L’ultimo esorcismo

L’ultimo esorcismo

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Con L’ultimo esorcismo Daniel Stamm firma un’incursione nell’orrore inquietante e carica di angoscia, in cui la commistione con il (falso) documentario la fa da padrona.

In hoc signo filmes

Quando il reverendo Cotton accetta di recarsi alla fattoria della famiglia Sweetzer, in Louisiana, è convinto di dover fare il solito esorcismo su un fanatico religioso mentalmente disturbato. Cotton decide quindi di filmare con una troupe cinematografica un documentario che testimoni come la pratica dell’esorcismo sia in realtà una truffa. Al suo arrivo alla fattoria, diventa però presto chiaro che l’uomo non è assolutamente preparato ad affrontare il male che si annida nel corpo della giovane Sweetzer, ma dovrà salvare la ragazza posseduta prima che sia troppo tardi… [sinossi]

In tempi di crisi, economiche e creative, come quelli che stiamo vivendo, una buona parte di registi interessati alle dinamiche del cinema dell’orrore si sta sempre più avvicinando a una commistione tra gli elementi classici del genere e l’approccio documentaristico alla messa in scena. Se ciò è facilmente attribuibile proprio alla necessità di ridurre al minimo le spese del set, andando dunque a sgravare le produzioni di una voce in grado di far lievitare notevolmente i costi, sarebbe forse il caso di non semplificare eccessivamente la questione. Il fatto che horror e documentario si compenetrino al punto da fondersi in maniera indissolubile, è un elemento piuttosto rilevante nella comprensione delle mutazioni (pur minime) cui sta andando incontro la messa in scena del genere e la fruizione stessa da parte del pubblico che vi si avvicina: l’analisi dettagliata e attenta della realtà e la divagazione sovrannaturale non sono necessariamente da porre in antitesi, tutt’altro.

Capostipite di questo nuovo ingranaggio all’interno dei percorsi dell’horror fu senza dubbio The Blair Witch Project di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez, che sfruttò l’arma del mockumentary per incunearsi nell’immaginario incubale di un’America ancora insonnolita dall’opulenza reganiana. A partire da allora il cinema horror si è incontrato/scontrato con la realtà in non poche occasioni: la riprova definitiva di quanto stia mutando l’atteggiamento nei confronti del terrificante è stato possibile rintracciarla nel palinsesto del ventottesimo Torino Film Festival. Nel concorso troneggiava lo spassoso e arguto Vampires, opera terza del quarantenne belga Vincent Lannoo, in cui una falsa troupe veniva ospitata da un’importante famiglia di succhiasangue per permettere agli spettatori di osservare il mondo dalla prospettiva degli immortali predatori della notte; nella corposa selezione di Rapporto Confidenziale, per quest’anno interamente dedicato proprio al cinema dell’orrore, ha fatto invece la sua bella figura L’ultimo esorcismo. I nomi da appuntarsi per cercare di comprendere il senso e il valore di questa particolare opera sono quelli di Daniel Stamm ed Eli Roth: il primo, già autore dell’affascinante A Necessary Death, falso documentario interessato a indagare l’universo dei suicidi, siede dietro la macchina da presa. Al ben più prezzolato Eli Roth (alle cui scorribande in cabina di regia continuiamo comunque a preferire gli interessanti risultati nei panni di attore) spetta invece il compito di produrre il film e, sostanzialmente, di donargli una qualche garanzia nei confronti del pubblico: i successi dei due Hostel e quello, pur minore, di Cabin Fever, probabilmente permettono a Roth una certa libertà di movimento a Hollywood e dintorni. Sfruttata senza dubbio con oculatezza, almeno a giudicare da L’ultimo esorcismo.

Come ogni film a carattere demoniaco che si rispetti, L’ultimo esorcismo mette in scena l’eterna lotta tra Bene e Male utilizzando la chiave interpretativa della necessità a far ricorso alla fede, intesa nel senso etimologico del termine: è così anche per il reverendo Cotton, che vorrebbe smascherare l’ipocrisia che si nasconde dietro al mercato degli esorcismi e si ritrova, suo malgrado, invischiato in una storia familiare contorta e schiacciata dal peso del fanatismo religioso. Nel far luce sugli strani accadimenti della fattoria degli Sweetzer, dove la figlia sedicenne è considerata responsabile dell’uccisione notturna di polli, e di un buon numero di altre sinistre stravaganze, Cotton e la mini-troupe che ha portato al suo seguito (un cameraman e una fonica) sono costretti a confrontarsi con il puro orrore, visibile sotto le più diverse forme. Per quanto funzioni alla perfezione nel suo meccanismo orrorifico, sfruttando al meglio le potenzialità dell’elemento demoniaco, L’ultimo esorcismo potrebbe esistere anche senza la presenza di alcun riferimento puramente soprannaturale: a permettere ciò è proprio l’esibito linguaggio documentario attraverso il quale si sviluppa l’intero film. Quel sentore di realtà, pur eccessivamente esibito in alcuni momenti – nei quali viene naturale chiedersi per quale motivo la videocamera debba rimanere perennemente accesa – permette al film di immergersi nei cliché del genere senza finirne inesorabilmente schiacciato o svilito. La sceneggiatura (scritta da Huck Botko e Andrew Gurland, un decennio di proficue collaborazioni alle spalle) punta l’occhio con attenzione e intelligenza sul protagonista, creando un personaggio disilluso e al contempo “puro”, quasi un eroe senza macchia e senza paura, che riporta alla mente un cinema lontano anni luce. Ma il vero punto di forza, al di là del sapiente uso estetico della camera, L’ultimo esorcismo lo trova in un cast scelto con minuziosa precisione: e se Patrick Fabian è commovente nella sua riconquista (forse inutile) della fede, e Louis Herthum, Iris Bahr e il giovane Caleb Landry Jones (visto di recente anche nello splendido The Social Network di David Fincher) rendono perfettamente credibili i loro personaggi, è Ashley Bell a rubare letteralmente la scena a tutti. Nella sua ambigua postura che la vuole ora dolce adolescente radiosa e gentile, ora psicopatica figura infernale dedita alle più turpi azioni, la ventiquattrenne attrice sfodera un’interpretazione che la lancia di diritto tra i nuovi nomi da appuntarsi su un taccuino e tenere a mente per il futuro.

L’impressione, al termine di L’ultimo esorcismo, è quella di un film che ha il coraggio di confrontarsi con due approcci tra loro antitetici come il documento dal vero e il sovrannaturale senza perdersi in inutili elucubrazioni o senza smarrire mai la strada: intelligente, coinvolgente e (cosa non da poco) pauroso, il film di Stamm non andrebbe preso sottogamba o visto con occhio pregiudiziale. Perché si rischierebbe di perdere il senso della sua profondità e della sua importanza.

Info
Il trailer de L’ultimo esorcismo.
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