Biutiful

Anche in una storia narrativamente meno complicata e intrecciata di quelle che lo hanno preceduto, Biutiful vorrebbe sempre essere qualcosa che non è, una sola immagine, un solo frame, una sola parola (come il suo titolo) per racchiudere tutto il caos dell’universo. Presentato a Cannes 2010.

Poco più di nulla

Uxbal si scopre malato terminale per un cancro alla prostata e decide di occuparsi del futuro dei due bambini e di Marambra, la sua ex-moglie bipolare e di tanti affari più o meno legali lasciati in sospeso... [sinossi]

Non ci sembra che la fortuna del messicano Alejandro González Iñarritu sia poi diminuita di molto dopo quest’ultima sua fatica. In sala gli applausi sono piovuti come o poco meno del solito, i giornalisti parleranno delle tante emozioni che il divo di turno (qui Bardem) ci ha fatto provare e non è detto che la giuria capitanata da Tim Burton non possa dargli un premio. Comunque sia, nonostante tutto ciò, Biutiful –  come tutto il cinema di Iñarritu – rimane tra le peggiori espressioni della cinematografia contemporanea mondiale e sicuramente una delle più deleterie. Fatta questa premessa doverosa, facciamone subito un’altra: non era Guillermo Arriaga il problema di Iñarritu, come molti profetizzavano e speravano. Una volta divisi i due sono andati semplicemente a far danni da soli, ma danni continuano a generare.
Lo ha dimostrato Arriaga, il suo ex-sceneggiatore, con The Burning Plain. Lo ha dimostrato Iñarritu con il suo Biutiful. Con una sostanziale differenza: perdendo almeno uno dei tratti tipici del suo cinema arriagizzato (perdonateci l’obrobrio), quell’alterazione temporale che quantomeno poteva suscitare (come puntualmente faceva) un certo interesse, del cinema di Iñarritu non rimane praticamente nulla. Tolta infatti quell’unica caratterizzazione stilistica, Biutiful è poco più di nulla anche dal punto di vista drammaturgico, ed è anche questo davvero un bel record.

Difficile anche fare un elenco di tutto quello che è ontologicamente sbagliato nel cinema di Iñarritu, ma proveremo quantomeno a illustrarne i tratti principali. Innanzitutto a colpire, ancora una volta, è l’accumulo col quale il regista messicano procede: anche in una storia narrativamente meno complicata e intrecciata di quelle che lo hanno preceduto, Biutiful vorrebbe sempre essere qualcosa che non è, una sola immagine, un solo frame, una sola parola (come il suo titolo) per racchiudere tutto il caos dell’universo. Invece il cinema di Iñarritu continua a comporsi per eccessi, ogni scena è introdotta da almeno cinque o sei inquadrature puramente descrittive, segno di un’ossessione formale, di una bulimia illustrativa senza precedenti. Eccessi nell’inserire simboli (le falene come le anime che “ristagnano” sulla terra) dappertutto, soprattutto in contesti degradati da fine del mondo; eccessi nella colonna sonora sempre pronta a fare da ingombrante pendant emozionale in scene particolarmente forti (un dottore comunica un tumore ad un paziente, una mano sta per toccare un cadavere…): il tutto costruito con l’unico fine di turbare lo spettatore, di scioccarlo inguaribilmente.

Con una narrazione insolitamente piatta, depurata dunque dalle alterazioni temporali à la Arriaga, rimane la messa in scena di un talento registico, incontestabile, però completamente fine a se stesso, capace anche di violentare i propri personaggi (che davvero non ha mai dimostrato di amare), di mostrare in modo assolutamente indecoroso una fila di cadaveri, così tanto per far vedere una bella carrellata su di essi. Ma è tutto e il contrario di tutto il cinema di Iñarritu, per cui ad una bella messa in forma si accompagna sempre un insistito e disinibito utilizzo della camera a mano, con l’unico obiettivo di partecipare con i propri personaggi, ottenendo invece spesso e volentieri l’effetto contrario, facendo avvertire ancora di più la distanza siderale tra il regista e il mondo che vorrebbe raccontare. A ben vedere, alcuni di questi deleteri tratti si ritrovano anche negli altri messicani di Hollywood (Alfonso Cuaron e Guillermo Del Toro in particolare) ma sempre in ben altre forme, e con ben altri risultati finali. È come se Iñarritu si fosse messo in testa di voler essere il miglior rappresentante del cinema messicano nel mondo, o almeno quello che riesce meglio a rappresentare tutto il peggio del proprio cinema nazionale.
In definitiva, un Maestro del cinema furbo e falso ma commercialmente valido e inattaccabile. Se fossimo nel Monopoli, il cinema di Iñarritu sarebbe sicuramente Parco della Vittoria: per chi vuole, magari, è anche un complimento…

Info
Il trailer di Biutiful.

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