Box – The Hakamada Case

Box – The Hakamada Case

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Si basa su un fatto realmente accaduto, Box – The Hakamada Case di Banmei Takahashi, per porre l’accento sulla pena di morte in Giappone.

Colpevole fino a prova contraria

Basato su un vero caso di omicidio accaduto in Giappone nel 1966: Iwao Hakamada (Hirofumi Arai), è arrestato per aver ucciso il suo capo, sua moglie e i suoi due figli e nonostante continui a negare il delitto, alla fine, sotto tortura, confessa e viene condannato a morte. Il giudice Kumamoto (Masato Hagiwara), convinto dell’estraneità di Iwao e unico a votare a favore della sua innocenza, è costretto a scrivere il verdetto di condanna. Dopo quarant’anni il giudice rompe il suo silenzio per denunciare l’ingiusta sentenza e riaprire il caso. [sinossi]

Non sono in molti, probabilmente, a essere a conoscenza dell’esistenza in Giappone della pena di morte (attuata tramite impiccagione): l’omicidio di stato è ammesso, secondo le leggi vigenti, per tredici tipologie di reati, ma a conti fatti viene applicato solo ed esclusivamente in caso di omicidio. La mancanza di un reale dibattito sulla situazione giapponese è dovuta in gran parte al riserbo che le più alte cariche dello stato mostrano verso questo argomento. Solo nel settembre di quest’anno, grazie all’intervento del ministro della giustizia Keiko Chiba, storica militante e attivista contro la pena di morte in seguito costretta alle dimissioni, i media hanno avuto accesso in una camera delle esecuzioni. Proprio le successive dimissioni della Chiba dovrebbero palesare, anche al lettore più disattento, la gravità della situazione: la pena di morte è un tabù, di cui non si può parlare e della quale non deve rimanere traccia alcuna se non all’interno dei documenti top secret del governo.

Fatta questa doverosa premessa, sarà forse possibile cogliere con maggior precisione l’importanza storica e sociale rivestita da un’opera come Box – The Hakamada Case, film di Banmei Takahashi inserito nel programma della vetrina dedicata alla cinematografia nipponica dal quinto Festival Internazionale del Film di Roma. Per Takahashi, una solida quanto vagamente anonima carriera alle spalle, arricchita comunque da una ventina di titoli girati per il grande schermo, si tratta di un’incursione senza precedenti nei meandri del “film giudiziario”. Perché, ed è giusto rimarcare questo punto, sarebbe superficiale indicare la ricostruzione del celebre caso di Iwao Hakamada, giovane pugile ingiustamente condannato alla pena capitale nonostante la quasi totalità delle prove a suo carico fossero state ampiamente sbugiardate in fase di dibattito, come un’arringa accorata contro il sistema delle esecuzioni. Il particolare dell’impiccagione non è infatti altro che un’immediata conseguenza dell’ingiustizia subita nell’aula di tribunale: Box – The Hakamada Case si concentra infatti più che altro sul significato del termine “giustizia”, non sulla sua mera applicazione legislativa. Quella richiesta finale al pubblico (francamente pleonastica) di scegliere tra l’opzione “colpevole” e l’opzione “innocente” non fa altro che ribadire il concetto appena pronunciato: la verità e la giustizia sono il perno attorno al quale ruota l’intero ingranaggio, quale che sia il passo successivo che è costretto a compiere l’imputato non è altro che il tassello successivo di un mosaico sbagliato in partenza. Il peccato originale è la deformazione della Legge, non la sua applicazione.

Per imbastire questo discorso, perfino rischioso, Takahashi non sceglie la via di una ricostruzione storica pura e semplice: pur seguendo passo passo le evoluzioni del processo, concentrando la propria attenzione sul personaggio del giovane giudice Kumamoto (colui al quale si deve la notorietà del caso, grazie alle memorie scritte a quasi quarant’anni di distanza dai fatti), l’architettura narrativa su cui posa le proprie basi Box – The Hakamada Case è a dir poco schizofrenica. Dopo aver aperto il film con le immagini d’epoca del tentativo di colpo di stato del 1936 (evento noto in Giappone con il nome di “Incidente del 26 febbraio”), il cineasta nipponico sfrutta in egual misura tecniche d’inchiesta, sprazzi di surrealismo, sequenze oniriche, in un pastiche visivo che a tratti sfiora il cattivo gusto ma che per la maggior parte del tempo riesce a condurre in porto un’opera non facile, scorbutica. Non è probabilmente un semplice caso che il film perda colpi proprio quando cerca di scendere a patti con il cinema classico, riproponendone stilemi e cliché (il giudice distrutto dal senso di colpa che finisce per perdere via via tutti i pezzi della propria esistenza, iniziando dalla famiglia). Bizzarro prodotto, esteticamente difficile da etichettare, Box – The Hakamada Case è un’opera importante e incompiuta, ma che non dovrebbe essere abbandonata al proprio destino. Perché al suo interno, in maniera quasi inconsapevole, si nasconde una verità importante, e che merita di venir riportata alla luce.

Info
Box – The Hakamada Case, il trailer.
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