Kaboom

Kaboom

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Lungo il film spira qualcosa dell’ultimo Hitchcock, degli anni Sessanta e Settanta, quando faceva quello che gli pareva e si divertiva a mettere in scena tutto e il contrario di tutto, bastava che facesse il botto. E Kaboom è un po’ così, c’è tutto e il contrario di tutto, senza ritegno.

La pattumiera in fondo al tunnel

Una storia sci-fi piuttosto assurda e originale,  incentrata sul risveglio sessuale di un gruppo di studenti universitari… [sinossi]

Smith, gay diciottenne appena arrivato al college e innamorato invano del compagno di stanza (un certo Thor, di nome e di fatto), ha un sogno ricorrente. Un lungo corridoio, nel quale incontra la madre, la migliore amica Stella, una bellissima sconosciuta e una misteriosa ragazza dai capelli rossi. Al termine del corridoio, una porta. La apre, e non vi trova altro che una pattumiera.
Kaboom comincia così, ed è il segnale più esauriente possibile di tutto ciò che seguirà. Perché Smith incontrerà nella realtà le due sconosciute a lui apparse in sogno, e alla loro presenza sarà legata tutta una congerie di indizi che punta in direzione di un mistero che non smetterà di essere assurdo nemmeno quando verrà spiegato per filo e per segno. Perché emerge, tra le altre cose, che il padre di Smith, che lui credeva morto, è in realtà il capo di una setta religiosa potentissima ed estesa a livello mondiale, che ha ingaggiato spie per ghermirlo e condurlo fino a lui, e bla bla bla… E tutte queste piste andranno a finire rigorosamente in nulla, o “nel” nulla. Tutta la ricostruzione del complotto che va tessendosi intorno a Smith finisce in cenere. Insomma: alla fine del corridoio, non c’è altro che una pattumiera.

Ricorda qualcosa? In effetti, il nome di Alfred Hitchcock, l’unico vero Maestro del pigliare per il naso lo spettatore, attirandolo in percorsi narrativi rigorosamente e sfacciatamente pretestuosi, non è evocato invano: il film stesso abbonda di richiami tipo personaggi che si chiamano “Rebecca Novak” o “Madeleine”. Anche se nulla di hitchcockiano, naturalmente, tange lo stile impiegato da Araki, che resta quello che conosciamo: spiccato gusto camp, fotografia virtuosistica che elabora insieme frontalità bidimensionale e colori netti, accesi e molto spesso freddi eccetera. Tuttavia lungo il film spira qualcosa dell’Hitchcock “terminale”, quello degli anni Sessanta e Settanta, quello che ormai faceva quello che gli pareva e si divertiva a mettere in scena da par suo tutto e il contrario di tutto, bastava che facesse il botto. E Kaboom è un po’ così, c’è tutto e il contrario di tutto, senza ritegno.
O quasi. Perché in verità qualche punto fermo c’è. C’è ironia a dosi massicce, certo, ci sono continuamente tirate gratuite (spesso esilaranti), ma a pelle si sente anche che c’è qualcosa che chiede di essere preso sul serio (o quasi). In effetti, a intramezzare l’assurdo dispiegarsi degli indizi del complotto, ci sono le non meno assurde vicende sessuali di Smith e di chi gli sta intorno. Le vite sessuali di tutti costoro, pur nelle rispettive differenze, sembrano incontrarsi in un punto comune: funzionano solo nella misura in cui non funzionano. Smith, per esempio, riesce (dichiaratamente!) a farsi il compagno di stanza (eterosessuale) solo “per proprietà transitiva”, cioè perché se lo fa la sua ragazza (di Smith). E gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Un paradosso? Forse. Ma è lo stesso paradosso per il quale tutto questo “sfociare nel nulla” (nella pattumiera) che il film ostenta ad ogni livello con la sua sfrenata gratuità, non è poi così nichilista. Anche se nel film non si fa altro che ripetere che “La fine è vicina”. Perché il “godimento del nulla” (sul quale il film marcia parecchio, a cominciare dalla forma sgargiante che dà al suo distanziamento ironico) evidentemente non può essere in sé nichilista.

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