La pecora nera

La pecora nera

di

Presentato in concorso a Venezia 2010, La pecora nera rimane in bilico perenne su quel crinale che divide la fiaba dalla terracea messa in scena della realtà. In questo senso i gesti e le reiterazioni verbali – proprie, queste ultime, del bagaglio poetico di Celestini – che da principio appaiono come un corpo staccato dal resto della pellicola, acquistano minuto dopo minuto un valore indispensabile, carichi come sono di quella buffa tragedia, o tragica risata, che raffigura a ben vedere l’anima più intima e profonda del film.

Nostra Signora dei deficienti

“Il manicomio è un condominio di santi. So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo”. Così ci racconta Nicola i suoi trentacinque anni di “manicomio elettrico”, e nella sua testa scompaginata realtà e fantasia si scontrano producendo imprevedibili illuminazioni. Nicola è nato negli anni sessanta, “i favolosi anni sessanta”, e il mondo che lui vede dentro l’istituto non è poi così diverso da quello che sta correndo là fuori – un mondo sempre più vorace, dove l’unica cosa che sembra non potersi consumare è la paura. [sinossi – Venezia 67]

Potrà anche apparire incredibile, ma da quando sono stati ufficializzati i titoli destinati a prendere parte alla sessantasettesima edizione della Mostra di Venezia, gli organi di stampa italiani si sono espressi nei confronti de La pecora nera facendo quasi esclusivamente riferimento al supposto scippo del posto, nel concorso ufficiale, al nuovo film di Pupi Avati. Stranezze tipiche del giornalismo italiano, ma che rischiano (loro malgrado?) di fare non poco torto all’opera d’esordio, per quanto riguarda regie di narrazioni di finzione, di Ascanio Celestini.
Personaggio tra i più rappresentativi della scena teatrale contemporanea italiana, autore di monologhi taglienti e dalla narrazione aneddotica quanto complessa, popolare ed elegante allo stesso tempo, Celestini aveva già dato prova di ottima comprensione della macchina cinema e delle sue potenzialità ponendo la firma in calce a Parole sante (2007), documentario in cui vengono distillate puntuali pillole di lotta di classe dando voce al collettivo auto-organizzato dei lavoratori precari dell’Atesia, il più grande call center italiano. Per tutti coloro intenzionati ad avanzare dubbi sulla tenuta interpretativa dell’attore romano nel passaggio dal proscenio al set, basterà invece andarsi a recuperare il breve intervento di Celestini in Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, nei panni del prete del seminario. Il prete, il matto, l’operaio: anche nelle scelte dei personaggi che Celestini si è via via cucito addosso è possibile cogliere i sintomi di un pensiero libero, profondamente politico – nell’accezione più alta e “pura” che può acquistare il termine – a dir poco inattuale nei miserabili tempi del disimpegno in cui sta sguazzando la penisola italiana da un ventennio a questa parte. E non importa se l’arma usata per scardinare le sozzure del sistema sia il teatro, il cinema o la pagina scritta.

Non è certo un caso che La pecora nera sia stato di tutto un po’: spettacolo teatrale, nel 2005, romanzo, e ora opera cinematografica. Il rischio era che lo stile folgorante con cui Celestini è in grado di conquistare letteralmente il pubblico a teatro, attraverso un uso della dialettica del tutto originale, che fa del monologo una sottile forma di polifonia, si disperdesse a contatto con una materia, come quella cinematografica, che non fa della performance il proprio asso nella manica. È dunque interessante rimarcare come sia proprio la messa in scena dei corpi che occupano lo schermo a rappresentare uno dei massimi punti di forza de La pecora nera.
In un percorso spazio-temporale slegato e difforme, con il nostro protagonista, il bambino cresciuto nel manicomio in cui ha trovato la morte sua madre, ora adulto razionale e schizofrenico allo stesso tempo, a guidare le fila di un’umanità reietta eppure sincera, disgustosa sia in senso materiale (i peti, il vomito, i ragni e lo sterco di pecora usati come cibo) che etico (i terribili fratelli del bambino, pecorai laidi e senza scrupoli), è possibile rintracciare le coordinate di un cinema civile che non si lascia sedurre dalla spocchiosa retorica della “verità”. Tutt’altro, La pecora nera rimane in bilico perenne su quel crinale che divide la fiaba dalla terracea messa in scena della realtà. In questo senso i gesti e le reiterazioni verbali – proprie, queste ultime, del bagaglio poetico di Celestini, come potrà confermare chiunque abbia dimestichezza con il suo teatro – che da principio appaiono come un corpo staccato dal resto della pellicola, quasi si trattasse di un modo per non staccare il cordone ombelicale che ancora lo lega alla sua esperienza sul palcoscenico, acquistano minuto dopo minuto un valore indispensabile, carichi come sono di quella buffa tragedia, o tragica risata, che raffigura a ben vedere l’anima più intima e profonda del film. Un cast in grandissima forma, guidato proprio da un superbo Celestini e che comprende anche Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis e il giovane Nicola Rignanese (assai gustosa la comparsata della scrittrice Igiaba Scego), coadiuva un esordio alla regia che non può e non deve passare inosservato. Perché, al di là di quelle piccole sbavature che di quando in quando fanno capolino (la morte del povero Pancotti Maurizio è forse francamente eccessiva, anche in un contesto del genere), La pecora nera è un prodotto originale, estraneo agli schemi stantii del cinema nostrano, pungente, dissacrante eppure dolorosamente umano.
Alieno, come le donne marziane che vengono sulla terra per leccare gli uomini, e che poi scompaiono (chissà come, chissà dove) nel buio della notte in campagna.

Info
Il trailer de La pecora nera.
  • La-pecora-nera-2010-Ascanio-Celestini-02.jpg
  • La-pecora-nera-2010-Ascanio-Celestini-03.jpg
  • La-pecora-nera-2010-Ascanio-Celestini-04.jpg
  • La-pecora-nera-2010-Ascanio-Celestini-05.jpg
  • La-pecora-nera-2010-Ascanio-Celestini-06.jpg
  • La-pecora-nera-2010-Ascanio-Celestini-07.jpg
  • La-pecora-nera-2010-Ascanio-Celestini-08.jpg

Articoli correlati

  • In Sala

    Viva-la-sposaViva la sposa

    di Celestini torna a Venezia con Viva la sposa, secondo lungometraggio di finzione presentato alle Giornate degli Autori. Un film che cerca di raccontare troppo e che cala forzatamente nel Quadraro gentrificato personaggi cittiani e pasoliniani.
  • In sala

    Io sono tempesta RecensioneIo sono tempesta

    di Un buono spunto e uno sviluppo incerto, anche Io sono Tempesta di Daniele Luchetti cade nell'incancrenito problema della commedia italiana odierna. La vittima principale poi, è sempre quella: il grottesco, rimpianto e costantemente rimosso dal nostro cinema, anche quando sembra cercarlo.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento