Toy Story 3 – La grande fuga

Toy Story 3 – La grande fuga

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Il sapore agrodolce di Toy Story 3, nella sua armoniosità conclusiva, è assai più gustoso dell’inutile e intestardito replicarsi delle saghe della Dreamworks, con l’orco Shrek, il panda Po e i viziati animali newyorchesi tornati nella natia Africa a piombare ciclicamente sullo schermo.

L’età adulta

Mentre Andy si prepara alla partenza per il college, i suoi fedeli amici giocattoli si ritrovano in un asilo, dove giocare con dei bambini indomabili, con piccole dita appicicose non è molto piacevole. Spinti dal motto “tutti per uno-uno per tutti”, insieme pianificano la grande fuga. All’avventura si uniranno molti nuovi personaggi, alcuni di plastica, altri di peluche, tra cui lo scapolo amico di Barbie, Ken, l’istrice con i caratteristici pantaloncini lederhosen di nome Prickles e Lotso Grandi Abbracci, l’orsacchiotto rosa che profuma di fragola… [sinossi]

In principio fu il 1995. Quando la Pixar Animation Studios irruppe sul mercato cinematografico con Toy Story, narrando le disavventure di un manipolo di giocattoli di proprietà di un bambino, nel ventre materno (ma a suo modo crudele) dell’America wasp, non furono in molti a cogliere in profondità la reale importanza dell’evento. Al di là di coloro che si interrogarono sull’utilizzo della computer grafica, avanguardia stilistica senza precedenti all’epoca per l’intera durata di un lungometraggio – e sul ruolo della Pixar nel campo dell’evoluzione tecnologica ci sarà modo di soffermarsi in seguito –, la maggior parte degli addetti ai lavori si accostò alla creatura partorita dalla fervida immaginazione di John Lasseter con gli stessi occhi che si erano di volta in volta posati sulle opere di Don Bluth, Ralph Bakshi e via discorrendo. Occhi “occidentali”, verrebbe da dire, abituati a inquadrare l’intero mondo dell’animazione nell’ottica di un continuo lavoro si assetto, rilettura e ricreazione del modello e(ste)tico della Disney. Non che manchi, nell’immaginario edificato pezzo per pezzo nel corso di quindici anni dalla Pixar, un rimando all’epoca d’oro della produzione disneyana, tutt’altro: ma ciò che è impossibile non percepire, è lo sguardo incessante che la “casa della lampada” lancia dall’altra parte dell’oceano, nell’arcipelago giapponese: l’amore che Lasseter (e i suoi sodali, ça va sans dire) nutre verso l’arte di Hayao Miyazaki meriterebbe un approfondimento a parte, tale e tanto è il numero di omaggi, rimandi, citazioni disseminati a destra e a manca nei vari lungometraggi della Pixar – undici, a tutt’oggi, senza contare Cars 2, Brave e Monster & Co. 2, attualmente in lavorazione –, ma è particolarmente doveroso soffermarcisi pur brevemente in occasione dell’approdo in sala di Toy Story 3. Uno dei giocattoli che fa il proprio esordio nell’universo creato dalla trilogia è infatti un Totoro di peluche: a palesare l’acume e la consapevolezza dell’omaggio non è però la singola presenza in scena dell’oramai storico simbolo dello Studio Ghibli. Totoro è l’unico giocattolo del film a non proferire mai parola (persino l’inquietante bambolotto prorompe nei più classici singulti infantili); non interviene mai direttamente nell’azione, tenendosene volontariamente ai margini; nell’inquadratura di gruppo che raccoglie tutti i giocattoli nel giardino, il peluche è appoggiato a un albero; nei titoli di coda, infine, lo scopriamo all’opera, assistente di Buzz Lightyear nel tentativo di riparare una macchina volante (altro punto fermo, quello del volo, della poetica miyazakiana). Come si è già avuto modo di dire, dunque, qualcosa di assai più complesso di un semplice e sbrigativo “omaggio”.

