Venezia 2010 – Presentazione

Venezia 2010 – Presentazione

Se sulla carta la lista degli assenti sembra davvero lunga, la Mostra di Venezia 2010 appare anche come un terreno di aperta sperimentazione, per niente facile da classificare. Meno affascinante semmai è il blocco del cantiere per il nuovo Palazzo del Cinema causa ritrovamento di amianto.

Nota introduttiva: il cantiere in cui si stava portando avanti il progetto del nuovo Palazzo del Cinema è stato bloccato per imprevisto ritrovamento di amianto nel terreno. Il termine dei lavori slitta così ulteriormente di alcuni mesi, probabilmente fino alla primavera del 2012.
Quando nel palinsesto di un festival cinematografico ci si sofferma malinconicamente a fare la somma degli assenti, di solito non è un segno positivo. Se questi assenti più o meno giustificati rispondono ai nomi di Terrence Malick, John Carpenter, John Landis, Satoshi Kon e David Fincher il rischio di lasciarsi andare alla più totale disperazione non è poi certo da sottovalutare. Come si sarà capito, nel corso della sessantasettesima edizione della più antica kermesse cinematografica mondiale non ci dovrebbe essere spazio per nessuno dei sopra citati signori: mantenere un tono ipotetico è quantomai consigliato, vista l’abitudine della direzione di Müller di arricchire il programma con improvvisi quanto spesso e volentieri salvifici “film a sorpresa”. Eppure, nonostante le dolorose assenze, l’impressione è quella di avere a che fare con una delle Mostre meno facilmente classificabili degli ultimi decenni, sballottata com’è tra ipotesi di genere, derive autoriali e (in)attesi vagiti di insubordinazione sperimentale.

Per rendersi conto di quanto e in quale forma ciò sia vero basterà farsi un giro tra i ventitré titoli scelti per il concorso ufficiale: l’oramai arcinoto thriller psicologico Black Swan di Darren Aronofsky e Pablo Larraín che in Post Mortem torna a confrontarsi con la tragedia del golpe contro il presidente Allende dopo l’interessante e crudo Tony Manero; il fluviale Noi credevamo di Mario Martone (tre ore e mezza di durata) e l’asciutta brevità di Promises Written in Water di Vincent Gallo con protagonista Sage Stallone, figlio trentaquattrenne di ‘Sly’; il ritorno al Lido di Abtellatif Kechiche (Venus Noire) e Sofia Coppola (Somewhere). Una selezione libera, priva di preconcetti, apparentemente destinata a contraddirsi giorno dopo giorno, film dopo film, in un confronto faccia a faccia tra opere che difficilmente altrove avrebbero spazio e tempo per dialogare l’una con l’altra: una sottile eversione, che non ha paura di mostrare il volto più sanamente cinefilo, riportando sotto la luce dei riflettori nientemeno che Monte Hellman, tra gli autori simbolo dell’indipendenza a stelle e strisce statunitense, a ventuno anni dal misconosciuto Silent Night, Deadly Night 3, con l’attesissimo Road to Nowhere.

E sono proprio le selezioni statunitensi e asiatiche, a conti fatti, a rappresentare l’asse portante dell’intera Mostra di quest’anno: se il sud-est asiatico, con particolare riferimento alle cinematografie cinese (sia dell’area mandarina che di quella cantonese) e giapponese, è da sempre il fiore all’occhiello delle edizioni dirette da Müller (è stato lui stesso, durante la conferenza stampa, a definirsi “organizzatore di festival sinologo”), rinforzato quest’anno da presenze del calibro di Takashi Miike, Tsui Hark e Tran Anh Hung, c’è da dar merito a Giulia D’Agnolo Vallan per aver messo insieme una pattuglia d’oltreoceano decisamente eterogenea, in grado di intersecare il “nuovo” al “vecchio”. Si è detto di Monte Hellman e Aronofsky, di Vincent Gallo e della Coppola, ma per chiarire ulteriormente il concetto basterà mettere sullo stesso piatto della bilancia Kelly Reichardt, straordinaria cineasta – River of Grass, Old Joy e soprattutto lo straziante Wendy and Lucy le frecce al suo arco – lontana anni luce dalle luci di Hollywood, e Julian Schnabel che con le stesse luci continua a flirtare variando di volta in volta il grado di passione.

Ma il festival non si esaurisce certo tutto nel Concorso! Cosa dire della serata inaugurale che prevede, al di là di Black Swan, l’imperdibile doppietta action composta da Legend of the Fist: The Return of Chen Zhen di Andrew Lau e da Machete di Robert Rodriguez? Un Fuori Concorso perfino sovraffollato, nel quale sarà necessario farsi largo tra Marco Bellocchio (Sorelle Mai), Stanley Kwan (Showtime), le avventure in 3D messe in piedi dai fratelli Pang (The Child’s Eye) e da Takashi Shimizu, che abbandona finalmente il trito e ritrito The Grudge per portare a termine The Shock Labyrinth, il Vallanzasca/Kim Rossi Stuart diretto da Michele Placido, Mani Ratman (Raavanan, proposto curiosamente sia in versione tamil che in versione hindi), il maestro Jan Švankmajer (Surviving Life) e John Turturro (Passione), Zhang Yuan che si dà all’animazione, seppur per un cortometraggio (Space Guy), e Martin Scorsese documentarista in co-regia con Kent Jones in A Letter to Elia. Vi gira la testa? Fermatevi un attimo, giusto il tempo per riprendere fiato di fronte a Reign of Assassins di John Woo e al secondo Miike del festival, Zebraman 2 (verrà proiettato, per dovere di completezza, anche il primo capitolo del 2004, con Miike che dunque si ritrova con ben tre titoli al Lido, record spartito con Carlo Mazzacurati, presente con due film nella selezione ufficiale e uno, lo storicizzato Notte italiana, nella Settimana della Critica).

Ma è forse nel magmatico calderone di Orizzonti che l’idea di festival del direttore e del suo entourage si materializza realmente: un flusso di corpi cinematografici difformi tra loro per indole, formato, durata, senso, appartenenza al genere, struttura. Un flusso continuo e ininterrotto, che si fa letteralmente beffe della prassi solitamente accettata in modo tacito in queste occasioni: una scelta coraggiosa che ci troviamo ad applaudire preventivamente, sempre consapevoli che la reale consistenza andrà testata sul campo, tra poco più di un mese.
Trenta giorni in cui ci sarà sicuramente tempo per lasciarsi prendere la mano dal demone della polemica, come quella montata nella querelle sorta tra la Mostra e Pupi Avati, lasciato a sorpresa fuori dalla selezione, a favore dell’inserimento di altri titoli, primo fra tutti l’atteso esordio nel cinema fictionale di Ascanio Celestini con La pecora nera: noi speriamo francamente di restare immuni a questo virus, perché un evento multiforme e culturale come quello proposto al Lido nella prima decade di settembre merita riflessioni e speculazioni a 360°, ma senza mai dimenticare l’essenza di cui è composto, vale a dire il cinema. Sarebbe piuttosto utile scagliarsi contro una politica farraginosa, in cui la cultura è vista troppo spesso come una mangiatrice a ufo, sperperatrice dei beni dello Stato: è lì che probabilmente risiede ancora una volta la più grande falla del sistema. I film potranno o meno convincere, si potranno versare lacrime amare sull’esercito degli assenti, ma solo quando verrà risolto alla radice il problema politico che affligge il nostro ministero ai beni culturali, si potrà esser certi di aver intravisto la luce alla fine del tunnel. Amianto permettendo…

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