La maschera della morte rossa

La maschera della morte rossa

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La maschera della morte rossa fa parte della serie di film che Roger Corman trasse dai lavori di Edgar Allan Poe. Ora in dvd con CG Entertainment.

Il principe Prospero regna da tiranno sulla popolazione. Vive in un castello dell’Italia meridionale nelle cui stanze, ognuna di colore diverso, intrattiene rapporti con Satana in persona dedicandosi al culto demoniaco. Due popolani si ribellano alla sua tirannia, ma vengono catturati e condannati a morte. Francesca, rispettivamente figlia e fidanzata dei due, ne chiede la grazia. Il despota, crudelmente, gliela concede per uno solo: quale fra i due affetti scegliere? [sinossi]

Probabilmente l’inscindibile unione artistica tra Roger Corman ed Edgar Allan Poe rappresenta in assoluto uno dei migliori esempi di connubio tra cinema e letteratura. Ben otto film furono prodotti e diretti dal 1960 e il 1965 dal regista de La piccola bottega degli orrori, tratti da racconti e poesie del grande scrittore americano. Un ciclo del terrore che è anche storicamente importante perché ha ridato nel secolo scorso lustro e popolarità allo stesso Poe, il cui bicentenario della nascita ricorreva lo scorso anno. Per gran parte della critica questo film rappresenta il risultato più alto della serie, e in effetti Corman vi giunge in un momento di grande fervore creativo, anche sotto l’aspetto più sperimentale.

La straordinaria capacità del regista-produttore (futuro esempio di autore tout court per la New Hollywood, che in particolare coccolò personalmente il talento di Jonathan Demme) di riuscire a inerpicarsi indenne tra stilemi hollywoodiani, basso budget e grande risposta del pubblico, mantenendo una poetica prettamente personale, lo portava in quegli anni alle follie visionarie de Il serpente di fuoco (The Trip), a tutt’oggi uno dei film considerati più vicini alle allucinazioni da LSD, e de L’uomo dagli occhi a raggi X, dove l’inquietudine esistenziale si fonde con ulteriori approdi sperimentali giocando materialmente con la pellicola, con effetti vicini alle proposte degli avanguardisti dell’epoca. Proprio quest’ultimo film del 1963 esprime una particolare angoscia di stampo religioso tra desiderio materiale e apertura all’immateriale divino, una dialettica che verrà mutuata ne La maschera della morte rossa. La devozione satanica di Vincent Price, il crudele principe protagonista della vicenda, è qualcosa che Corman non prende direttamente dal racconto omonimo ma è appunto una sua ossessione personale, che tuttavia si allontana dagli stereotipi del cinema horror di quegli anni, non cercando nello scontro tra bene e male la sua linfa, bensì piuttosto nello scandaglio filosofico di depravazione e crudeltà contrapposte alla banalità dell’innocenza, almeno quella cattolica a buon mercato, in una prospettiva sempre profondamente laica. Le stesse personalità non votate al male sono comunque necessitate a macchiarsi di morte per il proprio tornaconto. Esplicativi in questo senso, e morbosamente descritti nella follia orgiastica della corte del principe sono i due nani vassalli e innocui, protagonisti di un altro racconto di Poe, l’ultimo, ovvero Hop-Frog, che per vendetta diventeranno feroci assassini. Qui Corman compie un ulteriore discesa nella morbosità rispetto a Poe, trasformando la nana in una bambina doppiata con voce da adulta.

Il discorso sulla crudeltà necessaria è propria di Corman, come si mostra anche nei suoi gangster movie (Il clan dei Barker ne è il lavoro più esemplare), ma è anche quel ponte che lo lega indissolubilmente a Poe e ai suoi disperati e inquietanti personaggi. Il film non è affatto una trasposizione fedele del racconto a cui si lega per l’ambientazione, la situazione iniziale e finale, ovvero la peste che imperversa in un villaggio medievale e la mascherata che si organizza al castello, “blindato” per paura del contagio. Lo è semmai per lo spirito che lo lega a Poe in toto: per tesi, per impulso visionario, per i princìpi stessi della paura. Il film infatti può esser considerato (anche se non sarà l’ultimo) la summa del rapporto Corman-Poe, e lo si nota anche dall’insolita ambizione formale: per minuzia scenografica, per coralità, ricchezza dei particolari. La particolare bellezza della fotografia, con la descrizione delle stanze colorate nel castello, è opera nientemeno che di Nicolas Roeg, il futuro regista de L’uomo che cadde sulla Terra; un folle caleidoscopio che non a caso colpì il corrispettivo nostrano di Corman, il geniale Mario Bava, che cita il film in una sequenza del capolavoro Operazione Paura, di due anni successivo. Con questo film si può dire che Corman si affranca da quel vassallaggio, quella fedeltà che spesso si richiede produttivamente verso l’origine letteraria, portando a termine un’opera che dimentica il capolavoro da cui si ispira e trae origine, tuttavia mantenendone intatto lo splendore. Chiari riferimenti invece a livello cinematografico vi sono a Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, sia nei temi sia nella riproposizione dei magnifici esterni nebbiosi con la morte simbolicamente incappucciata.

La distribuzione in Dvd della CG Home Video propone nei contenuti extra un’interessante intervista a Luigi Cozzi, profondo conoscitore di Roger Corman, che approfondisce l’aspetto produttivo del film: la scelta dell’ambientazione inglese, quella di due attrici anglosassoni di grande fascino come Hazel Court e Jane Asher, e i relativi aneddoti a riguardo, riproponendoci un punto di vista del film più incentrato su cos’era il cinema horror in quell’epoca, così prolifica peraltro per questo genere. Non una parola però sul grande Vincent Price, che qui si sdoppia anche, e senza il quale forse non parleremmo di capolavoro. Magari è il caso di dire: La maschera della morte rossa è un film di Corman-Poe-Price, un unicum incarnato che come nei racconti di paura travalica spazio e tempo.

Info
Il trailer de La maschera della morte rossa.
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