Showtime

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Showtime non è solo l’opera minore di un regista che ha improvvisamente calibrato male i propri colpi, ma appare piuttosto come una dimostrazione di comodità intellettuale da parte di Stanley Kwan, che sembra accettare i più biechi retaggi del cinema commerciale della Mainland China.

Ballando ballando

Shanghai vista dalla prospettiva di un’accademia di recitazione dove due troupe – una trasportata nel tempo dagli anni Trenta a oggi, l’altra contemporanea – sono costrette a lavorare insieme per allestire uno spettacolo. Se però la prima si concentra su competenze fondamentali e tecniche tradizionali, la seconda mira alla performance e all’espressione di sé. [sinossi]

La prima impressione, una volta usciti dalla proiezione di Showtime di Stanley Kwan, è quella di essere stati protagonisti in prima persona di un’allucinazione collettiva; una volta accettata la realtà di quanto avvenuto, non si può che essere colti da una profonda incredulità. La presenza di un autore come Kwan alla Mostra del Cinema si era segnalata, fin dalle prime anticipazioni sulla selezione, come una certezza: anche se il cineasta hongkonghese mancava dalle scene internazionali dal 2005, quando presentò sempre al Lido il suo splendido melodramma Everlasting Regret, nessuno sarebbe mai stato in grado di prevedere una débâcle dalle dimensioni così catastrofiche.

Showtime non è solo l’opera minore di un regista che ha improvvisamente calibrato male i propri colpi, ma appare piuttosto come una dimostrazione di comodità intellettuale: nella confusionaria storia dei sei “prodigiosi”, attori e danzatori della Cina del 1936 sputati via nello spazio tempo fino alla Shanghai del 2009 da una maledizione non meglio precisata, e che per tornare nella loro realtà devono riuscire a mettere in piedi la bellezza di dodici fedeli seguaci, si respira a pieni polmoni un odore stantio, carico di vecchiume, di improvvisazione e di prona accettazione dei più biechi retaggi del cinema commerciale della Mainland China. Kwan, che aveva ammaliato nel corso dei decenni con uno stile rigoroso e al contempo passionale, capace di trasudare melodramma dal minimo dettaglio, si abbandona in Showtime alle timbriche di un cinema avvezzo alla modernità ma che pretenderebbe di guardare alla tradizione con spirito puro e sincero. Anche per questo motivo acquista maggiore gravità la constatazione di come sia proprio la parte narrativa dedicata al 1936 a lasciare particolarmente stupefatti: basterebbe il solo personaggio di Natasha, fantomatica erede degli zar sopravvissuta ai giorni della Rivoluzione d’ottobre, con quegli impossibili occhi a mandorla e la perfetta parlata putonghua (come è ufficialmente conosciuto in Cina il mandarino standard), per palesare i gravi limiti di un’operazione come quella portata avanti da Kwan. Prodotto raffazzonato e tecnicamente discutibile (nonostante le onorevoli maestranze coinvolte, su cui ci sarà modo di soffermarsi in seguito), Showtime è a suo modo un oggetto particolarmente esemplificativo della direzione, assai discutibile, che sta prendendo parte della produzione cinematografica a Pechino e dintorni. Se la metafora del tempo riscritto dalla continua palingenesi cui è costretta la Cina contemporanea, creatura pluricefala tesa verso un liberalismo neo-capitalista dalle fogge a dir poco personali, è appena percepibile, schiacciata com’è da una verve narrativa chiassosa e inconcludente, i personaggi sembrano ricalcare uno stereotipo su cui negli ultimi anni si è adagiata una fetta consistente della produzione mainstream. Quel che resta è una banale e contorta storia di amicizia e “magia”, priva però tanto del potere della malinconia quanto di quello dell’affezione e dello stupore. Un’opera senza capo né coda, nelle cui trame la città di Shanghai rimane sfondo immobile e del tutto non necessario, e che regala almeno tre o quattro sequenze degne di un cult-movie del cinema trash: le evoluzioni della ditta di pulizie, il tanto atteso balletto finale, unico viatico per permettere ai viaggiatori del tempo di ritrovare il loro maestro rimasto indietro nel 1936,  istanti di cinema che lasciano a bocca aperta. Perché scorgervi alle spalle la mano, altrove sicura, elegante e ispirata, di Stanley Kwan, è davvero qualcosa che ha a che fare con il “prodigioso”.

Quasi quanto riuscire a credere che questo prodotto dozzinale e pasticciato sia stato partorito da Kwan in compartecipazione con personalità del calibro di Christopher Doyle (direttore della fotografia anche per Wong Kar-wai, Gus Van Sant, Pen-ek Ratanaruang, Jim Jarmusch, Zhang Yimou, Fruit Chan) e William Chang (montatore e scenografo, immancabile collaboratore sempre di Wong Kar-wai). Un caduta rovinosa, dalla quale è obbligatorio rialzarsi al più presto, con la speranza che Showtime non rappresenti il primo vagito di una nuova fase della carriera di Stanley Kwan. L’incredulità si trasformerebbe in disperazione.

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