Cold Fish

Cold Fish

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Cold Fish conferma il talento cristallino di Sion Sono, tra i cineasti fondamentali della contemporaneità. In concorso a Orizzonti a Venezia 2010.

La vita è dolore

Shamoto gestisce un piccolo negozio di pesci tropicali. È preoccupato perché la sua seconda moglie, Taeko, non va d’accordo con sua figlia, Mitsuko. Un giorno Mitsuko viene fermata per taccheggio in una drogheria. Nel negozio incontrano un uomo amichevole di nome Murata, che l’aiuta a sistemare la faccenda col gestore. Anche Murata gestisce un negozio di pesci tropicali e Shamoto stabilisce un legame di amicizia con lui; Mitsuko comincia addirittura a lavorare per Murata e si trasferisce a casa sua. Quello che Shamoto non sa, tuttavia, è che dietro i suoi modi amichevoli Murata nasconde molti oscuri segreti. Con le sue menzogne ben congegnate, vende ai clienti pesci di poco valore a prezzi gonfiati. Chi si accorge della frode o non si presta alle sue lucrose macchinazioni viene ucciso e Murata e la moglie si sbarazzano dei cadaveri con sistemi raccapriccianti. Shamoto viene irretito dalle tattiche di Murata e quando, infine, si rende conto che l’amico è un pazzo e un serial killer che ha fatto sparire più di cinquanta persone, non è più in grado di fermarlo. Ora però Mitsuko è ostaggio in casa di Murata e lo stesso Shamoto è ormai complice involontario dell’assassino. L’efferatezza degli omicidi mina gradualmente la sua salute mentale e infine Shamoto, l’uomo comune, sarà spinto sull’orlo dell’abisso… [sinossi]

L’aggettivo anarchico, riferito al mondo del cinema, rischia spesso e volentieri di creare cortocircuiti critici nei quali è difficile ritrovare la via d’uscita: solitamente utilizzato per palesare con forza l’ideale estetico alla base delle opere analizzate, il termine è accostabile, seppur in maniera più sporadica, anche all’intera poetica autoriale di alcuni cineasti. Non dovrebbe stupire più di tanto constatare che, nella contemporaneità, buona parte dei suddetti registi provenga dal Giappone: una terra in completa e continua palingenesi, che ha attraversato gli ultimi due secoli passando direttamente dal feudalesimo dell’era Tokugawa alla spinta industriale e imperialista degli anni trenta del novecento, non può non aver dato i natali a personalità inclassificabili, disgustate dal cosiddetto “vivere civile”. Ai nomi di Shinya Tsukamoto e Takashi Miike, probabilmente noti ai più – sempre rimanendo nel ristretto campo della cinofilia tout court – è oramai doveroso avvicinare anche quello di Sion Sono. Dopo aver fatto parlare di sé all’epoca del disturbante Suicide Club (Jisatsu sakuru) e aver rincarato la dose con Strange Circus (Kimyo na sakasu), Sono ha raggiunto la meritata celebrità con lo stupefacente Love Exposure (Ai no mukidashi), quattro ore di vertiginosa escalation emotiva in cui la violenza esplosa senza freni nei film precedenti finisce per essere teorizzata, in una lettura della società nipponica spietata e, sotto molti punti di vista, assolutamente senza precedente alcuno.

Dopo una breve e non del tutto convincente pausa riflessiva durante la quale è stato portato a termine Be Sure to Share (Canto tsutaeru), con Tsumetai nettaigyo (Cold Fish è il titolo scelto per la vendita internazionale), Sono torna a indagare la società giapponese, svelandone ipocrisie e comportamenti malati. La storia dell’ignavo signor Shamoto (un eccellente Mitsuru Fukikoshi, figura ricorrente nel cinema di Sono), incapace di appagare la moglie e disprezzato dalla figlia che non gli perdona il nuovo matrimonio dopo la morte della madre, e invischiato senza neanche rendersene conto nelle folli trame di un omicida seriale e della sua consorte, è esemplificativa della chiave di lettura del cineasta nei confronti del mondo che lo circonda e, in parte, lo sovrasta. Non si tratta solo e semplicemente di un gioco anti-borghese, condotto con fiera crudeltà: certo, la prima impressione destata può essere senza dubbio questa, visto e considerato lo sguardo sardonico che domina gli eventi e l’ironia che sprigionano anche le sequenze più intense e dolorose. Ma, cercando in profondità, è possibile cogliere un animo destabilizzante e incapace di adattarsi, auto-esiliatosi dalla prassi: le convenzioni in Sono non nascondono esclusivamente l’ipocrisia di un universo bigotto e reazionario, ma celano al loro interno i germi stessi della follia, della violenza, dell’immoralità.

Questa filosofia di vita deflagra completamente in una messa in scena schizoide, esibita ma mai esibizionista, umorale ma mai incline alla volgarità: gli smembramenti operati dalla coppia di assassini non si limitano a una disturbante ma in fin dei conti velleitaria “mostra delle atrocità”, ma costringono lo spettatore a toccare con mano la malattia, e a scoprirne dietro il proprio volto. Allo stesso modo agiscono alcune delle sequenze più ispirate del film, come la morte di Yoshida e l’apprendistato da omicida seriale di Shamoto. E come ancor più lo sconvolgente finale, che annichilisce ed esalta, distrugge e diverte. La vita è dolore, sentenzia Shamoto, e poche volte ce ne siamo resi conto al cinema con così grande forza.

Info
Il trailer di Cold Fish.
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