Malavoglia

Malavoglia

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Con Malavoglia Pasquale Scimeca affronta uno dei caposaldi della letteratura verista per fornire una lettura contemporanea, in grado di rintracciare nell’oggi i cataclismi sociali già raccontati da Verga. In Orizzonti alla Mostra di Venezia 2010.

Naufragar non è dolce in questo mare

Un giorno di un anno qualsiasi, agli albori del terzo millennio: ‘Ntoni Malavoglia assiste a uno sbarco di clandestini. Sulla nave c’è Alef, che approfittando della confusione riesce a scappare. ‘Ntoni l’aiuta; gli trova un lavoro nelle serre e una casa nel vicolo dove abita con la sua famiglia. I Malavoglia sono pescatori. Possiedono una barca, la Provvidenza, e una casa, che tutti chiamano “La casa del Nespolo”. La famiglia è composta dal nonno Padron ‘Ntoni, da Bastianazzo, dalla moglie Maruzza e dai figli ‘Ntoni, Mena, Alessi e Lia. ‘Ntoni ha vent’anni e gli altri sono tutti più piccoli. Sono ragazzi poveri, che a malapena hanno finito le scuole dell’obbligo. Una notte la Provvidenza fa naufragio e Bastianazzo muore. La famiglia inizia così a disgregarsi… [sinossi]

Serve davvero coraggio, o forse sfrontatezza, per approcciarsi a una materia complessa come quella del “Ciclo dei vinti” firmato da Giovanni Verga, all’apice del verismo italiano; a maggior ragione quando uno dei capisaldi su cui si basa la storia del nostro cinema nel secondo dopoguerra, in quel fazzoletto di anni in cui furoreggiò il neorealismo, è tratto proprio da I Malavoglia, il romanzo più celebre del ciclo. Inutile star dunque qui a specificare come tra La terra trema di Luchino Visconti e Malavoglia non sia possibile tracciare punti particolari di contatto, eccezion fatta per la derivazione letteraria e la pura e semplice escalation narrativa.

Il nono lungometraggio di finzione di Pasquale Scimeca, presentato nella rinnovata sezione Orizzonti (che da questa edizione della Mostra sottolinea lo spiccato interesse per le nuove forme di linguaggio cinematografico, eludendo barriere di genere, budget, formato e durata), è un’opera sfuggente, esagerata e trattenuta al medesimo tempo, in grado di tratteggiare i contorni di un’Italia contemporanea allo sbando, travolta dalla modernità esattamente come la derelitta barca dei Malavoglia viene distrutta (non una, bensì due volte) dai flutti del mare. Nello sguardo di Scimeca non c’è infatti la Sicilia di fine Ottocento, ma quella dei giorni nostri. Con ottimo senso della storia e dell’evoluzione (?) della nostra penisola, Malavoglia si apre (dopo un prologo in cui viene recitato il testo originale) su una barca di clandestini bloccata in porto: la fuga di Afef (ribattezzato da subito Alfio) dà il via al vero e proprio sviluppo drammaturgico del film. In un testo sostanzialmente fedele all’originale di Verga, spicca la riscrittura integrale del finale: se infatti per l’apertura, come già accennato, Scimeca si affida direttamente alla pagina scritta, per dare una conclusione al tutto escogita un happy end che risulta, a conti fatti, come elemento estraneo al resto dell’opera. Una scelta di difficile lettura e ancor meno semplice comprensione: laddove l’intero sviluppo del film procede a ritmi serrati verso quella che appare come la più ineluttabile delle tragedie, gli ultimi cinque minuti ribaltano completamente questo punto di vista. Permane l’impressione di una penna volutamente beffarda e ironica, sottolineata in fase di sceneggiatura dalla voce della speaker radiofonica che annuncia il destino (benevolo) toccato in sorte a tutti i protagonisti, ma in tutta franchezza non basta a dissipare i dubbi che si sia trattato di una scelta di comodo. Smentendo di fatto l’impianto strutturale perseguito con pervicacia fino a quel punto, Scimeca compie un errore strategico di non poco conto, che rischia anche di gettare ombre lunghe sull’opera nel suo insieme.

Peccato, perché in realtà con Malavoglia il cineasta siciliano porta a termine un progetto coraggioso, in grado di muoversi controcorrente rispetto a buona parte del restante cinema “civile” nostrano. Facendo di necessità virtù, Scimeca sfrutta il miserrimo budget a disposizione per muoversi all’interno della messa in scena con una libertà salvifica. La videocamera (il risultato visivo è senza dubbio scarno ma il mezzo è comunque utilizzato con notevole sensibilità) si muove agile, proponendo un punto di vista mai abusato, mai banale, mai superficiale. E ci vuole davvero una buona dose di coraggio per affrontare l’opera di Verga puntando l’accento non tanto sul contenuto quanto sulla forma: Malavoglia è un film puramente di regia, agile e irsuto come i motti popolari trasformati in rap in una pratica postmoderna che ben si sposa con lo sguardo di Scimeca. Se ci sono dunque dei punti sui quali il film non può esimersi dallo scivolare, a partire da una recitazione che alterna volti interessanti a monocordi interpretazione dilettantesche (si veda ad esempio il pessimo personaggio del poliziotto che lavora sotto copertura, reso in modo inespressivo e monotono), è altrettanto impossibile negare a Malavoglia una sua urgenza espressiva, che coglie nel segno e dimostra la possibilità di lavorare anche in Italia al di fuori degli schemi preordinati del cinema industriale. Opera imperfetta ma straordinariamente viva e pulsante, Malavoglia conferma l’estro di Pasquale Scimeca, cineasta che probabilmente non riuscirà mai a mettere la firma in calce a un capolavoro, ma allo stesso tempo continua a non adattarsi alle regole, e a non scegliere la via apparentemente più comoda. Ed è di autori così che si ha davvero bisogno.

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