Carlos – The Film

Carlos – The Film

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Tagliata praticamente per la metà della sua durata, la versione cinematografica di Carlos sminuisce la portata da film oversize, capace di uscire dalle logiche comuni e di spingersi verso territori narrativi poco battuti.

Un Carlos a metà

Il leggendario Carlos, venezuelano rivoluzionario di professione, è al centro della storia del terrorismo internazionale negli anni ‘70 e ‘80. Allo stesso tempo marxista e mercenario opportunista al soldo dei servizi segreti delle potenze del Medio Oriente, ha fondato un’organizzazione, al di là della cortina di ferro. Carattere contraddittorio, violento come l’epoca che ha incarnato, Carlos detto lo Sciacallo, oggi detenuto con il suo vero nome Ilich Ramirez Sanchez, è stato una pop star del terrorismo, bruciato dal desiderio di soldi e di fama mediatica. [sinossi]

Ci sono film che fanno della loro fluvialità una delle caratteristiche principali: prendete Fino alla fine del mondo di Wim Wenders, cosa è la versione breve se non una follia senza controllo, soprattutto se messa in relazione alla stupefacente versione lunga? La stessa cosa la si può dire per I cancelli del cielo di Michael Cimino ma il nostro elenco sarebbe certamente molto lungo e avrà senza dubbio come ultimo rappresentante il Carlos di Olivier Assayas. Visto nella versione cannense, come abbiamo già avuto modo di dire, la pellicola di Assayas ci ha semplicemente folgorato, dando vita ad un personaggio (meta)cinematografico meraviglioso e scontornato, sfaccettato e magicamente e tragicamente reale ma mai così fino in fondo da non essere totalmente fittizio. Un biopic che riscriveva in corso d’opera le regole del genere che, appunto, faceva della lunga durata uno dei suoi cardini: tutto ciò, ovviamente, decade nella versione cinematografica di Carlos, epurata in pratica della metà delle sue cinque ore e mezza, con tutte le ovvie conseguenze del caso. Non che il risultato sia sbagliato o poco interessante, Carlos rimane pur a metà un grande film, però è innegabile che soprattutto nel proprio impianto narrativo gli sbalzi inficino non poco su un giudizio complessivo che nella prima versione rasentava la perfezione.

Basato su testimonianze reali sullo stesso terrorista, ma guidato dall’ampio respiro di uno dei migliori figli della Nouvelle Vague (che condivide con questi anche un passato di critico/teorico cinematografico), e quindi interamente giocato sulla dicotomia verità/finzione nella quale (come detto nella già citata recensione cannense): “Cresce il personaggio cinematografico di Carlos, a ben vedere in logica e conseguente emanazione della vera vita dello Sciacallo (personalità sfaccettata, pirandellianamente multiforme, con centinaia d’identità diverse sparse per il mondo)”. E se, continuando a rimestare intorno a ciò che scrivemmo a proposito della versione lunga, “il miracolo di Carlos è tutto qui, nell’aver ridisegnato i confini del biopic, costruendo questo eroe postmoderno e globalizzato, il primo forse della nostra epoca, continuamente intrappolato, lui che sembrava fosse impossibile acciuffare, negli aeroporti di mezzo mondo. È proprio in questi non-luoghi che la figura di Carlos emerge e si delinea, da cacciatore a preda, da burattinaio a marionetta dei servizi segreti di mezzo mondo, da eroe del mondo arabo a ingombrante fardello di cui liberarsi il prima possibile”, dobbiamo ammettere a malincuore che nella versione cinematografica a farne maggiormente le spese è proprio la seconda parte del film, quella che insisteva appunto sulla parabola discendente del terrorista internazionale Ilich Ramírez Sánchez, sul proprio destino di reietto internazionale, “rifiutato” continuamente da ogni dogana, intrappolato dal proprio passato di apolide rivoluzionario e bombarolo. Da quando la fortuna dello Sciacallo comincia a scemare, dunque, Assayas prende ad amputarne la propria parabola discendente: a conti fatti rimane di Carlos l’anima prettamente “adrenalinica”, quella da “action” per intendersi, dando dunque tutt’altro gusto al personaggio della pellicola. Ma non sono solo i temi e i suoi sviluppi a mancare in questo “monco” Carlos, sono anche e soprattutto le ambizioni di realizzare un film oversize, di uscire dalle logiche comuni, di spingersi infine verso territori narrativi poco battuti, il tutto condito da un ritmo che per larghi tratti dell’opera tende sensibilmente a mancare. È come se ci fossero dei buchi, qua e là. Chi avrà la fortuna di vederlo nella sua interezza saprà che quei buchi, in realtà, nascondono delle gemme.

Info:
Il trailer di Carlos su Youtube
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