Perché negli anni più bui della Disney, mentre la “Casa del topo” proponeva raffazzonate versioni contemporanee dei fulgidi esempi di fiaba portati a termine da zio Walt (La bella e la bestia, Il gobbo di Notre Dame, Tarzan, e chi più ne ha più ne metta), Lasseter trasportava nell’occidente ozioso e viziato stralci di un modo di intendere il cinema, e più esattamente l’animazione, che rifugge dall’edificante quadretto familiare, evita la trappola del buonismo, si affranca senza troppi crucci dai peggiori vezzi disneyani (l’invadenza musicale, l’eccessiva fascinazione nei confronti del bozzettismo). La Pixar, muovendosi in direzione diversa dalle altre case di produzione statunitensi interessate all’animazione, non cerca mai di cavalcare l’onda del momento, crogiolandosi nella pigra rotondità della sicurezza e introduce, al contrario, un sottofondo melanconico solitamente disabitato nella dorata Hollywood. Paradigma perfetto di quanto appena affermato è proprio Toy Story 3: nel mettere in piedi il capitolo conclusivo della trilogia, Lee Unkrich (questo il suo esordio “in solitaria”, ma aveva già co-diretto il bellissimo Toy Story 2 – Woody e Buzz alla riscossa e i teneri Monster & Co. e Alla ricerca di Nemo) porta alla ribalta temi che in realtà si erano già fatti largo in sottofondo nei primi due episodi. Con Andy, il bambino “padrone” dei giochi, che ha oramai raggiunto l’età per andare al college, arrivano difatti al pettine i nodi cui si era già accennato in passato – en passant nel prototipo, in maniera più complessa nella seconda avventura, per via del vissuto della cowgirl Jessie –: il destino dei giocattoli è infatti quello di abbandonare, prima o poi, il bambino con cui hanno condiviso tante gioie negli anni dell’infanzia. Anche per questo motivo, probabilmente, Toy Story 3 – La grande fuga, appare come l’episodio più cupo e meno rassicurante: la risata si fa debitamente rarefatta, e non solo per un inevitabile rallentamento dei gag rispetto al passato, ma soprattutto per via di un progressivo e incessante avvicinamento alla consapevolezza definitiva. Questa volta i giocattoli, rispetto al passato, non lottano tanto per tornare a casa – struttura narrativa rispettata nei primi due film – quanto per evitare la loro stessa distruzione: non c’è più una home sweet home ad accoglierli, e se esiste è solo a causa del ciclico evolversi degli eventi. Toy Story 3, assai più ricco di adrenalina e di azione rispetto ai precedenti capitoli, è paradossalmente anche il parto più riflessivo della trilogia: i giochi della contemporaneità non sono neanche lontanamente contemplati in scena, visto e considerato che la storia si incentra fin  da subito su pupazzi, mostri, robottoni passati di moda, accantonati, vituperati e disprezzati. Il non luogo che da sempre caratterizza le avventure di Woody e dei suoi amici (la casa del sadico Sid in Toy Story, l’appartamento asettico del laido collezionista in Toy Story 2) acquista una volta per tutte toni, colori e atmosfere della prigione: Unkrich vira con grande facilità dalle parti dell’horror, insinuando in quello che era sempre stato considerato un contesto idilliaco e ludico schegge impazzite di thriller, paranoia, prison movie.

Ovviamente non si sta parlando della Pixar che rinnega se stessa, e non mancano i momenti gustosi (lo spassoso incipit western/fantascientifico, con il diabolico dottor Prosciutto; la goliardica ma geniale satira nei confronti del lato femminile di Ken; l’arzigogolato piano di fuga messo in piedi da Woody; l’impagabile thé per signore in cui sono impegnati i giocattoli della piccola Bonnie, con una nota di merito in particolare dal riccio inguainato in pantaloncini lederhosen Prickles) in grado di creare l’immancabile empatia con i protagonisti della vicenda. Ma l’impressione è che, nel voler tirare le fila del discorso, il team al lavoro sul film abbia voluto puntare l’accento sul profondo romanticismo che emanavano anche i precedenti episodi – e, a voler essere pignoli, anche tutte le altre produzioni Pixar. Non è certo un caso se da metà film in poi ci si  sia formato un groppo in gola, destinato a irrobustirsi minuto dopo minuto, sequenza dopo sequenza: la disperata ricerca della libertà verso cui si lancia questo gruppo eroico di amici ha così tanto vigore, una così profonda sincerità, da straziare il cuore. Perché la Pixar potrà e dovrà senza dubbio alcuno essere ricordata come la prima casa di produzione ad avere il coraggio di scommettere tutta la propria esistenza su una branca dell’animazione che non aveva ancora avuto la sperimentazione necessaria per dimostrarsi affidabile (ed eccolo che torna preponderante il discorso sull’evoluzione tecnologica portata avanti con certosina precisione da Lasseter e soci), ma a rimanere nel cuore è ancora a distanza di giorni la straordinaria sequenza in cui tutti i giocattoli, uno per uno – Woody, Buzz, Jessie, Rex, Slinky, Hamm, Mr. e Mrs. Potato, Bullseye – si tengono per mano di fronte alla minaccia di una fornace per rifiuti che rischia di inghiottirli e squagliarli. Nel perfetto taglio di montaggio – il film è diretto con la solita stupefacente maestria da Unkrich, a ulteriore dimostrazione dell’intelligenza lavorativa della Pixar – e nel crescendo emozionale della scena, risulta davvero arduo non lasciarsi andare a delle lacrime liberatorie, e a tremare con quei giocattoli che tanta parte hanno avuto nel corso della storia del cinema degli ultimi tre lustri. E se questo accade anche quando si è perfettamente consci di ciò a cui si sta assistendo, del target per il quale è pensato e dell’indole che lo ha creato e lo guida, allora vuol dire davvero che si ha a che fare con l’ennesimo, splendente tassello di una filmografia al momento davvero inattaccabile.

Probabilmente non avremo più occasione in futuro di trovarci a tu per tu con i turbamenti sentimentali e psicologici di questo mondo di pezza, plastica e accessori, ma è giusto così: il sapore agrodolce di Toy Story 3, nella sua armoniosità conclusiva, è assai più gustoso dell’inutile e intestardito replicarsi delle saghe della Dreamworks, con l’orco Shrek, il panda Po e i viziati animali newyorchesi tornati nella natia Africa a piombare ciclicamente sullo schermo. A tal proposito, in conclusione ci sembra giusto far notare come i tre capitoli di Toy Story siano stati spalmati, con intelligente progettualità, nell’arco di quindici anni: quel che significa conoscere il senso dello spazio e del tempo e, cosa ancor più rara, il potere annichilente del cinema.

Info
Il sito ufficiale di Toy Story 3.
Toy Story 3 su facebook.
Il trailer di Toy Story 3.
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