Resident Evil: Afterlife

Resident Evil: Afterlife

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Quarto episodio della saga cinematografica ispirata al celebre videogame di casa Capcom, Resident Evil: Afterlife appare più ambizioso sotto il profilo estetico, pur non riuscendo a risolvere alcuni problemi alla base dell’intero progetto.

Alice in Zombieland

In un mondo devastato da un’epidemia che trasforma i cadaveri in zombie, Alice prosegue il suo viaggio nella speranza di trovare altri sopravvissuti al morbo e guidarli verso la salvezza. La sua battaglia mortale con la Umbrella Corporation si riaccende, ma Alice riceve un inatteso aiuto da un vecchio amico. Un nuovo leader che promette salvezza dagli zombie in un paradiso sito in California conduce i superstiti a Los Angeles, ma quando il gruppo arriva nella metropoli scopre di essere stato attirato in una trappola mortale. [sinossi]

Continua ed è destinato a farlo ancora per un bel po’, a giudicare dal finale di questo quarto episodio della saga cinematografica ispirata al celebre videogame di casa Capcom, Resident Evil, il lungo cammino di Alice verso la distruzione totale della Umbrella Corporation, multinazionale farmaceutica responsabile del disastro apocalittico che ha reso la terra una famelica cloaca di morti viventi. A raccontare le gesta dell’eroina interpretata da Milla Jovovich, proprio lì dove si erano interrotte circa tre anni fa nel secondo e poco convincente sequel firmato da Russell Mulcahy dal titolo Resident Evil: Extinction, torna dopo una parentesi produttiva l’esperto del genere Paul W.S. Anderson. I miglioramenti, rispetto al disastroso apporto del collega australiano (che del resto ha nella sua filmografia assolutamente mediocre un unico colpo di coda rappresentato da Highlander – L’ultimo immortale), sono più che evidenti dal punto di vista stilistico e visivo ma non di certo da quello più squisitamente narrativo. Anche se Anderson ha restituito alla saga le atmosfere claustrofobiche e marce che avevano caratterizzato i primi due segmenti della storia da lui diretti, sicuramente più consoni al dna originario dell’omonimo videogioco nato nel 1996 dalla mente di Hiroyuki Kobayashi, Resident Evil: Afterlife è destinato ben presto al dimenticatoio, vuoi perché figlio di una narrazione che annaspa in maniera quasi disperata verso un epilogo che tarda inspiegabilmente ad arrivare, vuoi perché al di là di pregevoli e spettacolari brandelli di show visivo non c’è poi molto altro da salvare. Ma come si dice abitualmente “The ShowMust Go on” ed è forse per questo che si continua a tirare la carretta, cercando di sfruttare fino alla fine il brand Resident Evil per succhiare il più possibile dal box office.

La scelta di affidarsi ad un 3D nativo piuttosto che ad un’inutile conversione (come dettato dalla moda cinematografica del momento con il solo scopo di alzare il prezzo del biglietto) è senza ombra di dubbio vincente, perché molte delle sequenze action degne di nota presenti nella pellicola ne sfruttano al meglio le potenzialità: dal prologo nipponico sotto la pioggia al combattimento all’ultimo sangue nella sala docce della prigione che vede coinvolti Alice e Claire contro il gigante zombie armato di ascia, dall’assedio sul tetto del penitenziario condito con un bagno di piombo e anfratti al lunghissimo epilogo sulla nave arcadia che prende forma e sostanza attraverso chirurgiche coreografie marziali e conflitti a fuoco pirotecnici. Una visione stereoscopica funzionale, ma che dà vita ad un gigantesco e divertente baraccone di effetti visivi di buona fattura che sommergono di pixel la storia fino a soffocarla completamente. Quindi se da una parte si è guadagnato in termini di spettacolarizzazione, dall’altro si è finito per consumare le ultime scorte vitali dal punto di vista drammaturgico. Il risultato è pane per gli occhi e briciole per le orecchie.

Del resto, i riferimenti chiave nel DNA drammaturgico di questo terzo sequel sono gli stessi che animavano quello degli episodi precedenti e che non possono non ricondurre la mente dello spettatore agli zombie movie romeriani e ai suoi cloni più o meno riusciti (vedi 28 giorni dopo). ResidentEvil: Afterlife va considerato quindi unicamente come un giocattolone, un anello di congiunzione al quale spetta solamente il compito di trascinare personaggi e storia verso una conclusione e solo quando sarà giunto quel momento potremo stabilire quanto questo sequel è stato importante per l’intera saga.

Info
Il trailer di Resident Evil: Afterlife.

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