My Joy

Opera prima del documentarista ucraino Sergei Loznitsa, in concorso al Festival di Cannes 2010, My Joy mette in scena un caos controllatissimo, ponderato riflesso di una società brulicante, di un inafferrabile ordine che regge quel vivere (e morire) collettivo.

Viaggio al termine della notte

Il camionista Georgi vive in una spirale di violenza, miseria e abusi di potere. L’uomo, risucchiato dalla follia quotidiana del suo paese, perde la salute e la memoria e si ritroverà a essere un assassino… [sinossi]

Apprezzatissimo documentarista ucraino (ora residente in Germania), Sergej Loznitsa esordisce ora nel documentario di finzione. E pare puntare abbastanza in alto. Il suo My Joy  è la storia di un camionista che, durante una consegna, viene bloccato in un villaggio sperduto da una deviazione di percorso improvvisa. E qui, letteralmente, cambia pelle (e gli cresce la barba) costretto a indurirsi da una realtà ai limiti della brutalità, praticamente una violentissima guerra di tutti contro tutti che viene allusa non troppo implicitamente essere la realtà quotidiana della Russia di oggi. Appena arrivato, dei barboni lo menano. Si installa in una casa un tempo abitata da un insegnante ammazzato senza troppe remore da degli sconosciuti. E via deliziando.

La deviazione dal percorso iniziale della consegna con il camion non è solo l’innesco della vicenda, ma anche (e soprattutto) l’indice più preciso della natura del film. In un’infinità di punti assolutamente imprevedibili, il film piglia e va da tutt’altra parte, nel tempo e/o nello spazio. Magari per seguire un personaggio che ci ritroviamo mezz’ora dopo. E il bello è che tutte queste occorrenze non sono digressioni. O meglio: da un punto di vista strutturale lo sono, perché deviano dal racconto principale. Ma il tempo e l’ampiezza stilistica che si prende Loznitsa per seguire ognuna di esse, le fanno sembrare istintivamente davvero come il film vero. Ognuna di esse è trattata (per esempio per amplificazione, o seguendo meticolosamente e a lungo un personaggio  di spalle con la camera a mano) come un momento topico – ma non lo è, magari è solo un personaggio che cammina un po’ e poi si ferma a guardare qualcosa che si muove in lontananza. Oppure è un pazzo che fa una carneficina con una pistola – ma è lo stesso, tutto ha la stessa irrisoria importanza, la regia tratta i momenti banali e quelli incandescenti con la stessa disincantata indifferenza, osservando con calcolata ottusità orizzontale. Perché in questa giungla (innevata) le aspettative di vita sono basse, qualunque cosa può sparire violentemente da un momento all’altro, l’instabilità è assoluta – e di conseguenza esiste solo il presente; il tempo e la cronologia vanno a ramengo, e spesso e volentieri perdiamo di vista il protagonista per decine di minuti prima di ritrovarlo (incattivito) inaspettatamente un po’ più in là. Non c’è altro che un brulicare incontrastabile di violenza, follia e volenterosi slanci registici.

Insomma: è il caos. Ma è un caos controllatissimo, perché la regia presta il proprio saldo e prolisso dominio indistintamente a ognuna delle innumerevoli particelle che costituiscono il frastagliatissimo racconto. Si avverte con molta chiarezza una certa coerenza stilistica d’insieme, nella scrupolosa aderenza all’illuminazione naturale, nelle mille piccole bizzarrie (come l’intelligente uso che fa della musica pop), nell’indugio insistente dei movimenti di macchina a seguire. Il che non è casuale; piuttosto, ciò sembra evidenziare come una società estremamente caotica come quella non smetta per questo di essere una società – in altre parole, dentro l’assenza totale di regole persiste, in qualche modo, un inafferrabile ordine che regge quel vivere (e morire) collettivo.

Info
Il trailer originale di My Joy.
La scheda di My Joy sul sito di Cannes.
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