Venere nera

Venere nera

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Lo sguardo divino della Venere nera è insostenibile per chiunque, come se fosse uno specchio in cui nessuno ha realmente il coraggio di guardarsi. La sacralità della Venere kechichiana è inafferrabile: la grazia nella danza, l’armonia nel canto, ne fanno una creatura di un altro mondo. Nelle sale con Lucky Red, Venere nera è stato presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2010.

L’insostenibile leggerezza della Venere

Parigi, 1817, Accademia Reale di Medicina. “Non ho mai visto testa umana più simile a quella di una scimmia”. Di fronte al calco del corpo di Saartjie Baartman, l’anatomista Georges Cuvier è categorico. Un parterre di distinti colleghi applaude la dimostrazione. Sette anni prima, Saartjie lasciava l’Africa del Sud con il suo padrone, Caezar, per andare ad offrire il suo corpo in pasto al pubblico londinese delle fiere e degli zoo umani. Donna libera e schiava al tempo stesso, la “Venere ottentotta” era l’icona dei bassifondi, sacrificata al miraggio di un’ascesa dorata… [sinossi]
Una donna non con uman volto
Da’ Zefiri lascivi spinta a proda
Gir sopra un nicchio; e par che ‘l ciel ne goda
Vera la schiuma e vero il mar diresti,
E vero il nicchio e ver soffiar di venti:
La dea negli occhi folgorar vedresti,
E ‘l ciel ridergli a torno e gli elementi
L’Ore premer l’arena in bianche vesti,
L’aura incresparle e’crin distesi e lenti:
Non una, non diversa esser lor faccia,
Come pare che a sorelle ben confaccia
Poliziano, Le stanze per la giostra.

Il cinema di Abdellatif Kechiche ci mostra costantemente i temi più cari all’autore. Lo spettacolo, il corpo, il doppio, la realtà, la finzione, la presenza e l’assenza. Se andiamo, poi, a osservarli singolarmente è evidente che lo sguardo del regista franco-tunisino non è altro che la stessa riflessione che l’arte cinematografica fa sin dalle origini su di sé. Probabilmente non basterebbero centinaia e centinaia di pagine per parlare di Venere nera (Venus noire). Proveremo comunque a fermarne un’impressione in poche righe.
Kechiche è il cinema e molto probabilmente il cinema si avvicina molto allo sguardo di Kechiche. Ma, allora, la prima domanda che dovremmo farci parlando di questo film è: che cos’è il cinema? È chiaro che nessuno può dare una risposta definitiva a questa domanda, ma è altrettanto vero che chiunque ne può dare una propria, personale. Una risposta, potrebbe essere: il cinema è una magnifica ossessione. Definizione che, se forse è troppo limitata per parlare del cinema in generale, sicuramente si accompagna molto bene all’opera di Kechiche. Nella cui filmografia Venere nera rappresenta probabilmente il culmine di un discorso sul proprio modo di vedere; in questo film più che in ogni altro, infatti, il regista lavora in completa libertà portando avanti in maniera ripetitiva l’ossessione sulla propria personale idea di fare cinema. E così, ogni singolo elemento si specchia, si confonde, si mescola, si sdoppia e si ripete fin quasi alla nausea.

La realtà del corpo della Venere ottentotta, Saartjie Bartman, si perde nella finzione della rappresentazione delle immagini di infiniti altri esseri elefanti che il mondo dello spettacolo e il cinema hanno fatto oggetto della propria riflessione nel corso dei secoli. Così vedendo per 160 minuti il corpo della donna africana mostrato negli stessi movimenti, non può non rimanerci un dubbio di fondo, un nodo irrisolto. Quello che abbiamo osservato è la vera copia del corpo di Saartjie Bartman, oppure è qualcosa di tutt’altra natura; un omaggio a un certo tipo di cinema: o anche un omaggio a un singolo film, per come a tratti si specchia ne La donna scimmia di Marco Ferreri.

