The Ditch

The Ditch

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Primo film di finzione del maestro del cinema documentario Wang Bing, The Ditch è la discesa nell’incubo di un campo di rieducazione maoista alla fine degli anni Cinquanta. Allo stesso tempo lezione di politica e lezione di sguardo.

La rieducazione

Alla fine degli anni cinquanta, il governo cinese condanna ai campi di lavoro forzato migliaia di cittadini considerati “dissidenti di destra” a causa delle loro attività passate, di critiche contro il Partito Comunista o semplicemente a causa della loro provenienza sociale e famigliare. Deportati per essere rieducati nel campo di Jiabangou nella Cina occidentale, nel cuore del Deserto del Gobi, lontani migliaia di chilometri dalle loro famiglie e dai propri cari, circa tremila “intellettuali” di estrazione basso o medio borghese dalla provincia di Gansu furono costretti a sopportare condizioni di assoluta povertà. A causa delle fatiche disumane a cui venivano sottoposti, delle condizioni climatiche estreme e incessanti e delle terribili penurie di cibo, molti morirono di notte nei fossi dove dormivano… [sinossi]

Da quando Marco Müller ha assunto l’incarico di dirigere la Mostra del Cinema di Venezia, accrediti e pubblico hanno avuto abbondantemente modo di familiarizzare con il termine “film sorpresa” per quanto concerne il concorso ufficiale: dal 2004 a oggi sono passati sugli schermi lidensi, senza esser stati precedentemente annunciati, Ferro 3 di Kim Ki-duk, Takeshis’ di Takeshi Kitano, Still Life di Jia Zhang-ke, Mad Detective di Johnnie To e Wai Ka-fai, My Son, My Son, What Have Ye Done? di Werner Herzog e Lola di Brillante Mendoza. Ma tra i titoli (ottimi) appena elencati e The Ditch, il film sorpresa di questa sessantasettesima edizione, esiste una netta differenza di fondo: rispetto ai vari Kitano, Herzog e compagnia, Wang Bing non è stato inserito solo all’ultimo momento per venire incontro a mere esigenze di post-produzione. Se questa cruda e dolorosa ricostruzione storica è stata annunciata solo a kermesse ampiamente iniziata, è invece per gli evidenti problemi cui sarebbe potuto andare incontro il cineasta cinese in patria: The Ditch ricostruisce, con sguardo partecipe e trattenuto allo stesso tempo, le durissime condizioni di vita cui furono costretti, nella Repubblica Popolare Cinese del 1957, tutti gli sventurati che (per un motivo o per l’altro) erano stati additati come “dissidenti di destra”. Si trattò di una sporca manovra politica per allontanare il rischio che posizioni di vertice all’interno del Partito Comunista finissero in mano a persone non perfettamente in linea con il pensiero dominante.

Condotti a forza nel deserto di Gobi, tra i luoghi più inospitali e brulli del pianeta, questi uomini subirono le cosiddette rieducazioni maoiste, in cui la dialettica “marxista” (il virgolettato è quanto mai d’obbligo, vista e considerata la mistificazione dell’ideologia che venne perpetrata) lasciava ben presto il campo alla sopraffazione del forte del debole, in una messa in pratica del potere come arma di repressione tra le massime e severe degli ultimi decenni.
Bing, nome imprescindibile del cinema documentario mondiale, esordisce in un lungometraggio di finzione con un’opera essenziale e a tratti insostenibile. Lavorando sulla messa in scena con lo stesso approccio che accompagna la sua opera documentaria – e il lavoro di ricerca sul campo lo ha tenuto occupato, in modo più o meno continuo, negli ultimi cinque anni – Wang prende spunto dal romanzo Zaijian, Jiabiangou (“Arrivederci, Jiabiangou”) di Yang Xianhui per orchestrare un viaggio agli inferi asciutto, doloroso e angosciante, di fronte al quale è davvero impossibile rimanere neutri. Lasciando che la videocamera resti, tranne sporadici casi, all’interno dei fossati scavati nel terreno per edificare gli squallidi dormitori assegnati ai prigionieri, Wang opera una scelta stilistica forte ed essenziale, trasformando The Ditch in una sorta di ineluttabile Aspettando Godot dalle timbriche prossime alla tragedia: gli uomini, costretti a strappar via la carne dalla schiena dei cadaveri che fino a poche ore prima erano loro compagni di detenzione, non si recano neanche più a lavoro (nell’area di Jiabiangou si dissodava il terreno desertico) e rimangono seduti o sdraiati sulle loro brande, con il pensiero teso verso una libertà che pare non arrivare mai. A ridestarli, seppur relativamente, dal loro immobilismo (intellettuale prima ancora che fisico, come coglie con straordinaria precisione il regista) è l’irruzione di una donna, moglie di uno dei defunti, che pretende di ritrovare il corpo del marito nel mucchio di cadaveri seppelliti in forma disordinata nel cuore del deserto. Solo qui si può nuovamente rintracciare uno spirito umano in esseri privati, prima ancora che della loro dignità – la disperazione arriva a tal punto da costringere un uomo a mangiare il vomito di un compagno – dello stesso spirito vitale.

Seguendo le coordinate di molto cinema che ama correre sul filo che distingue il documentario dalla finzione, Wang ci regala un’opera importante, da un punto di vista cinematografico ma anche e soprattutto politico, di fronte alla quale è davvero impossibile rimanere indifferenti. Un film che sembra impossibile non accompagnare alla visione del magnifico United Red Army di Koji Wakamatsu, a sua volta impegnato in un percorso a ritroso nella storia dolorosa e insanguinata del proprio paese, e che illumina il concorso di Venezia, già ricco di titoli da segnarsi a futura memoria, con una stella in più. Dispiace semmai dover ancora una volta rimarcare l’ignoranza e la presunzione di parte della critica italiana, che ha accolto The Ditch come “l’ennesimo film cinese”, fischiandolo preventivamente e lasciandosi andare a commenti sarcastici completamente fuori luogo. Ma di fronte a questo disgustoso malcostume neanche la rieducazione potrebbe niente…

Info
Un estratto di The Ditch.
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