The Myth of the American Sleepover

The Myth of the American Sleepover

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Alla sua opera prima, David Robert Mitchell scrive con The Myth of the American Sleepover una nuova pagina all’interno del microcosmo del teenage movie, con un occhio a John Hughes. Presentato al Torino Film Festival 2010.

Teenager Graffiti

Detroit. Quattro adolescenti trascorrono l’ultima notte d’estate prima dell’inizio del nuovo anno scolastico inseguendo i primi baci, le prime pulsioni, i primi amori. I percorsi di Maggie, Rob, Claudia e Scott si incrociano come le strade della periferia dove vivono, che per quella notte si trasforma in una sorta di paese delle meraviglie dove tutto è possibile. Tra feste, flirt e giuramenti d’amicizia, i quattro ragazzi attraversano momenti intensi vivendo esperienze che li segneranno per sempre… [sinossi]

Esistono percorsi, all’interno del magmatico calderone della storia del cinema, che pur presentando ramificazioni e improvvise svolte, riescono a mantenere una linearità altrove oramai dispersa nelle nebbie del tempo. A rifulgere di luce propria all’interno di questa categoria è senza dubbio il teenage movie, com’è oramai codificato da più di trent’anni a questa parte: gli eredi del lucasiano American Graffiti (1973) e di Fast Times at Ridgemont High di Amy Heckerling (1982, su sceneggiatura di Cameron Crowe: la traduzione italiana del titolo, trasformato nell’abominevole Fuori di testa, non merita neanche un commento) hanno proliferato, da principio solo a Hollywood e dintorni, per poi prendere piede anche nel resto del mondo. Opere come il giapponese Linda Linda Linda di Nobuhiro Yamashita, il francese Lol di Lisa Azuelos o lo svedese Fucking Åmål di Lukas Moodysson, testimoniano di uno sguardo sull’adolescenza che ha oramai individuato, all’interno dell’estetica cinematografica, una propria via espressiva codificata e perfettamente riconoscibile.

Non è da meno, in tal senso, l’operazione portata avanti dal giovane cineasta statunitense David Robert Mitchell nel suo The Myth of the American Sleepover: non è un caso, infatti, che nell’approcciarsi alla critica di questo esordio nel lungometraggio, in molti si siano lasciati scappar via dalla penna il nome di John Hughes. Un accostamento che può essere senz’altro calzante, ma che merita di essere approfondito con una certa attenzione: nella sua struttura temporale, e nella scelta di pedinare vari personaggi durante una nottata estiva a pochi giorni dall’inizio della scuola, Mitchell non opera una scelta prettamente hughesiana. Non ci ritroviamo infatti a che fare nè con l’aristotelica precisione spazio-temporale di The Breakfast Club, nè tantomeno con le pulsioni e i desideri della Samatha Baker/Molly Ringwald di Un compleanno da ricordare: e non assistiamo, durante l’ora e tre quarti in cui si sviluppa The Myth of the American Sleepover, alla mitizzazione quasi superomistica cui andava incontro Ferris Bueller/Matthew Broderick nel clamoroso Una pazza giornata di vacanza. Ma allora che senso può avere cercare di accostare l’esordio di Mitchell al nome di Hughes? Presto detto, la realtà è che qualsiasi prodotto cinematografico sposti lo sguardo su quell’età di passaggio che è l’adolescenza, non può non trovarsi a fare i conti con il nome di colui che rigenerò il genere, sconvolgendolo dalle fondamenta e dettandone di fatto le regole. Ciò detto, per trovare una pietra di paragone più diretta al film in questione, sarebbe forse il caso di ripassarsi la carriera autoriale di Richard Linklater: Dazed and Confused (1993), titolo troppo spesso sottostimato e incompreso, soprattutto in Italia, rimane ancora oggi una delle più felici incursioni nel genere di cui si abbia memoria. Anche lì si raccontava una notte di libertà prima del ritorno a scuola, anche in quel caso la macchina da presa orchestrava un film corale, disperdendo e riunendo i suoi protagonisti che, come il titolo originale sintetizzava sfruttando un’azzeccata citazione dai Led Zeppelin, erano “storditi e confusi”.

Esattamente le stesse sensazioni che provano Maggie, Rob, Claudia, Scott e i loro amici, alla ricerca dell’appagamento di desideri che neanche sembrano in grado di comprendere fino in fondo: incentrando l’attenzione su un’età che va dai quattordici anni fino ai venti e più, Mitchell riesce a portare a termine una radiografia tenera e dolcemente ironica sulla gioventù statunitense contemporanea. Senza alzare mai i toni e senza cercare facili scappatoie nella (ri)costruzione narrativa, ma piuttosto limitandosi a portare davanti agli occhi degli spettatori una naturale concatenazione di eventi: in The Myth of the American Sleepover non esiste un climax narrativo perché in realtà esso è già perfettamente insito nell’idea stessa alla base del film. Come già in American Graffiti (anche lui notturno istante di libertà prima dell’ingresso nell’età adulta, quale essa sia), anche qui la ricerca – della ragazzina di cui ci si è innamorati al supermercato, delle gemelle con le quali forse anni prima sarebbe stato possibile intrecciare una relazione, della vendetta personale contro la ragazza che ha baciato il proprio fidanzatino – non è lo scopo del film, ma solamente l’escamotage che permette di aprire gli occhi su un mondo che troppo spesso si vorrebbe limitare a mera e minore imitazione della vita adulta e che invece è dotato di regole proprie e di un codice comportamentale perfettamente riconoscibile.

Inserendosi in una strada già ampiamente battuta in passato, il giovane Mitchell dimostra di avere la sensibilità necessaria a mettere in scena un’opera assolutamente personale, delicata e fragile come l’umore dei propri protagonisti (tutti in parte gli sconosciuti attori, grazie anche a un accurato e intelligente lavoro di casting), e di saper costruire con sapienza sequenze assolutamente indimenticabili, come l’incontro tra Scott e le due gemelle Abey nella palestra del college o il bagno notturno nel parco acquatico. Sintomi di un cinema sincero, divertito e appassionato, che intrattiene senza bisogno di effetti speciali o di complicate sottotrame a incastro. Per comprendere l’acutezza dello sguardo di Mitchell basta e avanza la diversa rappresentazione del “pigiama party” visto sia dall’ottica maschile che da quella femminile. E le gioie, le delusioni e le speranze di una lunga, brevissima notte, dissiparsi senza tormenti ulteriori davanti a una parata al sole d’agosto.

Info
The Myth of the American Sleepover, il sito ufficiale.
The Myth of the American Sleepover, la scheda su IMDB.
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