I baci mai dati

I baci mai dati

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Tra le strade cementificate assistiamo a una carrellata di personaggi, di ritratti, di impressioni che rimango a metà tra l’essere e il poter essere. Gli spunti purtroppo si perdono all’interno di una tela troppo imperfetta, in cui i singoli fili finiscono per sfilacciarsi uno a uno. I baci mai dati è stato presentato nella sezione Controcampo Italiano di Venezia 2010.

La regista e la periferia

Manuela ha tredici anni e nel quartiere dove vive, alla periferia di Librino, una cittadina del Sud, non accade mai nulla. Così un giorno, per gioco, inizia a raccontare in giro di aver un dono speciale: può compiere i miracoli. Incredibilmente viene creduta, ma da quel giorno la sua vita non è più la stessa. Dovunque vada, trova ad aspettarla una folla di persone che le chiedono di tutto: c’è chi vuole trovare un lavoro, chi l’amore e chi si accontenta che faccia vincere alla sua squadra il campionato di calcio. Mentre sua madre Rita, ex miss del quartiere, si impegna per ricavare quanto possibile da questa storia, Manuela è rosa dai rimorsi. Ma ora tornare indietro non è più così facile soprattutto dopo che è accaduto qualcosa di molto simile a un miracolo… [sinossi]

Parlando di questo film non si può fare a meno di aprire con un discorso più generale. Il cinema italiano è da decenni sempre più marcato da una separazione territoriale delle singole realtà. Questo, se da un lato valorizza la cultura locale, dall’altro impedisce sempre di più la formazione di un cinema industriale, di un’orchestra che sia in grado di produrre continuità nella qualità dei singoli mestieri che compongono il cinema. Così accade che registi che mostrano buone idee, voglia di lavorare e qualche efficace intuizione si perdano in un isolamento che impedisce di fare quel salto di qualità al cinema nazionale. Un passaggio che permetterebbe di avere una serie di autori e un numero cospicuo di film di valore. I baci mai dati di Roberta Torre diventa così mezzo per sottolineare ancora una volta questo discorso. Il film è un’opera che inizia dalla periferia, continua in periferia e termina in periferia.

Uno sguardo su una piazza e su i movimenti che vi si svolgono attorno. Traiettorie di motorini, macchine e apette, vicinissime a tratti, a tratti lontane dal centro focale della storia: la statua imponente di una madonna di gesso dalle forme un po’ troppo marcate per fare pensare esclusivamente alla santità. Ritornano alla memoria altre immagini di sculture richiamanti la santità inserite nella periferia italiana. Quelle felliniane de La dolce vita, visioni di un autore che si muoveva all’interno di un’industria che gli permetteva di dare una grande formalità e definizione alla proprie opere. Così anche questi baci mai dati cercano un filo unitario, ma si perdono tra infinite altre vie di fuga che ne distruggono l’unità, il senso. Una vera e propria forza centrifuga che porta il film dalla piazza a sfuggire verso la casa dei protagonisti, quindi verso il mare, verso il salone della parrucchiera/fattucchiera, verso il sobborgo. In queste strade cementificate assistiamo a una carrellata di personaggi, di ritratti, di impressioni che rimango a metà tra l’essere e il poter essere. E, se in alcuni casi la bravura nella recitazione di alcuni interpreti riesce a mascherare l’incompiutezza dei personaggi e il loro mancato amalgamarsi con il senso del film (vedi l’interpretazione di Piera degli Esposti), nella maggior parte delle volte gli attori non si inseriscono nel proprio ruolo e, i difetti del film emergono maggiormente. Così abbiamo politici presentati e subito abbandonati, ragazzi allo sbando persi tra piccoli furti e traffici di droga, padri assenti dalla famiglia e, invero, dalla storia. Insomma troppa confusione, con il rammarico di far perdere una regista nel difficile compito di realizzare il suo film.

Peccato perché l’idea di partenza di una Madonna in grado di guidare il micromondo di cui si trova essere faro, la creazione della santa a metà tra la donna e la bambina, la possibilità di vedere attraverso i suoi occhi divisi a metà tra un passato e un futuro i sobborghi di una Catania che ha molto da raccontare erano dei buoni punti di partenza. Punti di partenza valorizzati dal bello sguardo della Torre che cerca i colori, le forme, le inquadrature e spesso le trova con un gusto raffinato e personale. Rimangono impresse le sedute psicanalitiche che la piccola protagonista farà con i suoi pazienti, la musicalità del laboratorio di acconciature dove presta servizio la giovane protagonista, e l’idea barocca di una religiosità incapace di trovare una moderna linea di dialogo con i propri fedeli. Purtroppo, come già detto, questi spunti si perdono all’interno di una tela troppo imperfetta, in cui i singoli fili finiscono per sfilacciarsi uno a uno.

Info
Il trailer de I baci mai dati.

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