Le quattro volte

Le quattro volte

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A prima vista monolitico viaggio magmatico posto come sfida allo spettatore, Le quattro volte finisce poco per volta per infiltrarsi sotto il derma del pubblico, colpendo alla pancia e al cervello nello stesso tempo. In una vera e propria lezione delle basi della meccanica cinematografica, Frammartino fa sì che l’immagine si configuri come parola, per poi ricorrere al montaggio per dar fiato al proprio discorso.

Segnali di vita

Le quattro volte lavora nel solco fra documentario e finzione, e si può intendere in tre modi diversi: può essere un film di fantascienza senza effetti speciali, un documentario etnografico su alcune zone dell’Appennino calabrese o un film saggio sull’anima. Il film racconta in quattro episodi la vicenda di quattro protagonisti : un vecchio pastore che vive i suoi ultimi giorni; la nascita e le prime settimane di vita di un capretto fino al primo pascolo; la vita di un abete nel corso delle stagioni; la trasformazione del vecchio abete in carbone attraverso il mestiere dei carbonai. La Calabria Jonica è il teatro di questi quattro episodi, intrecciati tra loro in modo da costituire un’unica storia: la storia di un’anima che attraversa quattro vite successive… [sinossi]

Nella narcolessia produttiva di cui appare afflitta la produzione cinematografica nostrana, scoprirsi meravigliati di fronte al potere immaginifico di un film non è poi materia così comune. Ammainata la bandiera dell’originalità dello sguardo in un panorama sovraffollato di melliflui psicodrammi borghesi, commedie pre e post matrimoniali, becere retroguardie comiche dall’infausta derivazione televisiva, scorgere un nome in grado di rammentare anche ai più smemorati il valore morale e cinematografico di un’opera al sicuro dalle secche dell’ovvietà rappresenta sempre una miracolosa boccata d’ossigeno. Non stupisce più di tanto che a sconvolgere la prassi produttiva nazionale sia Michelangelo Frammartino: le esclamazioni di meraviglia che hanno accompagnato la visione de Le quattro volte, prima durante le giornate del Festival di Cannes e di seguito anche nel corso delle anteprime organizzate in Italia, vengono da lontano. Da molto lontano, a voler essere ancora più precisi, se si considera che il quarantaduenne regista milanese ha iniziato a far parlare di sé a metà degli anni novanta, grazie a una serie di cortometraggi sperimentali in più di un’occasione interessati a flirtare con la videoarte: per la definitiva consacrazione critica sarà però necessario aspettare fino al 2003, l’anno de Il dono. Il primo lungometraggio di Frammartino, selezionato in Cineasti del presente al Festival di Locarno di quell’anno, iniziò un percorso festivaliero lungo e fortunato, finendo anche per essere inserito nella retrospettiva La meglio gioventù, organizzata al Festival di Pesaro nel 2006 da Vito Zagarrio e dedicata agli esordi del cinema italiano del nuovo millennio.

Chiunque (non troppi, purtroppo) abbia avuto modo di posare gli occhi su Il dono, non troverà troppe difficoltà nel riconoscere lo stile autoriale di Frammartino anche ne Le quattro volte: al di là della struttura narrativa, calibrata su un cerchio perfetto teso a racchiudere il senso naturale di morte e rinascita, e che rappresenta in fin dei conti un orpello non indispensabile per la visione, a colpire ancora una volta nel segno è la straordinaria capacità del cineasta di lavorare sull’immagine e sulla sua deflagrante potenza. Non c’è alcun bisogno di parole nel corso del film non solo perché a prendere presto il sopravvento sull’uomo sono gli animali – cani, capre, formiche e chi più ne ha più ne metta – ma anche e soprattutto perché quei pochi lemmi biascicati dagli abitanti del paese si confondono con eccellente abilità con i suoni di una natura che minuto dopo minuto inizia a prendere il sopravvento su tutto. Non si tratta però di un’estatica visione, in fin dei conti consolatoria e borghese, dell’ambiente naturale su cui si concentra lo sguardo di Frammartino: il regista al contrario lavora sulle asprezze, sull’ineluttabile e finanche “crudele” ciclicità degli eventi. In questo senso, più che sotto molti altri aspetti (uno su tutti? Il lavoro sul “reale”), il cinema di Frammartino può essere definitivo senza problemi documentario. Nel momento in cui l’immagine, la composizione del quadro, si dimostra perfettamente autosufficiente, bastante a sé, l’occhio della macchina da presa permette davvero di dare un senso a ciò che gli accade davanti. In una confezione annichilente, di fronte alla quale lo spettatore finisce in maniera inevitabile per sentirsi schiacciato – per quanto, sotterranea e all’apparenza impalpabile, si estenda una sottile vena ironica che riveste di ulteriore fulgore l’insieme – lo stesso lavoro di sottrazione operato da Frammartino finisce per diventare il palesamento di un’estetica rigorosa, dura ma non respingente. Perché Le quattro volte, a prima vista monolitico viaggio magmatico posto come sfida allo spettatore, finisce poco per volta per infiltrarsi sotto il derma del pubblico, colpendo alla pancia e al cervello nello stesso tempo. Chiunque possa lasciarsi abbandonare ai tremolii del timore di fronte all’idea di un’opera completamente priva di dialoghi, dorma sonni tranquilli: Frammartino, in una vera e propria lezione delle basi della meccanica cinematografica, fa sì che l’immagine si configuri come  parola, per poi ricorrere al montaggio per dar fiato al proprio discorso.

Non assomiglia a nulla il suo cinema, ma questo forse lo sapevamo già. Ma gli anni trascorsi dalla visione de Il dono avevano fatto sì che dimenticassimo (anche solo in minima parte) lo sconvolgente potere immaginifico che scaturisce dal suo sguardo. In una nazione in cui si fa fatica ad allontanarsi da schemi e cibi precotti, il fragore misterico de Le quattro volte suona come il tonfo di un albero gigantesco che cade al suolo, sconvolgendo tutto. Lasciarsi investire dalla caduta, una volta tanto, potrebbe significare la salvezza. Spettatore avvisato…

Info
Il trailer de Le quattro volte.
La scheda de Le quattro volte sul sito della Quinzaine.
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