Oki’s Movie

Oki’s Movie

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A pochi mesi da Ha ha ha, presentato al Festival di Cannes, il cineasta sudcoreano Hong Sangsoo arriva a Venezia con un altro mirabile film, Oki’s Movie, che è allo stesso tempo un perfetto saggio meta-cinematografico.

Il cinema (d’autore) in 3D

Ok-hui-ui yeonghwa è composto da quattro episodi. In ciascuno appaiono gli stessi tre protagonisti, con ruoli diversi ma sovrapponibili. L’ultimo, Oki’s Movie, è la storia di Oki, una studentessa di cinema che ha girato un film su due uomini con cui è uscita, uno giovane, l’altro molto più anziano. A un anno di distanza si è recata in gita sul monte Acha prima con l’uno e poi con l’altro. Nel suo film, ha realizzato una ricostruzione cinematografica delle due diverse esperienze, raffrontandole luogo per luogo: il parcheggio, l’ingresso, un piccolo padiglione, i gabinetti pubblici, il ponte di legno e l’ascesa verso la montagna. Vediamo nei particolari le analogie e le differenze tra le due esperienze. Attraverso questa composizione ci rendiamo conto di stare osservando un quadro d’insieme del rapporto di Oki con i due uomini… [sinossi]

In un cinema che spesso si impaluda, cercando forse di inseguire o di afferrare il reale (o una sua sottospecie), nella raffigurazione di forme sentimental-erotiche alternative o pseudo tali (rimanendo a Venezia 2010, i terribili Drei e Happy Few), c’è un regista che da anni ormai continua a delinearne stupendamente contorni e sfumature, con un tratto di pennello libero e non ingombrante e senza alcuna pena di invischiarsi negli stereotipi e nei luoghi comuni. Quel regista è Hong Sangsoo, un cinquantenne coreano timido e riservato che non ha fanzinari in giro per il mondo che aprono blog in suo nome, e che in sostanza in pochi considerano, al contrario di molti suoi compaesani sempre accolti con l’onore che si concede ai maestri.
Ed è ancor più impressionante pensare come Hong Sangsoo (classe 1960) sia il regista meno considerato della sua generazione, se pensiamo a come vengono trattati i vari Park Chan-wook (1963) e Kim Ki-duk (1960) ma anche Im Sang-soo (1962) o al limite Bong Joon-ho (1969): è un fatto, evidentemente, di marketing e di buone conoscenze, di amichetti in Europa pronti a celebrarti su giornali, riviste e libri e di festival che sanno sempre trovarti la giusta collocazione in programma.
Seppur amato, comunque, da un manipolo di critici, Hong Sangsoo sconta un qualcosa che lo ha allontanato dalle grandi competizioni (in Concorso a Cannes nel 2004 con Woman Is the Future of Man e l’anno successivo con Tale of Cinema, nel 2008 a Berlino con Night and Day), dove non ha mai ottenuto assolutamente nulla, per esser piazzato tra gli sperimentali, gli alternativi, gli sfigati e i rompiballe (Un certain regard e Quinzaine des realisateurs a Cannes, Orizzonti a Venezia). Magari gli manca un ufficio stampa con gli attributi, sta di fatto che Hong Sang-soo continua a dirigere grandi film, mezzi capolavori leggerissimi, dove non trovi assolutamente quei fiotti di sangue che tanto piacciono del cinema coreano e forse sarà proprio questa la sua colpa, quella di “non” essere un regista coreano a tutti gli effetti, magari di non gingillarsi con aghi e martelli.

Fresco di presentazione cannense del suo Ha ha ha, dove il tono leggero lascia spazio nel finale a una vena malinconia piuttosto evidente (tanto che per certi versi è sembrato un ritorno al meraviglioso Woman on the Beach), Hong sangsoo sbarca pochi mesi dopo a Venezia con Oki’s Movie, ennesimo tassello di un cinema spesso etichettato semplicemente come figlio naturale della Nouvelle vague (non che non sia vero, ma come tutte le etichette è piuttosto limitata come definizione).
Al centro della storia, come sempre nient’altro che un semplice e risibile spunto narrativo, un triangolo amoroso che è più però un ritratto di due sessi che non si intendono, che vivono amori cagionevoli e brevi come le stagioni, e che soprattutto vengono spesso e volentieri “sdoppiati” meta-cinematograficamente. Il cinema è infatti per Hong il mezzo con il quale scardinare l’abominio dei sessi, e del maschio in particolare (ecco l’altro punto dove forse gioca l’anti-coreanità di Hong, soprattutto in relazione al maschilismo endemico del cinema, e della società, coreane…) che da lui è sempre visto come un essere meschino e inadatto, futile e superficiale, narciso anche.

Nel cinema sempre uguale a se stesso eppure così diverso di Hong, sono le variazioni (cinque come von Trier/Leth? Forse di più…) a rendere manifesto il gioco e lo studio che Hong compie con mirabile attenzione da anni, nello scavo psicologico delle contraddizioni umane sulle quali poggia il tenue velo di uno stile mai invadente e ragionato. Nell’apparente previdibilità dell’opera dunque Hong si inserisce dissezionando i piani (temporali, narrativi, spaziali…) dei suoi film, fornendo vie di fuga imprevedibili a situazioni chiuse e cristallizzate, anche grazie all’uso che fa dello zoom (velocissimo a tratti, lentissimo in altri, ma sempre come una discesa in campo dell’occhio in mezzo agli uomini, come per mischiarcisi indelebilmente per poi ripartire, effettuare l’ennesimo grande scarto) e che davvero lo distingue da gran parte del panorama cinematografico contemporaneo. Come rasoi i suoi zoom, dicevamo, dissezionano i personaggi, aprono ferite lievi, squarci, lampi, e soprattutto specchi attraverso i quali guardare ed essere guardati. È tutto lì (qui) il gioco di Hong, guardare con il cinema e attraverso di esso, forse l’unico cineasta al mondo che gira in 3D senza rimarcarlo nel titolo.

Ma Oki’s Movie è anche – paradossalmente – il film di Hong Sangsoo più teorico, pur non avendo nulla di teoria, se non immagini di corpi in movimento. Stavolta il suo sguardo ondivago, questo rondò di storie e occhi che si intrecciano, questa trasparenza inaudita e muta e compassata, è come se si mettesse di traverso, forse per sbirciarsi a uno specchio come quando si controlla che i capelli siano a posto. Non si compiace, per carità, ma (il cinema di) Hong si mette in scena con la solita radicale semplicità, dichiarandone esplicitamente alcuni principi (“la forma è importante” dice il regista del film nel film, ma anche “nella vita le cose si ripetono ma noi non ce ne accorgiamo”) e suggerendone altri (le immagini non possono restituire il tutto) come non aveva mai fatto. E con la solita beffarda ironia si è divertito a far aprire e chiudere tutti e quattro gli episodi da cui è composto questo Oki’s Movie con la marcetta di Elgar Pump and circumstance, dove convivono inopinatamente il tono marziale (pump) e quello del caso (circumstance): specchio riflesso del suo cinema, dove alcune rigide regole sembrano governate dal caos, ma anche sublime canzonatura dello studio del cinema, o meglio del suo insegnamento (negli Stati Uniti la marcia di Elgar viene utilizzata alla consegna dei diplomi nei college). Nell’ultimo capitolo, infatti, scopriamo che il film non è altro che il lavoro di diploma della stessa Oki, la protagonista della pellicola. Come dire, questo film lo farebbe anche un ragazzo. Forse…

Info
Il trailer di Oki’s Movie su Youtube.
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