Rabbit Hole

Rabbit Hole

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Nell’affrontare un tema più volte portato sul grande schermo, Mitchell e Lindsay-Abaire cercano di non sprofondare nelle sabbie mobili della cupa elaborazione del lutto, del dramma a tutti i costi, della totale assenza di raggi di sole, di sorrisi, di vitalità. Rabbit Hole racconta con apprezzabile realismo il lento ritorno alla vita dei coniugi Becca e Howie Corbett, belli ricchi e innamorati, ma travolti dalla perdita del loro unico figlio. I cani inseguono gli scoiattoli, i bambini inseguono i cani: la tragedia della famiglia Corbett si intreccia con la vita di tutti i giorni, con la vita di altri personaggi.

Il mattone in tasca

Becca e Howie Corbett sono una coppia felicemente sposata che dovrà fare i conti con l’improvvisa e drammatica scomparsa del piccolo Danny, travolto incidentalmente da una macchina a pochi passi dal giardino di casa. Nulla sarà più come prima, dal rapporto coniugale alle relazioni con i parenti, con gli amici, con i colleghi di lavoro… [sinossi]

Presentato in concorso al Festival del Film di Roma 2010, il nuovo lungometraggio di John Cameron Mitchell, già ampiamente apprezzato per l’opera d’esordio Hedwig – La diva con qualcosa in più (2001) e per il successivo e libertino Shortbus – Dove tutto è permesso (2006), conferma il talento visivo e narrativo del cineasta texano, abile nel mettere in scena un testo teatrale ricco di insidie. Aiutato da un cast di rilievo, il regista americano abbandona le tematiche e le provocazioni delle precedenti pellicole per confrontarsi con la pièce Rabbit Hole di David Lindsay-Abaire, vincitore nel 2006 dell’ambito Premio Pulitzer e autore anche della sceneggiatura.

Mitchell, che aveva realizzato gli script dei suoi primi due lavori, dirige un film decisamente diverso rispetto ai precedenti, più misurato, consueto: gli eccessi, le invenzioni registiche e le provocazioni di Shortbus sono ben lontani e lasciano il posto a un dramma da camera, ai volti rassicuranti e borghesi di Nicole Kidman (Becca Corbett), Aaron Eckhart (Howie Corbett), Dianne Wiest (Nat) e Miles Teller (Jason). Non più locali equivoci, feste travolgenti e tempeste ormonali, ma villette con giardini curati, strade alberate e la famiglia, gli affetti genitori-figli, come centro gravitazionale. I prossimi progetti potranno dirci se Rabbit Hole rappresenti una svolta, una sorta di normalizzazione o un’eccezione (o, ancor meglio, una sfida): al momento, la terza pellicola del regista/sceneggiatore/attore di El Paso ci consegna un cineasta capace di affrontare e rappresentare racconti, personaggi e stati d’animo assai distanti tra loro. La ricchezza visiva di Shortbus e la misurata messa in scena di Rabbit Hole non stridono, ma aprono nuovi orizzonti per la futura filmografia di John Cameron Mitchell.

Nell’affrontare un tema più volte portato sul grande schermo, e sempre assai rischioso, Mitchell e Lindsay-Abaire cercano di non sprofondare nelle sabbie mobili della cupa elaborazione del lutto, del dramma a tutti i costi, della totale assenza di raggi di sole, di sorrisi, di vitalità. Rabbit Hole racconta con apprezzabile realismo il lento ritorno alla vita dei coniugi Becca e Howie Corbett, belli ricchi e innamorati, ma travolti dalla perdita del loro unico figlio. I cani inseguono gli scoiattoli, i bambini inseguono i cani: la tragedia della famiglia Corbett si intreccia con la vita di tutti i giorni, con la vita di altri personaggi. La perdita improvvisa di un figlio ha conseguenze interne ed esterne, prevedibili e imprevedibili, e l’elaborazione del lutto è un percorso personale, non sempre pienamente percorribile: Rabbit Hole riesce nella non facile impresa di raccontare i diversi punti di vista, le differenti reazioni, i rapporti con i parenti più prossimi, con gli amici, con il resto del mondo. Non particolarmente originale, il film di Mitchell ha il merito di accostarsi alla morte e alla vita senza troppi clamori, senza facili spettacolarizzazioni: giova, senza dubbio, la presenza di un buon numero di personaggi secondari, scritti con cura, dalla madre alla sorella, dal giovane Jason, involontario e traumatizzato protagonista della morte del piccolo Danny, a Gaby (Sandra Oh). E un validissimo apporto è fornito dagli attori, dalla sempre brava Nicole Kidman – nonostante il tuttora inspiegabile ricorso alla chirurgia plastica che ne ha limitato l’espressività – al solido e sottovalutato Aaron Eckhart, a Dianne Wiest, che ha gioco facile nel ruolo della nonna dimessa e comprensiva. Tra le tante sequenze, almeno una citazione per l’intenso e commovente confronto finale madre/figlia, con la validissima metafora del mattone, e per il finale, aperto, sincero, dolorosamente realistico. Bisogna pur vivere, direbbe qualcuno.

Rabbit Hole riesce a rappresentare e a raccontare i tentativi di fuga e i bruschi ritorni alla realtà: i video sul cellulare, i gruppi di sostegno, lo squash, la routine, le menzogne e le cose non dette, le canne e il parco la mattina, il sesso, la casa, la cura del giardino, i giocattoli, i disegni e tutto quel che segue. Mitchell materializza sullo schermo il peso del dolore, quel peso che poi (un giorno, forse…) diventerà un mattone da portare in tasca. Non era facile, non è poco.

Info
Il sito ufficiale di Rabbit Hole.
Il trailer italiano di Rabbit Hole.
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