Butterfly Zone – Il senso della farfalla

Butterfly Zone – Il senso della farfalla

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Luciano Capponi esordisce alla regia con Butterfly Zone – Il senso della farfalla, strano ibrido che cerca di tenere insieme il fantasy, l’horror, il grottesco, la commedia all’italiana, e anche un nonsense insistito. Il risultato appare pasticciato, e per quanto gli attori sembrino divertirsi un mondo questa euforia non viene mai trasmessa allo spettatore.

Ineluttabile velleità della defecatio

Vladimiro, insieme all’amico Amilcare, scopre nella cantina del padre morto un vino che ha il potere di condurre nell’Aldilà, aprendo una porta che sembra a doppio senso di marcia. Nei loro viaggi di ‘esplorazione’, che diventano via via sempre più consapevoli, riportano in vita un inquietante serial killer. Morti violente e rituali misteriosi coinvolgono nel gioco un Dipartimento di Sicurezza Nazionale deviato e un’organizzazione occulta che cerca di impossessarsi del segreto. [sinossi]
Sai chi semo noi?
Siamo orfani industriali.
Amilcare a Valdimiro, Butterfly Zone

Non si può certo dire che per il suo esordio nel lungometraggio Luciano Capponi abbia scelto di allinearsi alla prassi produttiva italiana: il suo Butterfly Zone – Il senso della farfalla, che approda nelle sale italiane (pochine in verità, una ventina) a un anno di distanza dalla vittoria del Premio Méliès, assegnato dal Fantafestival di Roma al miglior film fantasy in competizione, è un’opera straordinariamente ondivaga, in grado di spaziare dal riso al pianto, dal fantasy all’horror, trascinando con sé rimasugli di commedia all’italiana, ipotesi vagheggianti di grottesco, illuminazioni nonsense e scaturigini impazzite di surrealismo. In un panorama che guarda con notevole sospetto nei confronti del genere duro e puro, un film come questo rischia davvero di essere trattato alla stessa stregua degli untori nella Milano del 1630.
Difficile è in effetti l’operazione di classificazione di Butterfly Zone: non solo per la sua già citata abitudine a muoversi in completa libertà nel panorama cinematografico contemporaneo, ma proprio per la sua stessa essenza primigenia. A fronte di un soggetto straordinariamente complicato, soprattutto per via dell’innumerevole pletora di personaggi principali e secondari che si affollano sullo schermo nel corso dello svolgimento del film, si ha netta l’impressione di una materia improvvisata quasi nella sua interezza: anche la più costruita delle inquadrature, persino la sequenza architettata con maggior cura, trattiene in sé un tale senso di episodico, da portare ulteriore scompiglio e spaesamento nella mente dello spettatore. Non si è mai stati fautori di un cinema didascalicamente “semplice”, ma c’è da dire che il bailamme messo in piedi da Capponi per la sua prima creatura cinematografica avrebbe con ogni probabilità meritato una mano meno personale.

La storia di Amilcare e Vladimiro, amici di vecchia data che trovano nel vino curato dal padre morto del secondo una via d’accesso all’Aldilà, finisce ben presto per ingarbugliarsi a tal punto da condurre inevitabilmente il pubblico allo sbadiglio. Tra servizi segreti deviati, associazioni esoteriche dedite al culto degli alieni, serial killer schizofrenici e iracondi che tornano dalla morte per continuare la propria opera di assassini, e chi più ne ha più ne metta, Butterfly Zone finisce per incagliarsi, arenandosi quasi subito; anche perché il tono tra il beffardo e il serioso che Capponi vorrebbe fosse il tratto distintivo del film, non riesce a reggere fino alla fine, scadendo da un lato nella semplice battuta (e, di quando in quando, infantilmente volgare), e dall’altro trovandosi invischiato in un ginepraio filosofico intellettuale che non sembra minimamente in grado di controllare. Gli attori, lasciati in pratica alla loro mercé, si abbandonano all’eversione, distruggendo e ricostruendo i personaggi a ogni sequenza: un’idea affascinante, perfino rivoluzionaria – per quanto derivativa – ma che non aiuta di certo un’opera che al contrario avrebbe dovuto poter contare su una qualche solidità. Tutto, al contrario, si fa friabile e modellabile, neanche ci si trovasse faccia a faccia con il caos primigenio: ciò che ne viene fuori è un prodotto esageratamente illogico, privo di una reale grazia illuminata dai lampi del genio e sovente al contrario avvizzito da un pedante citazionismo (La persistenza della memoria di Salvador Dalí, tanto per fare un esempio) che appesantisce ulteriormente un marchingegno già di per sé bolso e stanco.

Dispiace, perché le potenzialità per portare a termine un’opera sanamente fuori dagli schemi c’erano tutte: forse a Capponi (uomo poliedrico, che ha attraversato l’intera industria artistica degli ultimi quarant’anni, dalla radio alla televisione, dal teatro la cinema) sarebbe utile un incontro con il cinema degli esordi di Eros Puglielli, e in particolare con opere come Il pranzo onirico e Armageddon. Esempi, quelli sì, di straordinario surrealismo poco incline a piegarsi alle regole del mercato e alle logiche della prammatica cinematografica – e in Butterfly Zone fa brevemente capolino il sempre eccellente Cristiano Callegaro, che dei cortometraggi appena citati è insuperabile protagonista. Resta solo il tempo per ammirare un cast folle e illogico almeno quanto la sceneggiatura, con un sorprendente Patrizio Oliva, di fronte al quale ci si ritrova nuovamente spiazzati. Loro in scena sembrano divertirsi un mondo, ma l’impressione è quella di assistere a un gioco privato, al quale non si è stati invitati e del quale non si conoscono le regole. Peccato.

Info
Butterfly Zone – Il senso della farfalla sul sito di Filmitalia.

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