In un mondo migliore

In un mondo migliore

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Progetto ambizioso di sicuro impatto estetico/narrativo, In un mondo migliore si addentra nella genesi della brutalità accostando l’esperienza tribale africana a quella delle gang scolastiche, dipingendo un affresco collettivo sulla violenza che trova il proprio fertile terreno nell’ignoranza e nella paura.

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Il dottor Anton, che opera in un campo profughi in Sudan, torna a casa nella monotona tranquillità di una cittadina della provincia danese. Qui si incrociano le vite di due famiglie e sboccia una straordinaria e rischiosa amicizia tra i giovani Elias e Christian. La solitudine, la fragilità e il dolore, però, sono in agguato e presto quella stessa amicizia si trasformerà in una pericolosa alleanza e in un inseguimento mozzafiato in cui sarà in gioco la vita stessa dei due adolescenti… [sinossi]

Dopo l’esperienza hollywoodiana di The Things We Lost in the Fire, Susanne Bier torna alle origini immergendosi nuovamente nelle atmosfere plumbee della campagna danese e collocando ancora una volta il motore della vicenda nell’ambiente familiare con le sue inevitabili conflittualità.
Impegnato in prima linea in Africa dove opera in un affollato campo profughi, il chirurgo Anton torna in Danimarca: lo aspettano la moglie dalla quale sta per divorziare e i due figlioletti di cui uno in età preadolescenziale. Proprio il figlio maggiore è vittima di angherie da parte dei bulli della scuola e trova in un nuovo compagno di classe appena trasferitosi da Londra un alleato e un amico: l’amicizia fra i ragazzini però sarà foriera di ben più complesse situazioni, destinate a modificare profondamente la vita di due intere famiglie.

In un mondo migliore (Hævnen) è un film solido, dalla sceneggiatura ricca e allo stesso tempo dinamica, realizzato con un attento calcolo delle accelerazioni narrative e dei respiri descrittivi: la Bier è una regista matura, che sa leggere fra le righe delle emozioni dei personaggi cercando di trasportare sulla pellicola l’impressione più nitida e distinguibile del sentimento. Lo stile è quello asciutto e allo stesso tempo sensibile cui la cineasta danese ci ha abituati da qualche anno, con quell’approccio dall’aura algida che mitiga le irrequietezze dell’eredità del Dogma. Il bullismo, la violenza, il senso di sopraffazione, l’orgoglio, l’irrequietezza giovanile e il desiderio di ribellione: il bacino tematico cui attinge la Bier è ricchissimo, gli spunti di valutazione sono poliedrici e quindi facili catalizzatori di attenzione ma al di là del percorso umano che immancabilmente appassiona il pubblico, il film fatica a ritagliarsi un proprio ruolo, delle proprie caratteristiche precise ben distinguibili dal resto dei prodotti della sua autrice.

Il film si apre sull’ombra di un confronto culturale fra l’Occidente – con la propria brama di apparire oasi felice di democrazia e benessere – e un’ “Africa nera” animata da violenti e sanguinosi conflitti intestini: è lo spirito della globalizzazione morale che anima la contemporaneità sociale, il sottotesto (non così illeggibile in tutta onestà) che segna la politica estera degli ultimi decenni. Dopo aver sondato il terreno della guerra e dell’esperienza militare in Afghanistan con Non desiderare la donna d’altri (di recente oggetto di un remake made in USA), la Bier torna sul tema del volontariato e della vita “di frontiera (già ricordata in Dopo il matrimonio) regalando un ritratto spietato della vita in un campo profughi, indagando con perizia quella sottile linea che divide la vita dalla morte, la sopravvivenza dalla sopraffazione. Parallelamente prende forma l’inquietante spaccato della gioventù danese (per nulla dissimile da quella di qualsiasi altro angolo del pianeta), là dove il desiderio di rivalsa e il sogno di affermazione della propria personalità – sia pure attraverso l’esercizio della violenza – sembra essere l’unica regola degna di vigere. La generale escalation di aggressività è il filo rosso che accompagna i due giovani protagonisti alla scoperta della realtà, in un ambiente dove gli ideali pacifisti e del reciproco rispetto sembrano far fatica a emergere come modelli vincenti: la paura come esorcizzazione delle proprie insicurezze è la chiave della (pre)adolescenza e la Bier ne focalizza le contraddizioni con lucida attenzione, pur scadendo però troppo spesso nel didascalismo. Il difetto fondamentale di In un mondo migliore infatti è la verbosità del proprio sviluppo: la sceneggiatura non lascia spazio alla curiosità dello spettatore, alla costruzione della propria lettura del film. Ogni situazione viene descritta nei minimi dettagli, tutto è oggetto di lunghe spiegazioni e discussioni fra i personaggi: non c’è spazio per il non-detto, il silenzio dei luoghi viene colmato da soffocanti confronti verbali.

Se The Things We Lost in the Fire dava voce ad un percorso di riabilitazione familiare necessaria per l’elaborazione di un grave lutto, nel suo ultimo film Susanne Bier si lancia in un viaggio a ritroso che parte dalla morte per arrivare alla decostruzione umana che corre di pari passo a un progressivo disgregamento della comunità, intesa non più come unità di confronto fra individui bensì come teatro di scontro.
Progetto ambizioso di sicuro impatto estetico/narrativo (non è casuale che sia stato scelto per rappresentare la Danimarca nella corsa per la nomination agli Academy Awards), In un mondo migliore si addentra nella genesi della brutalità accostando l’esperienza tribale africana a quella delle gang scolastiche, dipingendo un affresco collettivo sulla violenza che trova il proprio fertile terreno nell’ignoranza e nella paura.
La denuncia della regista è contro un complesso umano che ha fatto della rabbia la propria filosofia di vita e che vede tutti coinvolti in un progressivo processo di sopraffazione reciproca che rievoca il fin troppo attuale homo homini lupus.
Il confronto fra vendetta e perdono, fra orgoglio e umiltà rappresenta il gioco delle parti in un film dove lo scontro è inter-generazionale oltre che intra-generazionale: è un mondo complesso quello in cui personaggi si trovano ad operare e non è un caso che il chirurgo Anton, sospeso fra due realtà apparentemente lontanissime e in realtà non così diametralmente opposte, viva con dilaniante angoscia il rapporto con il proprio essere, avulso da entrambi i contesti nei quali vive.

In un mondo migliore è un progetto interessante, che affronta con attenzione l’ira e la superbia dei nostri giorni: richiamandosi sottilmente alla speranza che smussa gli angoli di una vicenda drammatica, il film non si dimostra sempre originale e innovativo nel rapporto con la storia narrata. Pur dimostrandosi più lucida nella descrizione del dolore di quanto non fosse stata nel suo precedente lavoro, Susanne Bier mette la propria firma su un lungometraggio che malgrado la fluidità paga la propria ipertrofia narrativa.

Info
Il trailer italiano di In un mondo migliore.
In un mondo migliore sul sito della Sony.
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