicolo cieco, la protagonista si autodistrugge in modo non proprio sobrio, dandosi fuoco aggrappata a un lampadario. In questo modo, anche se il focolare famigliare viene ricomposto e continuerà a vivere felice e contento, la figlia piccola sarà marchiata per sempre. Il remake di The Housemaid è un po’ così: fa fuoco e fiamme stilisticamente ma sa di dover sbattere contro alla inevitabile ricomposizione della norma; e si accontenta pertanto di niente più che averla fatta traballare un po’. Il testo originale, invece, arrivava davvero al cortocircuito fatale tra la norma e la sua trasgressione.

Per questo su The Housemaid pesa irrimediabilmente il sospetto di essere un’operazione un po’ debole. Corretta, senz’altro. Piena di intelligenza nel capire a fondo i meccanismi del film-matrice, anche. Ma senza vero coraggio nell’adattamento e nell’attualizzazione. Il primo The Housemaid arrivava davvero a far coincidere le sfrenate impennate melò con la propria stessa decostruzione ironica, senza che l’una cosa potesse prendere il sopravvento sull’altra. Qui si crea appositamente un personaggio incaricato di fornire il controcanto ironico: la collega anziana. E non è l’unica di queste mosse di sceneggiatura non proprio da “cuor di leone”, in un film che, pur pregevole, si temeva osasse troppo. E invece osa troppo poco.

Info
Il trailer italiano di The Housemaid.
La scheda di The Housemaid sul sito del Kofic.
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