Subito dopo ci viene in mente un’altra domanda: che differenza c’è tra lo sguardo dei pittori, degli scienziati, del pubblico degli spettacoli di cui è oggetto il corpo della donna africana, e lo sguardo dello spettatore cinematografico che sta assistendo a Venere nera? In fondo, se andiamo a osservare bene, il corpo della Venere di Kechiche non è altro che una forma eterea, vuota, irraggiungibile. Proprio com’è lo schermo cinematografico per il pubblico in sala. Un grande vuoto, un’assenza, su cui si posa l’occhio del mondo, che però non è in grado di capirlo, ovvero di colmarlo. Il contatto è proibito, negato. L’unico punto con cui il mondo rappresentato riesce ad avere una sorta di legame con il corpo della Venere è il suo didietro. E non è forse il culo del mondo, il decantato lato B, quello che lo spettatore, nel pianeta chiamato spettacolo, cerca in ogni visione per soddisfare il proprio voyeurismo?

Di contro, lo sguardo divino della donna è insostenibile per chiunque, come se fosse uno specchio in cui nessuno ha realmente il coraggio di guardarsi. Come un vetro di cristallo, la sacralità della Venere kechichiana è inafferrabile, perché l’uomo non ha il coraggio di coglierla; la grazia nella danza, l’armonia nel canto, ne fanno una creatura di un altro mondo; in questa lettura il suo sesso è visto come unica porta verso l’altro. Ma il solo metodo utilizzato dall’uomo per accedere al segreto che questa Rosebud esotica nasconde è la violenza. La violazione.
L’incedere verso questa violenza è inesorabile e non c’è alcuna possibilità di via d’uscita. Ed è forse in questo che bisogna sottolineare il senso ultimo del film; la necessità e l’urgenza che si presenta dietro a ogni immagine della Venere nera, sono anche la necessità e l’urgenza dell’opera di Kechiche e di tutto il cinema. Ossia la necessità e l’urgenza di tendere verso qualcosa e di perderlo nell’istante stesso in cui si è raggiunto.

L’ossessione del regista nel ripetere all’infinito l’esposizione del corpo di Saartjie Baartman non è altro che il mostrare il graduale avvicinamento dell’uomo verso il proprio peccato; le labbra macroscopiche della Venere nera non sono altro che il frutto proibito. Ma non è il timore della punizione di un qualche Dio esterno a determinare il dovere e l’etica umana, bensì la sacralità del corpo stesso e della natura a ritardare il punto di contatto. Quando questa sacralità è inevitabilmente violata, inizia in  maniera irreversibile il viaggio verso la morte. Un passaggio che ha come compagni inseparabili la malattia e la sofferenza. Ma il cinema è diverso dalla realtà e così né la malattia, né la sofferenza sono in grado di deteriorare minimamente il corpo di Saartjie Baartman, tanto che la copia realizzata dagli scienziati post mortem ce ne riconsegnerà un’immagine intatta, integra, priva di ogni segno. Ed è su questo momento da cui poi prende avvio in flashback il film che non possiamo nuovamente non farci un’ultima domanda. Siamo sicuri di essere alla fine della storia e non all’inizio? Siamo sicuri di essere arrivati al dopo la morte della protagonista? Anche in questo caso non possiamo dare una risposta precisa. Certo, sappiamo con esattezza che Saartjie Bartman è vissuta in giro per l’Europa dal 1810 al 1815 dall’età di ventuno anni fino ai ventisei; sappiamo che la sua morte è stata definitiva; ma la Venere nera di Kechiche? Siamo sicuri che non sarà nuovamente presente nella prima inquadratura del prossimo film che il nostro sguardo si troverà a vedere? Se la Venere di Kechiche non fosse altro che metafora di uno sguardo del cinema verso un mondo? In questo caso potremmo dire con certezza che ce ne saranno molte altre ancora di Veneri nere, di Donne scimmie, o di Uomini elefanti, o meglio molte altre immagini a rappresentarli.

Probabilmente con Venere nera Kechiche è giunto a un punto di non ritorno del suo cinema; probabilmente ha messo l’ultimo mattone su una costruzione che ha detto tutto quello che doveva dire. Rimane la curiosità di scoprire come inizierà la prossima costruzione, quali saranno le fondamenta, quale il materiale.

Info
Il trailer italiano di Venere nera.
Il trailer originale di Venere nera.
La scheda di Venere nera sul sito di Venezia 2010.
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