L’homme qui voulait vivre sa vie

L’homme qui voulait vivre sa vie

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Tanto Antonioni era avanti nel tratteggiare la crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, quanto Lartigau e il suo L’homme qui voulait vivre sa vie sembrano arrivare fuori tempo massimo, in un determinato momento storico in cui l’uomo sembra sparire nel web, piuttosto che nella realtà. Presentato al Festival di Roma 2010.

Inseguendo se stessi

La storia di un uomo, Paul Exben, dall’esistenza perfetta: benestante, associato a uno degli studi d’avvocato più affermati di Parigi, bella casa, bella famiglia, bellissima moglie. Ma qualcosa non quadra, le abitudini vacillano e scopre così che la consorte lo tradisce con il vicino di casa, un affascinante fotoreporter dalla vita disordinata e avventurosa. Il mondo gli crolla addosso e la sua vita prende una strada tanto disperata quanto insolita, trascinandolo verso un cambio di identità capace di rivelargli la sua vera natura e concretizzare i sogni rimasti sepolti nel suo inconscio… [sinossi]

Due considerazioni prima di cominciare qualsivoglia analisi sul film in questione: la prima è che Michelangelo Antonioni (con buona pace di tanti critici nostrani capaci di stroncarlo persino da morto, vedere per credere il coccodrillo di Paolo Mereghetti sul Corsera il giorno della morte del Maestro) rappresenta senza ombra di dubbio uno dei numi tutelari più riconoscibili del cinema europeo, uno dei registi il cui influsso sull’arte cinematografica contemporanea è quantomeno evidente. La seconda è che Romain Duris, se messo nelle condizioni di poter esplorare una sceneggiatura ma soprattutto lo spazio filmico con grande libertà, rappresenta una delle vette più alte della recitazione di cui si ha traccia oggigiorno. Ciò detto, finite queste doverose considerazioni, possiamo dire che L’homme qui voulait vivre sa vie rispecchia fedelmente quanto appena scritto: da una parte, infatti, sono più che chiari (e non taciuti) i sottotesti antonioniani, dall’altra Duris regala una parte decisamente da apprezzare, in un ruolo vagamente borderline che è poi quello in cui rende meglio.

Eppure, la prima escursione drammatica di un commediante di discreto successo come Eric Lartigau (già autore di Prestami la tua mano e Pistole nude), tolti gli spunti interessanti a cui abbiamo già accennato, non è che entusiasmi particolarmente, a causa soprattutto di una seconda parte poco convincente e di un finale piuttosto zoppicante. Ma andiamo con ordine: inizialmente Lartigau è molto abile a tratteggiare quelle piccole crepe che si stanno per aprire nel rarefatto e apparentemente perfetto quadro borghese del film. Una famiglia bella e giovane, una moglie invidiabile e una lanciatissima carriera da avvocato: cosa può chiedere di più il protagonista Paul Exben? Forse, semplicemente un’altra vita, quella che non ha mai avuto il coraggio di vivere. Pirandellianamente, allora, Paul (novello Mattia Pascal) approfitta di una tragedia che lo ha visto protagonista e muore. Per finta, s’intende. Una volta che tutto quel castello di sicurezze si sbriciola pian piano (la moglie lo tradisce, il figlio più piccolo non fa altro che frignare, la socia in affari sta morendo, l’avvocatura non lo ha mai entusiasmato, insomma, c’è da capirlo, gli va tutto a scatafascio) Paul smette di esser tale e prende altre sembianze (burocratiche). Ma in realtà per lui è come rinascere. Ed è qui che si sbaglia, perché proprio come il fu Mattia Pascal, la vita richiede sempre qualche certificazione: una volta fuggito a est, tra Serbia e Montenegro per la precisione, il buon Paul si scopre provetto fotografo e, non senza qualche banalizzazione davvero urticante, diventa praticamente un reporter tra i più quotati. Una volta capito che il fantasma della sua nuova identità (che nuova non è) e quello della vecchia rischiano di creare un cortocircuito al quale non potrà porre rimedio, Paul decide di rimettersi in circolo, sparire per ricominciare o ricominciare a sparire.

Gli echi antonioniani, in particolare da Professione: reporter, si avvertono decisi non tanto nello stile, Lartigau non ha certo la profondità con/in cui guarda Antonioni, quanto in un avviluppo narrativo che dall’insoddisfazione congenita trova come unica soluzione il trafugare un’identità. Cambiano modalità e nevrosi, problematiche e valvole di sfogo, eppure più di trent’anni dopo sembra di essere allo stesso identico punto: probabilmente tanto Antonioni era avanti nel tratteggiare la crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, quanto Lartigau e il suo L’homme qui voulait vivre sa vie sembrano arrivare fuori tempo massimo, in un determinato momento storico in cui l’uomo sembra sparire nel web, piuttosto che nella realtà – sfruttando magari le enorme potenzialità d’anonimato della rete, anche grazie ad alcuni suoi simulacri (vedi Facebook, il re dei Social Network…). Ed è in fin dei conti questo il peccato principale commesso da Lartigau, peccato non capitale sia chiaro, ma che ha relegato il suo L’homme qui voulait vivre sa vie a metà tra un divertissment d’autore e un’indagine sul reale.

Info
Il trailer di L’homme qui voulait vivre sa vie.

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