The Back
di Liu Bingjian
Incapace di scegliere la propria via espressiva, tentato dalle sirene di un cinema puramente autoriale ma sprovvisto in fin dei conti dei requisiti minimi per imporre il proprio sguardo agli spettatori, Liu Bingjian porta a termine con The Back un’opera monca, priva delle forza e del coraggio necessari a raggiungere l’obbiettivo prefissato. Al Festival di Roma 2010.
L’hai mai mica fatto un tatuaggetto?
Irrimediabilmente segnato nella psiche dal padre pittore e artista ufficiale di Mao, il protagonista si muove nel mondo delle gallerie d’arte, tra memorabilia dell’arte di propaganda che possono nascondere terribili segreti, ben celati dalla nuova follia cinese, quella consumistica. [sinossi]
È dall’inizio del Festival di Roma, ma ancor prima dalla conferenza stampa di presentazione della kermesse capitolina, che i rumours che si avvicendavano intorno a Bei mian (titolo originale cinese, sostituito a livello internazionale dall’inglese The Back) ripetevano senza sosta la nascita di una nuova ideale categoria cinematografica, quella dell’horror totalitario. Si dovrebbe probabilmente prestare maggiore attenzione all’utilizzo dei lemmi: il nuovo film di Liu Bingjian, autore conosciuto dai più (tra i cinefili di stretta osservanza, ovviamente) per Men and Women, che convinse il pubblico di Locarno più di dieci anni fa, non possiede neanche uno degli elementi che potrebbero concorrere a iscriverlo nella lista dei film horror del 2010. E il problema è che lo stesso cineasta sembra esserne perfettamente consapevole: dov’è allora l’inghippo? Quale può essere il motivo che ha spinto la selezione del festival a creare dal nulla questo nuovo genere?
Sulla Cina maoista si è detto tanto, di tutto e il contrario di tutto: che l’iconografia di Mao Tse-tung (o Zedong, seguendo la nuova grafia attualmente in uso in occidente) sia stata rivalutata in patria in piena epoca di espansione capitalistica non fa altro che sottolineare l’ennesimo caso di appropriazione (indebita) di un’immagine a puro scopo pubblicitario o propagandistico. Una prassi che rientra perfettamente nell’estetica pop industriale, come simboleggiato senza dubbio dal caso di Ernesto ‘Che’ Guevara o da quello di John Lennon – per citare i volti più abusati degli ultimi decenni – ma che rappresenta una parziale novità per una nazione, come la Cina, che sta puntando senza remore al vertice del potere mondiale. The Back nasce proprio da questa riflessione: nella Cina contemporanea il figlio di un modesto artista che aveva passato l’intera vita a stampare, tatuare e dipingere il volto del Comandante Mao, scopre (alla morte dell’odiato genitore) che ora le opere del padre valgono una vera e propria fortuna. L’uomo non sembra troppo interessato alla notizia, ma su di lui iniziano a convergere le attenzioni di commercianti d’arte senza scrupoli, dai quali è consigliabile fuggire, soprattutto se si nascondono segreti innominabili sulla propria stessa pelle.
Come si potrà intuire fin da queste brevi note sinottiche – non troppo dissimili da quelle che trovate in testa a questa recensione – Liu sembra più interessato a mettere in scena la Cina dei nostri giorni in una chiave noir (per quanto grottesca o deforme) che a immergere il suo film nelle acque del cinema del terrore o a meticciarlo con un’estetica vicina alla body art. Già, perché i già citati “rumours” avevano anche identificato The Back come progetto prossimo alle dinamiche proprie dei body artist, con la carne umana schernita e messa letteralmente alla berlina: nel film, al contrario, se si esclude una comunque non troppo esibita deriva finale (con tanto di schiene scuoiate) e un divertente ma episodico massaggio “volante”, anche questo elemento viene a mancare completamente. Il che non sarebbe certo un crimine, se solo si riuscisse a capire in quale direzione ha intenzione di muoversi il film: mistero non del tutto solubile, purtroppo.
Preso dalla foga di voler metaforizzare il percorso trentennale della Cina, dalla Rivoluzione Culturale al totalitarismo neo-liberista, il regista finisce per disperdere di fatto qualsiasi riflessione puramente politica in una contorta, e neanche troppo interessante, storia di violenze familiari rimosse e intrighi commerciali. Lo stile, piatto e fin troppo lineare, disperde la propria forza in stasi e ripartenze, non certo aiutato da una recitazione monocorde e perfino svogliata: in questo modo anche le intuizioni più apprezzabili finiscono inesorabilmente per essere svilite, ridotte a una ipotetica fiera delle atrocità che non trova neppure un reale compimento sullo schermo.
Incapace di scegliere la propria via espressiva, tentato dalle sirene di un cinema puramente autoriale ma sprovvisto in fin dei conti dei requisiti minimi per imporre il proprio sguardo agli spettatori, Liu Bingjian porta a termine un’opera monca, priva delle forza e del coraggio necessari a raggiungere l’obbiettivo prefissato. Un peccato, anche se viene da chiedersi quale sia stata la riflessione alla base della scelta in fase di selezione al Festival di Roma: prima di lanciarsi in neo-generi inventati di sana pianta per l’occasione, sarebbe forse il caso di ragionare con maggiore attenzione. Perché in caso contrario non si fa un grande favore né agli spettatori né, tantomeno, al film stesso.
- Genere: drammatico, thriller
- Titolo originale: Bei mian
- Paese/Anno: Francia, Hong Kong | 2010
- Regia: Liu Bingjian
- Sceneggiatura: Liu Bingjian
- Fotografia: Zheng Jiansong
- Montaggio: Mao Hui
- Interpreti: Hu Bing, Jia Yuanyuan, Xu Chengfeng, Xu Ning
- Colonna sonora: Nicolas Backer, Zhan Yuning
- Produzione: Apsaras Film, Centre National de la Cinématographie et de l'Image Animée, CS Production, East Entertainment Limited, HRTV Production, Rouge International
- Durata: 85'

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