Gangor

Esteticamente interessante, narrativamente solido, Gangor non riesce però a restituire un’immagine particolarmente originale della materia trattata, imbarcandosi inoltre in un’aritmicità di fondo che rende poco fluido il risultato finale. Presentato in concorso al Festival di Roma 2010.

Cronache di un corsetto

Upin, affermato fotoreporter indiano, nel corso di un reportage sulle donne tribali della Purulia resta incantato dalla bellezza del seno di Gangor che allatta il figlio all’aperto e immortala quel nudo in uno scatto che finisce sulle prime pagine dei giornali. La foto scatena un grande scandalo e Gangor resta sola, indifesa contro le violenze perpetrate dagli uomini del villaggio. Upin, impazzito per il senso di colpa, sacrifica tutto per aiutare Gangor, ma alla fine sarà lei a portare avanti con coraggio la denuncia contro gli stupratori. Al processo la mobilitazione delle donne diventerà la sua forza… [sinossi]

Le buone intenzioni non sempre sono sufficienti a far sì che la realtà dei fatti non degeneri: sembra essere questa la morale di Gangor, primo esperimento di produzione italo-indiana in concorso per il Marco Aurelio del Festival Internazionale di Roma 2010. Il film, ispirato a uno dei racconti della trilogia Breast Stories di Mahasweta Devi, porta sullo schermo una storia realmente accaduta: l’emancipazione femminile nella seconda più grande potenza economica in espansione continua a essere frenata dal tragico fenomeno dello sfruttamento e della violenza, drammatica consuetudine nell’ambito delle tribù che popolano le campagne dell’India.
La sceneggiatura segue uno spunto semplice e si articola con altrettanta linearità: Upin, un fotoreporter inviato nel Bengala occidentale per documentare le violenze subite dalle donne nella retrograda società locale, si imbatte in Gangor, una giovane indigena impegnata nell’allattamento del suo bambino. L’uomo non esita a renderla protagonista di alcuni scatti per il proprio servizio fotografico ma la pubblicazione in prima pagina della foto della donna susciterà scandalo e le conseguenze saranno drammaticamente incontrollabili.

Italo Spinelli concentra la propria attenzione sul dramma umano dei due protagonisti, entrambi partecipi seppur in maniera differente di un’autentica discesa negli inferi della contemporaneità: Gangor dopo essere stata stuprata più volte persino dalla polizia è condannata a una vita di prostituzione, Upin sarà dilaniato dai sensi di colpa e dalla consapevolezza del gap culturale che attanaglia il proprio Paese. La violenza, lo sfruttamento, l’omertà e la diffidenza nei confronti dell’altro: temi forti quelli su cui si impernia l’intera pellicola, che vanno a indagare non solo nell’arretratezza economica e sociale del Bengala occidentale ma che denunciano anche l’indifferenza dell’India occidentalizzata di Calcutta, osservatrice fredda e distratta (i giornali rifiutano di dedicare troppo spazio alle drammatiche cronache provenienti da Purulia), e comunque legata a un background educativo modellato su una codificazione dei ruoli uomo-donna e più in generale della morale troppo spesso avvinghiata a modelli statici. Oltre allo scontro culturale che evidentemente rappresenta la scintilla vitale del progetto, Spinelli sottolinea la discronia che caratterizza l’India del nuovo millennio: le innovazioni tecnologiche più avanzate, un mercato interno sottoposto alle influenze della globalizzazione e in generale un allineamento rispetto al modus vivendi occidentale si contrappongono al vastissimo bacino di tradizioni locali, là dove l’approccio alla quotidianità è legato a logiche rurali ancorate a modelli di vita retrogradi e spesso forieri di travagliate discriminazioni. Il dramma di Gangor scaturisce proprio dallo scontro fra le due realtà: il potere mediatico, l’incisività del suo intervento nell’alterazione delle vicende umane è la roulette russa del nuovo millennio, un’arma a doppio taglio che ridefinisce i tratti dell’etica e della morale degli individui (e come probabilmente già rievocato sia pure in forme ben diverse da quelle scelte da Spinelli da The Millionaire di Danny Boyle, con la parabola ascendente del suo fortunato protagonista). Uno scontro fra tradizione e innovazione che si rinnova, stimolato dalla complessità della società indiana e dalla sua contraddittorietà, là dove l’incontro fra simboli e realtà del passato e modernità produce risultati inaspettati (in questo senso ricordiamo l’esperienza descritta in Hair India, il documentario di Raffaele Brunetti e Marco Leopardi sul traffico di capelli: le chiome offerte per il culto si trasformano in extension per i saloni più chic di Bombay).

Lontanissimo dall’immaginario visivo bollywoodiano, il film restituisce alla macchina da presa la durezza dei luoghi in cui è ambientato, dipingendo un ritratto dalle tinte vivide e forti, carico di passione e di desiderio di cambiamento: esteticamente interessante, narrativamente solido, Gangor non riesce però a restituire un’immagine particolarmente originale della materia trattata, imbarcandosi inoltre in un’aritmicità di fondo che rende poco fluido il risultato finale.
Pregevole per il garbo con il quale si avvicina alla complessa tematica della violenza sulle donne, il progetto di Spinelli è in ogni caso un esempio di cinema italiano che si discosta dai cliché sulla rappresentazione dell’estero, evitando di fornire una riproduzione dell’India esclusivamente legata al colorato caos cittadino, ai balli dei musical di Bollywood e al pollo tandoori. E questo, a giudicare dal controverso rapporto dei cineasti italiani con tutto ciò che geograficamente si colloca al di là delle Alpi è già un ottimo passo in avanti.

Info
Il trailer di Gangor

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