Kill Me Please

Kill Me Please

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Dissacrante, cinico, ironico, diabolicamente divertente: Kill Me Please è folgorante nella propria cattiveria, nel suo approccio nero alla morte che affronta senza scivolare nella retorica o nella sdolcinatezza. Presentato e premiato al Festival di Roma, distribuito nelle sale italiane da Archibald Enterprise Film.

Della morte col dottore

Medico all’avanguardia, il Dr Kruger vuole dare un senso al suicidio. Il suo sogno è creare una struttura terapeutica dove darsi la morte non sia più considerata una disgrazia, ma un atto consapevole svolto con assistenza medica. La sua clinica esclusiva richiama l’attenzione di un gruppo di strani personaggi, accomunati dal desiderio di morire: un famoso comico con un cancro incurabile, un commesso viaggiatore che cela sordidi segreti, un ricco erede lussemburghese, una bella ragazza con manie autolesioniste, un vecchio cabarettista berlinese dalla voce rovinata e un uomo che ha perso tutto nel gioco d’azzardo, moglie compresa. Dopo essersi consultati con Kruger sulle motivazioni che li spingono a farla finita, ciascuno di loro ha diritto a esprimere un’ultima richiesta. Ma nelle isolate montagne dove il dottore ha inteso realizzare il suo sogno del suicidio perfetto, è ancora la Morte a decidere quando colpire… [sinossi]

Il suicidio rappresenta un costo per la complessa macchina economica mondiale: bando ai moralismi e al sentimentalismo, morire prima del tempo rappresenta una perdita di utili per il proprio Paese e conseguentemente per tutta la comunità. È da questa riflessione grottesca e provocatoria che trae spunto Kill Me Please, secondo lungometraggio del francese Olias Barco, che con lucidità e irriverenza mette in discussione uno fra i temi più cupi e tetri della riflessione umana: la morte.
L’indiscutibile crucialità del trapasso ha fatto sì che più volte l’espressione artistica si dedicasse a progetti che declinassero le innumerevoli sfumature della morte e del suicidio, esaminando il desiderio volontario di concludere la propria esperienza terrena per sottrarsi ai dolori fisici e psicologici della quotidianità. Quando all’eterno confronto fra eros e thanatos si aggiunge anche la valutazione sul dibattuto tema dell’eutanasia, il rischio che il risultato finale si impantani nelle vie dell’emotività e del sentimentalismo più stucchevole sono – ahinoi – estremamente probabili (sia nei casi di legittimazione che in quelli di illegittimità della “volontaria messa in discussione della propria esistenza”). Ricorrono però talvolta delle eccezioni.
Dissacrante, cinico, ironico, diabolicamente divertente: Kill Me Please è folgorante nella propria cattiveria, nel suo approccio nero alla morte che affronta senza scivolare nella retorica o nella sdolcinatezza.

Il dottor Kruger ha un sogno: restituire dignità al suicidio. Per questo ha creato la propria clinica nella quale assiste medicalmente pazienti che volontariamente scelgono di porre fine alle loro sofferenze e nella quale  ognuno ha diritto a veder esaudito il proprio ultimo desiderio (morire sorseggiando un bicchiere di champagne, in compagnia di una studentessa-prostituta, consumando di una cena analoga a quella assaporata durante il proprio viaggio di nozze…). La presenza della clinica ha creato però dei dissapori all’interno delle contee circostanti e ben presto la calma nella quale è immersa la struttura sarà destinata a essere sovvertita.
Il film nasconde dietro alla spessa coltre di “black humor” una riflessione seria sul desiderio di fuga dalla realtà grazie alla mortalità: la speranza dell’uomo moderno è quella di “potersene andare” esaudendo finalmente i propri desideri, come se la fine dell’esistenza potesse rappresentare anche la propria massima realizzazione. Ispirato a una clinica realmente esistente e operativa in Svizzera, Kill Me Please tratteggia con grottesca trasparenza le caratteristiche dell’essere umano del nuovo millennio che, tramortito dalla convinzione che ciò che è “medico” sia automaticamente sinonimo di “politicamente corretto” e quindi “accettabile” si lascia travolgere e conquistare dalla facoltà di spegnersi in un ambiente che fa dell’approccio igienico-sanitario la propria linea guida. Allo stesso tempo il film riporta sullo schermo uno spaccato dell’avida smania degli uomini che di fronte alle difficoltà scatenano tutta la loro vis capricciosa in una lotta senza pietà alla conquista del “bicchiere d’acqua (e veleno)” che gli spalancherà le porte dell’eterno riposo.

Olias Barco senza cedere alla verbosità e al conformismo di impostazione parareligiosa affronta con divertito brio l’imprevedibilità della Morte: il dottor Kruger e il suo staff combattono contro l’incontrollabilità della “Nera Signora” come dei novelli Don Chisciotte contro i mulini a vento, ritrovandosi a gestire un’inaspettata emergenza che, per assurdo, mette a repentaglio la sopravvivenza dei pazienti. Entra in gioco in questo senso la contraddittorietà dell’essere umano che – dopo essersi fatto ricoverare per ingerire una dose di veleno che in tre minuti bloccherà le proprie funzioni vitali – fugge e si dispera quando è minacciato da una morte estranea alle logiche che aveva previsto.
La sceneggiatura realizzata dal regista insieme a Virgile Bramly e Stephane Malandrine è indubbiamente uno dei grandi punti di forza di questo film, che coniuga la compattezza e la solidità dell’idea di base a una pregevolissima elaborazione di tutti quegli elementi “accessori” (la descrizione della vita nella clinica, le abitudini dei pazienti, le loro pretese) che rendono ricco ma mai sfarzoso il risultato finale. La punta di diamante del processo di scrittura è senz’altro legata ai dialoghi: caratterizzati da uno stile divertente e sofisticato che non scade nella bieca volgarità, i confronti fra i personaggi sono permeati dallo spirito cinico e sottilmente farsesco della pellicola (su tutti brilla il racconto del lussemburghese che ha perso la moglie a una partita di poker).

Girato in un glaciale bianco e nero che richiama algide atmosfere, rigoroso nei movimenti di camera, il film – a detta anche dello stesso Olias Barco – ha cercato di avvicinarsi ai personaggi e alla loro storia con un atteggiamento quasi documentaristico (ne sono un esempio le dichiarazioni rilasciate dai pazienti come “biglietto da visita” per il proprio ricovero nella clinica). Interamente contestualizzato nell’ambito della clinica, Kill Me Please riproduce un ambiente che sembra richiamare la tradizione giallistica letteraria di inizio Novecento (Agatha Christie su tutti): lo spazio chiuso nel quale avviene l’azione oltre a rappresentare la trasposizione fisica più efficace nel descrivere l’approccio alla vita dei protagonisti gioca con la trasformazione del sogno in incubo. La prigione dorata nella quale i pazienti si fanno rinchiudere in attesa di morire, circondanti dagli alberi e dolcemente cullati dalla placida vita di una villa isolata, si trasforma in una vera e propria casa degli orrori dalla quale è pressoché impossibile fuggire, un non-luogo dove trionfa la follia e – ovviamente – la morte.
Viaggio nell’assurdo e nel macabro, Kill Me Please e il suo feroce cinismo nei confronti della società sono una boccata di aria fresca, un affresco impertinente sulla prolissità, la ridondanza e l’arroganza degli uomini che sono pronti a comprare anche l’intervento della morte.

Info
Il trailer di Kill Me Please.
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