Blood Story

Blood Story

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Meno scavato da un punto di vista psicologico, con i legami familiari lasciati immeritatamente fuori campo, Blood Story  è un remake esteticamente valido ma freddo, anaffettivo.

La terra del rimorso

Owen, dodicenne solitario, maltrattato e picchiato dai compagni di scuola, conosce Abby, una strana ragazzina che si è trasferita da poco nel suo quartiere con un vecchio uomo. Ben presto scopre che la ragazza, in realtà, è una vampira… [sinossi]

Remake, rifare, è un verbo che sottintende due imprescindibili punti di partenza: la necessità di disfarsi del “vecchio” (o, meglio, del precedente) per crearlo ex-novo dalle proprie stesse ceneri, e la decisione non di “fare” ma piuttosto di adagiarsi sul materiale preesistente per restaurarlo a nuova vita. In questa prospettiva degna degli esperimenti del dottor Frankenstein le major hollywoodiane hanno sempre primeggiato, raggiungendo in tal senso nell’ultimo decennio ritmi produttivi a dir poco preoccupanti: dall’Estremo Oriente alla Vecchia Europa il saccheggio di opere originali perpetrato dal cinema statunitense arriva a lambire i confini del mostruoso, aggettivo quanto mai calzante, vista e considerata la priorità, in chiave di remake, data all’allestimento di film horror.
Alla luce di questa breve premessa non vi è dunque alcun motivo di meravigliarsi del rifacimento di Lasciami entrare di Tomas Alfredson, straordinario affresco di vampiri e infanzia di produzione svedese, nuovamente portato in scena (oltreoceano) ad appena due anni dall’originale. Un’operazione destinata a seguire ovviamente il diktat che decreta senza mezzi termini di battere il ferro finché è caldo facendo leva, per quel che concerne il mero successo commerciale, sull’innata pigrizia schizzata di ignoranza del pubblico di massa. Låt Den Rätte Komma In (questo il titolo svedese dell’opera di Alfredson e ancor prima dell’ottimo romanzo di John Ajvide Lindqvist), pur avendo trovato una breve e malmessa distribuzione negli Stati Uniti nell’ottobre del 2008 – dopo una serie di applauditissimi passaggi festivalieri, da una costa all’altra del paese – resta infatti un film pressoché sconosciuto allo spettatore medio statunitense: contro di lui hanno pesato il consolidato pregiudizio contro i film stranieri, il disamore verso i sottotitoli e (ancor più, forse) verso il doppiaggio. Tutti elementi che hanno concorso a spingere una delle più storiche ed emblematiche case di produzione legate al mito dei succhiatori di sangue, la Hammer, a trovare co-produzioni in terra americana per riuscire ad allestirne il remake. Il progetto è stato affidato a Matt Reeves, cineasta quarantaquattrenne che dopo aver esordito sedici anni fa nello scipito sci-fi/horror a episodi Future Shock ed essersi concesso una deviazione nella commedia con il grazioso ma prevedibile Tre amici, un matrimonio e un funerale, ha raggiunto i (meritati) onori delle cronache con l’ottimo Cloverfield, con ogni probabilità il miglior omaggio ai kaiju eiga (e in particolar modo a Godzilla) mai portato a termine a Hollywood.

Nel mettere le mani su un materiale originale davvero a pochissimi passi dalla perfezione, Reeves (responsabile anche della sceneggiatura) ha cercato di trovare delle valvole di sfogo che gli permettessero di lavorare senza abbandonare completamente qualsiasi velleità autoriale: ha modificato, seppur in maniera lievissima e quasi inavvertibile, lo svolgimento temporale della pellicola, aprendo il film con un flash forward, e ha modificato alcuni personaggi, risultando in alcuni casi più fedele alla pagina scritta – il vicino di casa amico del ragazzo, per quanto nel film resti una figura di sfondo – ma allo stesso tempo tradendone, seppur in minima parte, l’indole poetica. Probabilmente annichilito dalla potenza visiva (e visionaria) del film di Alfredson, Reeves non è poi stato in grado di evitare la pericolosa trappola della “copia carbone”: un grandissimo numero di sequenze è pressoché identico all’originale, e in alcuni casi è possibile rintracciare addirittura le medesime inquadrature. Un vero e proprio peccato, perché laddove Reeves ha il coraggio e la forza di procedere per la propria strada, come nel caso della bellissima scena dell’incidente in automobile (giocata con una coinvolgente soggettiva interna alla vettura), è impossibile non apprezzarne il talento registico. Per quanto sia oggettivamente interessante notare come nello spostamento della vicenda dalla Svezia agli Stati Uniti sia stata conservata la forte relazione tra gli eventi narrati e la politica del periodo (entrambi i film sono ambientati all’inizio degli anni Ottanta, momento chiave dell’espansione a macchia d’olio dell’ideale capitalista), l’ambientazione in un freddissimo e inospitale New Mexico non aggiunge davvero nulla allo splendido lavoro sulle timbriche invernali già presente nell’originale di due anni fa. Meno scavato da un punto di vista psicologico, con i legami familiari lasciati immeritatamente nel fuori campo – tranne pochissime e non troppo significative incursioni del personaggio materno – Blood Story (in originale Let Me In) è un prodotto esteticamente valido ma freddo, anaffettivo: l’empatia con i personaggi è meno calibrata, il delicato romanticismo che inteneriva il cuore nel film di Alfredson assai raffreddato. Tutto si fa più esposto, spettacolare ma allo stesso tempo meno sconvolgente e, paradossalmente, assai più pudico. Reeves crede che mostrare, svelare e chiarire ogni punto che potrebbe risultare oscuro allo spettatore meno attento, sia una strada valida da percorrere, ma così facendo perde a tratti di vista l’obbiettivo finale del film. Nella sua tensione a voler illuminare tutti i dettagli, in modo da agevolare anche una visione distratta e superficiale, è costretto a rallentare l’evolversi della vicenda nella prima parte, salvo poi dover recuperare con un’accelerazione finale piuttosto discutibile.

Ma al di là di tutto questo, il problema di fondo probabilmente è che Blood Story è un’opera sbagliata in partenza, morta prima ancora di aver visto la luce: sicuramente si tratta di uno dei migliori remake della storia recente del cinema hollywoodiano, ma questo dato non basta a giustificare un’operazione che non va da nessuna parte e non aggiunge davvero nulla all’ottimo film di riferimento. Resta l’impressione, forte, che Matt Reeves sia uno di quei nomi con i quali sarà necessario confrontarsi per comprendere le evoluzioni produttivi del cinema a stelle e strisce, e permane la convinzione che, per coloro che non avessero mai visto il film di Tomas Alfredson, Blood Story possa risultare passatempo senza dubbio assai piacevole. Ma non si può far finta che Lasciami entrare non esista, e se doveste essere tra coloro che ancora non hanno avuto modo di vederlo, prima di lanciarvi nella visione di Blood Story seguite il nostro consiglio e recuperatelo. Comprenderete allora una volta per tutte la differenza tra il creare e il ri-fare.

Info
Il sito promozionale di Blood Story.
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