Bright Star

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Un languido amore adolescenziale agita lo spirito creativo di John Keats in Bright Star, biopic dedicato al poeta britannico firmato da Jane Campion.

Finché morte non li separi

Tra il ventitreenne poeta John Keats e la sua vicina di casa, la studentessa di moda Fanny Brawne, nasce una relazione segreta. Si tratta di una strana coppia, visto che inizialmente lui la ritiene una superficiale e lei rimane indifferente non solo alla sua poesia ma alla letteratura in generale. Ma quando Fanny gli chiede di insegnargli qualcosa sulla poesia lui accetta, e le loro lezioni finiranno col farli innamorare appassionatamente… [sinossi]

Tornata alle crinoline che l’hanno consacrata presso il pubblico e la critica (pensiamo a Lezioni di piano o Ritratto di signora), Jane Campion confeziona con Bright Star, suo ottavo lungometraggio in quasi cinque lustri di carriera, un anodino biopic sulla figura di John Keats, tutto incentrato sulla storia d’amore che legò il poeta alla sua vicina di casa, Fanny Brawne, negli ultimi anni della sua breve vita. Sarà per via dell’immeritato insuccesso che ha colpito i suoi lungometraggi di ambientazione contemporanea, l’interessante In the Cut, noir erotico con un’inedita Meg Ryan, e il precedente Holy Smoke, bizzarra quanto approfondita disamina del conflitto tra i sessi che vedeva opposti in accesa tenzone una proterva Kate Winslet e un autoironico Harvey Keitel, che immaginavamo facilmente un ritorno della talentuosa regista australiana al genere che l’ha resa celebre: il film in costume. Il risultato, come prevedibile, è di ottima fattura, ma il sospetto che si tratti per l’autrice di un ripiego dettato da logiche di mercato resta qui ben presente, alla visione di ogni seducente fotogramma di questo nuovo lavoro.

La regista fa di tutto, va detto, per spogliare il suo film di ogni leziosità e lo si evince con nitore dagli scarni elementi scenografici e di arredamento che caratterizzano soprattutto gli interni in cui palpita l’acerbo amore tra i due protagonisti. Se infatti i paesaggi inglesi ora imperlati di rugiada, ora invasi dalla neve, ora rivestiti di un manto di fiori, riecheggiano di suggestioni preraffaellite, per quel che riguarda l’aspetto indoor del film il referente pittorico prescelto pare essere il ben più sobrio (e languido) Balthus. Pensiamo soprattutto a tutti quei momenti che ritraggono la protagonista (una convincente Abbie Cornish, da anni indicata come il nuovo volto femminile del cinema australiano, già vista in Paradiso+Inferno e in Un’ottima annata), sempre intenta a cucire o ricamare i suoi abiti presso una finestra, magari con accanto il suo gatto ronfante o l’esangue sorellina Thoots (Edie Martin).

Presentato nel lotto del Concorso Internazionale del 62° Festival Cannes, Bright Star si rivolge non tanto a un pubblico di intellettuali azzimati o di studiosi di letteratura in lingua inglese, quanto piuttosto allo stesso che decreta periodicamente il trionfo al boxoffice della popolare saga tanto quella letteraria quanto quella cinematografica vampiresca di Twilight. Nel film della Campion, infatti, il grande poeta romantico inglese (interpretato dal segaligno Ben Whishaw), spogliato di ogni arroganza così come della vulgata romantica sull’autodistruzione, è ritratto infatti come un adolescente qualsiasi, avvinto dall’inestirpabile morbo di un amore senza speranza e fieramente compreso dei propri ideali romantici. A contrastare il sentimento che anima i due giovani troviamo diversi fattori: innanzitutto le umili origini e le scarse finanze del poeta, ma anche l’amicizia possessiva (non esente da venature di gelosia omosessuale) tra Keats e l’amico poeta Mr. Brown (un sagace quanto volgare Paul Schneider) il quale, ovviamente, non vede di buon occhio il nascente sentimento tra i due giovani. Animano soprattutto la prima parte del film, prima che l’amore abbia la meglio su qualunque altra cosa, una serie di ben congegnati battibecchi da salotto di cui Abbie e Mr. Brown si rendono protagonisti, mentre a dare man forte al perbenismo britannico del tempo, ci pensa l’onnipresenza dei due fratelli della ragazza, sempre intenti a sorvegliare la sorella maggiore e a vigilare sulla sua virtù. Ben più benevola e accondiscendente (forse troppo) ci appare invece la madre della protagonista, una dolente e ingrigita Kerry Fox (Un angelo alla mia tavola, della stessa Jane Campion, è la pellicola che regalò a entrambe la prima celebrità internazionale).
Appesantisce non poco l’eterea e calzante messinscena di questo amore disperato, la reiterata presenza dei versi di Keats recitati ora da lui, ora da lei, per rammentarci fino ai titoli di coda il talento dell’immortale poeta e l’importanza della sua musa. Peccato, Bright Star è un film ricco di immagini ammalianti, che non deve certo ricorrere così insistentemente ai versi del poeta per essere poetico.

Info
Il trailer di Bright Star.
Questa recensione è apparsa in precedenza su cinemavvenire.it.
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