Norwegian Wood

Norwegian Wood

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Norwegian Wood, adattamento del romanzo di Haruki Murakami firmato da Anh Hung Tran, è un’opera diseguale. Affascina ma non riesce a evitare cadute nella banalità. In concorso a Venezia nel 2010.

Avere vent’anni

Tokyo, 1967: Watanabe, giovane studente universitario, serio e tranquillo ma insicuro nelle sue relazioni personali, si affeziona a Naoko, una giovane bella e introversa che conosce dagli anni delle superiori. Ma la loro passione reciproca è attenuata dalla tragica morte del loro migliore amico Kizuki, avvenuta alcuni anni prima. Watanabe avverte l’influenza della morte dappertutto, mentre per Naoko è come se una parte integrante di se stessa si fosse perduta per sempre. La notte del ventesimo compleanno di Naoko, fanno finalmente l’amore. Tuttavia, poco dopo Naoko decide di lasciare gli studi. È così che Midori, una ragazza che è l’esatto opposto di Naoko – estroversa, vivace, incredibilmente sicura di sé – entra nella vita di Watanabe… [sinossi – Venezia 67]
I once had a girl or should I say she once had me
John Lennon, Norwegian Wood (1965)

Il nuovo film di un regista in grado di vincere il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia con la sua opera seconda. L’adattamento del romanzo più celebre di uno degli scrittori giapponesi maggiormente apprezzati del secondo dopoguerra. Una produzione in grande stile, in grado di coinvolgere personalità da tutto il mondo. L’ingresso nel concorso ufficiale della sessantasettesima edizione della kermesse lagunare.

Alla luce di quanto appena scritto, diventa persino superfluo specificare quale potesse essere il carico di attese che gravava qui al Lido intorno a Norwegian Wood, quinto lungometraggio dal regista vietnamita di nascita ma francese d’adozione Tran Anh Hung (che a Venezia trionfò nel 1995 con Cyclo), tratto dall’omonima fatica letteraria di Haruki Murakami, edito nel 1987 e approdato in Italia all’inizio degli anni novanta con l’incomprensibile titolo Tokyo Blues – il titolo originale è stato ripristinato nella penisola solo nel 2006, quando il volume ha abbandonato i tipi della Feltrinelli per una nuova edizione a cura della Einaudi. Non c’è dubbio che la sceneggiatura, portata a termine dallo stesso cineasta, si dimostri piuttosto fedele dell’originale: è vero, nel film manca completamente l’ambientazione che fa da cornice all’intero racconto, vale a dire l’aereo atterrato ad Amburgo dove il protagonista viene ricondotto con la mente agli eventi di diciassette anni prima grazie all’ascolto della splendida canzone scritta da John Lennon per i Beatles che dà il titolo al romanzo, ma a parte ciò gli accadimenti che Tran trascina davanti agli occhi del suo pubblico ricalcano con una certa precisione quelli narrati da Murakami.

Si ha dunque modo di fare la conoscenza con Watanabe, giovane che ha conosciuto la morte ancora adolescente attraverso il suicidio del suo migliore amico, e che è da sempre innamorato della ragazza di quest’ultimo, Naoko, ora costretta a combattere con un esaurimento nervoso che arriva a sfiorare la vera e propria schizofrenia. Tran mette in scena Norwegian Wood ricorrendo a una regia riflessiva, apparentemente più interessata al panorama in cui i protagonisti si muovono che alle loro pulsioni naturali. Nell’architettura narrativa impostata, Tran si adopera a rendere palese un distacco emotivo, ma anche empatico, rispetto agli amori, alle morti, alle delusioni e alle speranze che racconta. Se questo punto di vista sembra a tutta prima adatto a cogliere i silenzi di  cui è pervaso il film – nessuno dei personaggi spreca mai le parole che si trova a maneggiare, in un percorso del rimosso che era anche uno dei punti di forza del romanzo – a lungo andare si ha la netta impressione che nel voler asciugare un marasma emozionale carico, e a forte rischio trabocco, il regista abbia finito per perdere le coordinate stesse della pellicola. Della travagliata esistenza di Watanabe, Naoko, Midori (l’altra ragazza di cui è innamorato il protagonista) e Nagasawa perviene a noi ogni minima sfumatura, eppure svuotata di qualsiasi anima. Anche gli infiniti dettagli naturalistici, incollati a forza tra un segmento narrativo e l’altro (l’opilio che si arrampica tremebondo tra le spine di una pianta, tanto per fare un esempio), confermano la volontà da parte del regista di non partecipare direttamente con il proprio occhio, ma di osservare il tutto a debita distanza, indagando sull’umana natura con lo sguardo dell’entomologo piuttosto che con quello del sociologo o del poeta. Legittimo, ovviamente, ma forse poco funzionale per un’opera che rischia così di non possedere né la forza deflagrante di un grande affresco melodrammatico, né l’acume sociologico di una composita lettura della realtà giapponese a cavallo tra gli anni sessanta e settanta (per colpa anche di alcune scelte di sceneggiatura non troppo condivisibili, su tutte l’inutile ridondanza con cui è gestita la morte di Naoko e la successiva elaborazione del lutto di Watanabe). Apprezzabile e coerente, al contrario, la decisione di lasciare le proteste studentesche dello Zengakuren sullo sfondo, paradigma perfetto di un’epoca storica frastagliata e confusa per l’arcipelago nipponico.

Ma la nota più positiva dell’intero progetto, oltre a un’intelligente e filologicamente precisa colonna sonora (con i brani originali affidati alle cure di Jonny Greenwood dei Radiohead, già alle prese con l’ottima OST di There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, e l’aggiunta di un profluvio di canzoni dei Can), riguarda senza dubbio il cast: Ken’ichi Matsuyama (Bright Future di Kiyoshi Kurosawa, Linda Linda Linda di Nobuhiro Yamashita), Rinko Kikuchi (The Brothers Bloom di Rian Johnson, Assault Girls di Mamoru Oshii), l’esordiente Kiko Mizuhara, Kengo Kora (Sad Vacation di Shinji Aoyama, Fish Story di Yoshihiro Nakamura, Kanikosen di Sabu) e Tetsuji Tamayama (Kyashan e Goemon di Kazuaki Kiriya) rappresentano alcuni dei volti migliori della nuova generazione di attori. Ciò che davvero dispiace è che il loro sforzo in questo caso non sempre sia stato valorizzato. Ammaliante e al contempo anaffettivo, Norwegian Wood è un film a metà, dal quale è difficile essere sedotti fino in fondo.

Info
Il trailer di Norwegian Wood.
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