Sharm el Sheikh – Un’estate indimenticabile

Sharm el Sheikh – Un’estate indimenticabile

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Operazione che furbescamente vorrebbe dare un calcio al cerchio (Neri Parenti) e uno alla botte (Federico Moccia), Sharm el Sheikh si propone per un accumulo del tutto deleterio e mal calibrato di situazioni non solo già viste, ma anche sorrette da un ritmo stanco e disomogeneo. Il cast, raffazzonato e decisamente poco in palla, a partire da un ripetitivo Maurizio Casagrande per finire con le scialbe non interpretazioni di Laura Torrisi e Michela Quattrociocche, non viene certo in aiuto di un film che nasce già morto.

Mala tempora currunt

Fabio Romano, eccellente venditore di polizze assicurative, rischia di perdere il lavoro, ma non dice nulla alla madre Camilla, accanita giocatrice d’azzardo, alla moglie Franca e alle figlie Martina e Giulia. Dopo aver lavorato una vita, Fabio è riuscito a comprare la casa dei suoi sogni stipulando un mutuo trentennale, al limite delle sue possibilità finanziarie. Purtroppo l’attuale crisi economica lo costringe a rivedere i suoi piani. L’azienda per cui lavora è stata inglobata dalla concorrenza e il nuovo presidente, Saraceni, è intenzionato a tagliare teste per ottimizzare i costi. Fabio è in ballottaggio con un suo collega, De Pascalis: uno dei due è di troppo. Il nostro eroe sa bene che alla sua età non può permettersi di perdere il lavoro e quindi deve trovare il modo per convincere Saraceni di essere un elemento di spicco, su cui fare affidamento. Considerato che Saraceni è in vacanza in Egitto, a Sharm el Sheikh, Fabio convince i suoi a partire con lui per alla volta del Mar Rosso, nonostante detesti il mare, convinto che riuscirà nell’impresa, ma non sa che in Egitto c’è anche De Pascalis. [sinossi]

Mentre le scorie veneziane trascinano con loro ancora eco delle polemiche sulla pattuglia italiana presente alla Mostra del Cinema, accusata banalmente di soffocare e fagocitare l’intero palinsesto lidense, nelle sale del belpaese approda l’ennesimo epigono dei vari cinepanettoni, cinecolombe, cinecocomeri e chi più ne ha più ne metta. In attesa che qualche solerte addetto al marketing escogiti formule come “cinevendemmia”, “cinesettimanabianca” e “cinecarnevale”, ci si trova a dover fare fronte alle peripezie egizie della famiglia Romano, capitanata da un Enrico Brignano apparentemente deciso a godersi una rilassata vacanza tra mare e dune ma in realtà animato dalla speranza di convincere il suo nuovo datore di lavoro (un imprenditore toscano laido e volgare cui dona le fattezze uno scipito e monocorde Giorgio Panariello) a non licenziarlo.  La precarietà, dunque: eccolo il labile appiglio di questa stanca commedia con l’attualità italiana. Se alle spalle di Sharm el Sheikh  (ennesima località saccheggiata dal nostro squallido cinema di cassetta: i luoghi mondiali rimasti indenni a questa iattura iniziano davvero a scarseggiare) non si scorgesse il logo Medusa, simbolo del duopolio distributivo italiano insieme alla 01 Distribution nonché braccio cinematografico del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, farebbe quasi tenerezza il qualunquismo evidenziato dal punto di vista di Ugo Fabrizio Giordani, tornato a una regia per il grande schermo a cinque anni di distanza dal dimenticabile Troppo belli. Come si può infatti anche solo lontanamente credere che la parabola vissuta dalla famiglia Romano sintetizzi al suo interno le difficoltà, i pregi e i difetti, dell’italiano medio? Basterebbe la sequenza iniziale, in cui la voce fuori campo di Brignano – pessimo topos della recente commedia nostrana, escamotage attraverso il quale si vorrebbe avvicinare ancora di più gli spettatori alla vicenda che si trovano davanti agli occhi: sarebbe forse il caso che i team di sceneggiatura si spremessero di più le meningi, e provassero a studiare vie alternative di narrazione – presenta come regola (non) scritta vuole i protagonisti della vicenda, per rendersi conto del fastidioso artificio che si respira a pieni polmoni. I Romano, presentati come “famiglia media”, rappresentano al contrario una fascia estremamente benestante della popolazione: quale media o piccola borghesia potrebbe infatti permettersi un mutuo trentennale per una villa con giardino e piscina da decine di migliaia di euro annessa? Già da questo si può notare la stortura del pensiero sociale e politico di Giordani: il capofamiglia Brignano non deve umiliarsi con il suo capo per sopravvivere, come la tradizione del cinema d’impegno italiano avrebbe dovuto insegnare, ma solo per mantenere il livello di vita al quale si è oramai abituato. Una difesa dei privilegi e dello status quo che appare davvero come uno schiaffo alla miseria, e che dispiace dover annotare in una pellicola diretta da un regista che mosse i primi passi, trent’anni fa, accanto a figure significative del cinema italiano quali Ermanno Olmi, Ettore Scola e Carlo Lizzani.  

Si potrebbe controbattere affermando che non è certo uno sguardo “reale” sulla società che si può pretendere da un film pensato a uso e consumo di comici dal pedigree televisivo, più o meno avvenenti starlette dalla fama (questa sì) precaria e costruito ad hoc per un pubblico che al cinema non ama pensare più di tanto. Ma allora ancor più gravi appaiono le mancanze strutturali di una commedia che non fa neanche sorridere: operazione che furbescamente vorrebbe dare un calcio al cerchio (Neri Parenti) e uno alla botte (Federico Moccia), Sharm el Sheikh si propone per un accumulo del tutto deleterio e mal calibrato di situazioni non solo già viste, ma anche sorrette da un ritmo stanco e disomogeneo. Il cast, raffazzonato e decisamente poco in palla, a partire da un ripetitivo Maurizio Casagrande per finire con le scialbe non interpretazioni di Laura Torrisi e Michela Quattrociocche, non viene certo in aiuto di un film che nasce già morto. Sintomo dei pessimi tempi che stiamo vivendo è invece l’utilizzo del tutto fuorviante e fuori contesto della citazione – palesata anche in fase di sceneggiatura – del finale del sommo Una vita difficile di Dino Risi. Lì rappresentava la riappropriazione della dignità da parte di un uomo che aveva attraversato da protagonista le vicende del dopoguerra italiano: in questo caso invece si tratta solo di un piccolo gesto di insubordinazione di un uomo che apparentemente rigetta il potere, ma in realtà ne invidia lussi e comodità, bramandole nei suoi sogni di ricchezza. Sogni che puntualmente si avverano, perché il cinema italiano di intrattenimento “per famiglie” non ammette asperità o sconfitte, ma solo ricompense e successi. Simbolo perfetto della squallida politica populista dell’era berlusconiana.

Info
Il trailer di Sharm el Sheikh.

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