Prince of Persia: Le sabbie del tempo

Prince of Persia: Le sabbie del tempo

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In fin dei conti, nonostante una sceneggiatura scricchiolante, il ricorso a sistematici e meccanici movimenti di macchina e l’incessante colonna sonora, come nella miglior tradizione delle produzioni targate Bruckheimer, Prince of Persia: Le sabbie del tempo riesce a intrattenere per due ore con qualche gag simpatica, il cast azzeccato e soprattutto con le evoluzioni in stile parkour e l’ottima resa grafica dei riavvolgimenti temporali. Questo passa il convento.

L’amore al tempo del parkour

Un principe furfante si unisce con una certa riluttanza a una misteriosa principessa; insieme a lei si lancia in una lotta contro le forze oscure per riuscire a custodire un antico pugnale in grado di scatenare le Sabbie del Tempo – un dono degli dei con cui si può tornare indietro nel tempo e il cui possessore potrebbe dominare il mondo… [sinossi]

In principio era un videogioco. Correva l’anno 1989, Jordan Mechner era un giovane game designer e Prince of Persia, platform sviluppato dalla software house statunitense Brøderbund con una grafica oggi commovente, stava per entrare nella storia dei videogame [1]. Poi, come per tutti i successi dell’universo videoludico, sono arrivate le nuove versioni, grazie anche alla capillare diffusione delle console e via discorrendo. Ed ecco, quindi, tra gli altri, Prince of Persia 2: The Shadow and the Flame (Brøderbund, Psygnosis, 1993), Prince of Persia 3D (Red Orb Entertainment, 1999) e soprattutto Prince of Persia: Le sabbie del tempo (Ubisoft, 2003).
Una trasposizione destinata al grande schermo, sommando la popolarità del videogioco di Mechner alla preoccupante mancanza di idee dell’industria hollywoodiana, appariva quindi un passo più che scontato. Alla guida del progetto, ovviamente, il produttore Jerry Bruckheimer, palesemente alla ricerca di una nuova gallina dalle uova d’oro dopo la tetralogia in fase calante de I pirati dei Caraibi. Più del gioco sviluppato dalla Brøderbund, sono le avventure di Jack Sparrow e l’estetica bruckheimeriana a tracciare le direttrici del Prince of Persia cinematografico. Senza dimenticare il parkour, pratica sportiva che sta godendo di una notevole popolarità, tanto da far capolino nel recente ed evitabile Scontro tra titani di Louis Leterrier e soprattutto nel godibile blockbuster hongkonghese Bodyguards and Assassins (2009) di Teddy Chan [2].

Prince of Persia: Le sabbie del tempo di Mike Newell, regista che continuiamo a ritenere poco adatto al genere fantasy [3], è un lungometraggio che andrebbe giudicato seguendo due metri di giudizio ben distinti. Dal punto di vista squisitamente cinematografico, nonostante i più che buoni effetti speciali e il cast di ottimo livello, Prince of Persia delude soprattutto per la scrittura approssimativa, poco attenta nel delineare personaggi e sviluppi narrativi. Assai diverso il giudizio se si tiene conto delle poche fortune, almeno fino a oggi, del flusso creativo tra industria dei videogiochi e industria cinematografica [4]. Il blockbuster di Bruckheimer e Newell, forte di un budget faraonico e delle star Jake Gyllenhaal (il principe Dastan) e Ben Kingsley (Nizam, il fratello del re), oltre alla bella Gemma Arterton (la principessa Tamina), al simpatico Alfred Molina (l’imprenditore Sheik Amar) e al roccioso Steve Toussaint (il lanciatore di coltelli Seso), rappresenta un notevole salto di qualità, forse un decisivo passo in avanti. Ma possiamo veramente rallegrarcene? Probabilmente, no. Ma l’atteso Halo, dovesse finalmente veder la luce, potrebbe farci cambiare idea.

In fin dei conti, nonostante una sceneggiatura scricchiolante, una storia d’amore che rivaluta ampiamente il pruriginoso Paradise (1982) di Stuart Gillard, il ricorso a sistematici e meccanici movimenti di macchina (c’è proprio tutto il repertorio: dai ralenti classici al bullet time, passando per le accelerazioni, gli onnipresenti dolly, la macchina da presa che avvolge i personaggi a trecentosessanta gradi e tutto quel che segue), l’incessante colonna sonora, come nella miglior tradizione delle produzioni targate Bruckheimer, e il non sempre efficace richiamo alla scelte belliche a stelle e strisce degli ultimi anni, Prince of Persia: Le sabbie del tempo riesce a intrattenere per due ore con qualche gag simpatica, il cast azzeccato e soprattutto con le evoluzioni in stile parkour e l’ottima resa grafica dei riavvolgimenti temporali. Questo passa il convento.

Note
1. Platform game, ovvero videogioco a piattaforme, strutturati su livelli da superare. Tra i titoli più celebri, citiamo almeno Donkey Kong (1981) e Super Mario Bros. (1985) della Nintendo, Sonic the Hedgehog (1991) della Sega e Crash Bandicoot (1996) della Naughty Dog.
2. Disciplina metropolitana nata in Francia agli inizia degli anni Ottanta.
3. Poco convincente al timone di Harry Potter e il calice di fuoco (2005), Mike Newell si è costruito film dopo film una filmografia davvero singolare: prima dei blockbuster traboccanti di effetti speciali, il poliedrico cineasta inglese ha diretto pellicole come Donnie Brasco (1997), Quattro matrimoni e un funerale (1994), Un incantevole aprile (1992) e Ballando con uno sconosciuto (1985).
4. A flusso invertito, ovvero dal grande schermo alle console e ai computer, i risultati sono ben più soddisfacenti. Non mancano buoni videogiochi ispirati o tratti da pellicole cinematografiche.
Info
Prince of Persia: Le sabbie del tempo sul sito della Disney.
La pagina facebook di Prince of Persia: Le sabbie del tempo.
Il trailer italiano di Prince of Persia: Le sabbie del tempo.
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