Cani arrabbiati

Cani arrabbiati

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Cani arrabbiati, sfortunato gioiello partorito dalla fervida mente di Mario Bava, viene distribuito in home video dalla CGHV.

Nella sua quasi ventennale carriera, inaugurata dall’imperdibile La maschera del demonio nel 1960, Mario Bava ha diretto un numero non indifferente di film che potrebbero aspirare a essere definiti “maledetti”. Opere dallo straordinario impatto visivo, in grado di scardinare i luoghi comuni più stantii del cinema, chiusi in un cassetto oppure martoriati da barbariche produzioni dozzinali: in filigrana nella storia di Bava si può leggere, senza troppe forzature, lo stato delle cose nell’Italia cinematografica del boom, dove il cinema di genere imperava (e guadagnava) senza che la maggior parte della critica fosse in grado di cogliere l’importanza che esso ricopriva a livello mondiale. Non è certo un caso, fatta tale premessa, che Cani arrabbiati dopo la bellezza di ventiquattro anni di silenzio, passati nel buio di un cassetto, abbia rivisto la luce non da noi ma bensì negli Stati Uniti (dove uscì con il titolo Kidnapped) e in Germania.

Tutto ciò accadeva nell’oramai lontano 1998, proprio mentre si iniziavano ad avvertire i primi fremiti critici, anche in Italia, che avrebbero condotto alla doverosa per quanto tardiva riscoperta di uno dei geni più cristallini del nostro cinema. Ma riprendiamo il discorso da capo, e per l’esattezza dall’epiteto “maledetto”: pochi sono i film che possono sperare di rivaleggiare con Cani arrabbiati sotto questo punto di vista. Girato nel 1973, quasi interamente sul tratto autostradale tra Roma e Civitavecchia, il film non riuscì mai ad approdare in sala: proprio mentre si era alle prese con la post-produzione, infatti, la casa di produzione (la Loyola Films di Roberto Loyola) dichiarò bancarotta. Tutti i suoi beni vennero congelati, e la stessa sorte toccò dunque a Cani arrabbiati. A voler essere ancora più precisi, tra l’altro, il titolo non era ancora questo: in fase di lavorazione la troupe si riferiva al progetto chiamandolo L’uomo e il bambino. Fu solo grazie all’interessamento di Lea Krueger (o Lea Lander che dir si voglia), che qui interpreta il ruolo di Maria, la donna sequestrata dalla banda di malviventi, che il film fu finalmente finito e mostrato agli occhi del mondo. Immediatamente riconosciuto come uno dei lavori più compiuti e rivoluzionari non solo di Mario Bava, ma dell’intera cinematografia popolare italiana, Cani arrabbiati è un road-movie completamente atipico: l’action, genere con il quale Bava non aveva poi una così profonda dimestichezza, diventa l’escamotage per condurre lo spettatore in un devastato e ineluttabile viaggio agli inferi. L’insostenibile gioco da camera che viene a instaurarsi tra i cinque protagonisti (i tre rapinatori, la donna, e il padrone della macchina: a questi si deve aggiungere un bambino, che però non aprirà gli occhi per l’intera durata della pellicola) all’interno dell’angusto abitacolo di un automobile, travalica gli stretti paletti del genere e si propone, al contrario, come un’indagine al microscopio sull’umanità condotta con mano sicura dal cineasta sanremese. Senza rinunciare neanche a uno dei suoi inconfondibili marchi di fabbrica – in primis, l’utilizzo assolutamente fuori dai canoni dello zoom – Bava si lancia in un’operazione dal profondo contenuto estetico, dominata da un dinamismo nevrastenico e malato. Da un punto di vista atmosferico Cani arrabbiati è un film delirante, come i suoi personaggi esposti alla crudeltà del sole di ferragosto: eppure è proprio la sua ineccepibile linearità narrativa, sorretta da un robusto lavoro sui dialoghi, a fungere da contrappeso. Regista spesso ridotto ad abile artigiano (questa, semplificando, è l’impressione che spesso e volentieri si vorrebbe dare di lui) con Cani arrabbiati Mario Bava dimostra anche al più scettico degli spettatori l’assoluto valore della propria arte, firmando il suo ultimo grande capolavoro (per chi scrive, il quinto dopo La maschera del demonio, La frusta e il corpo, Operazione paura e Reazione a catena) con il quale anticipa inconsapevolmente gran parte delle derive che prenderà l’action tanto in oriente – guardando l’ultima sequenza si pensi al cinema hongkonghese degli anni ottanta – quanto in occidente.

Encomiabile è dunque la scelta della CG Home Video di dare alle stampe il dvd: un tassello in quel grande puzzle del cinema popolare italiano, portato avanti con coerenza dalla CGHV e che merita davvero un plauso incondizionato. Perché solo comprendendo la varietà (e la qualità) della nostra cinematografia tra la fine degli anni cinquanta e la fine degli anni settanta, si può davvero riuscire ad aprire gli occhi su una realtà, come quella contemporanea, dominata da una piattezza sconfortante e da un’estetica che con troppa frequenza si lascia abbindolare dai luccichii della televisione. Il dvd è pressoché privo di contenuti speciali, se si eccettuano biofilmografie e altre schermate esclusivamente scritte, ma in questo caso si tratta di un’annotazione piuttosto secondaria. Perché in occasioni simili il vero extra risiede nel film stesso.

Cani arrabbiati, entusiasmante e cinico viaggio alla scoperta della sordida moralità umana, è un titolo che non può assolutamente mancare nella vostra videoteca.

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Il trailer di Cani arrabbiati.

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