I fiori di Kirkuk

I fiori di Kirkuk

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I fiori di Kirkuk si affida in tutto e per tutto alla partecipazione emotiva, alla poesia visiva di alcune sequenze particolarmente riuscite, arricchite dalle musiche avvolgenti firmate dall’Orchestra di Piazza Vittorio, e ai contenuti trattati. Presentato in concorso alla quinta edizione del Festival di Roma.

Un amore apolide

Iraq, anni ’80. La giovane Najla, figlia di una coppia alto-borghese di Baghdad, si innamora di Sherko, un medico curdo. Grazie a lui, entrerà in contatto con la sofferenza della popolazione curda, travolta dalla pulizia etnica ordinata da Saddam Hussein. Dopo essersi scontrata con la propria famiglia, che non è estranea alle violenze ordinate dal dittatore, la ragazza abbraccerà la causa degli oppressi, condividendone la sorte fino alle estreme conseguenze… [sinossi]
Non si può combattere il destino,
si può solo provare a ingannarlo per un po’.
Naila da I fiori di Kirkuk.

Si può sintetizzare con queste poche parole il senso del film diretto da Fariborz Kamkari dal titolo I fiori di Kirkuk, in concorso alla quinta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma e prossimamente nelle sale nostrane con Medusa. Dramma sentimentale ambientato sullo sfondo di una delle pagine più dolorose della storia irachena recente, ossia il pre e il post regime di Saddam Hussein, il film è una sorta di odissea tra le macerie fisiche e astratte di una coppia di innamorati costretti a fare i conti con un presente atrocemente segnato da un passato incancellabile. È un viaggio nella memoria privata e in quella collettiva, un viaggio nel quale l’intima sofferenza si mescola in un vincolo di sangue con l’orrore della vita quotidiana. Il regista curdo nato in Iran, trapiantato in Italia, ci trascina nel più classico dei triangoli amorosi lui, lei e l’altro, con quest’ultimo a rivestire il ruolo del terzo incomodo che, una volta rifiutato dalla bella di turno, cerca in tutti i modi di ostacolare una storia d’amore già di per sé travagliata e complessa tra una dottoressa araba e un medico curdo. Il destino crudele ovviamente non poteva non metterci lo zampino rendendo le cose ancora più complicate. La coppia sarà costretta a vivere e consumare il proprio sentimento nella clandestinità fino all’inevitabile, sofferta e rocambolesca fuga.

La sceneggiatura scorre sul binario della linearità, interrotta da un prologo e un epilogo che spezzano il tuffo nel doloroso passato, quello che fa rivivere sul grande schermo il plot al centro del nuovo film di Kamkari, che si era già messo in evidenza con il thriller Il capitolo proibito e il docu-drama Black Tape. Lo script, seppur afflitto da frequenti cali drammaturgici che non permettono al racconto di raggiungere una certa solidità dal punto di vista narrativo, riesce comunque a coinvolgere e a non far smarrire lo spettatore di fronte alla moltitudine di scene che lo compongono. Il risultato sopravvive grazie al rapporto empatico che la trasposizione in immagini e suoni instaura con il pubblico. In questo modo la sua messa in scena resta credibile e attaccata alla realtà, frutto di un approccio documentaristico alla materia e alle argomentazioni trattate, anche se in alcune circostanze quello stesso approccio vacilla pericolosamente (vedi ad esempio la scena del parto e soprattutto quella che mostra la protagonista mentre consegna lo scottante carteggio che dimostra il genocidio compiuto).

I fiori di Kirkuk si affida in tutto e per tutto alla partecipazione emotiva, alla poesia visiva di alcune sequenze particolarmente riuscite (quelle nelle quali la protagonista ascolta delle letture), arricchite dalle musiche avvolgenti firmate dall’Orchestra di Piazza Vittorio, e ai contenuti trattati (genocidio, violazione dei diritti umani, restrizioni fisiche e mentali, violenze sulle donne…). Quest’ultimi purtroppo non vengono sempre sviluppati e affrontati nella giusta maniera, tanto da far sorgere nella platea il dubbio che siano volutamente e per scelta dell’autore rilegati sullo sfondo della storia d’amore al centro del film. Ci sentiamo di sposare questa ipotesi, coscienti del rischio di commettere un errore di valutazione e interpretazione, ma è un rischio che si può correre al cospetto di un’opera che nonostante punti irrisolti e slanci enfatici forse un po’ troppo sottolineati, pare conoscere bene la strada che porta al cuore.

Info
Il trailer italiano de I fiori di Kirkuk.
La pagina facebook de I fiori di Kirkuk.
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