Vanishing on 7th Street

Vanishing on 7th Street

di

La paura che scaturisce con forza, anche se non con continuità, da Vanishing on 7th Street è basica, irrazionale e arcaica. È il timore verso l’ignoto, l’immateriale, l’invisibile. Solo la luce può far breccia in questo muro invalicabile e salvare l’uomo: a suo modo, se si vuole, una metafora anche sul cinema e sul suo potere immaginifico. Presentato al Torino Film Festival.

Il buio si avvicina

Un improvviso blackout colpisce la città di Detroit. All’alba del giorno seguente, per le strade rimangono solo mucchietti di abiti vuoti e auto abbandonate, mentre la città è in balia di ombre inquietanti e spaventose. Gli unici sopravvissuti sembrano essere Luke, Paul, Rosemary e James, il cui ultimo rifugio è un vecchio bar con un generatore a benzina e delle scorte di cibo. Con l’illuminazione del locale che tende lentamente a esaurirsi, dovranno trovare una fonte di luce alternativa e una via di fuga dalla città prima che sia troppo tardi… [sinossi]

Il 18 agosto del 1590 tre navi (l’Hopewell, la Little John e la John Evangelist), sotto il comando del capitano William Irish, approdarono nell’isola di Roanoke, nell’attuale Carolina del Nord, per portare aiuti dalla Gran Bretagna alla piccola colonia insediatavisi appena cinque anni prima. Dei centodiciassette coloni non vi era alcuna traccia: gli effetti personali, lo stato delle case, la struttura del villaggio/fortino, lasciavano presagire che gli abitanti fossero stati costretti a svanire in fretta e furia. Su uno dei tronchi della palizzata posta a difesa degli assalti dei nativi fu trovata incisa una parola, Croatoan. Come avevano fatto cento e più persone a svanire nel nulla?

Da questo spunto, in cui si mescolano senza soluzione di continuità la Storia e il Mito, è partito Brad Anderson per portare a termine Vanishing on 7th Street, settimo lungometraggio per il cinema all’interno di una (brillante) carriera condivisa in lungo e in largo con il piccolo schermo, per il quale il cineasta statunitense si è prodigato partecipando attivamente a serie come The Shield, The Wire, Fringe, Boardwalk Empire e Masters of Horror (per il quale firmò il notevole episodio Sounds Like, tra i più convincenti della seconda stagione). E proprio il lavoro su materiali come quelli dei Masters of Horror prorompe in maniera deflagrante durante la visione di Vanishing on 7th Street: la struttura stessa del film, allegoria orrorifica quasi per intero ambientata in una sola location – il bar piuttosto vintage in cui trovano rifugio i pochi superstiti al pericoloso blackout elettrico che ha colpito la città, dove ritrovarsi immersi nel buio equivale a scomparire nel nulla – riporta alla mente la creatura televisiva partorita dalla mente di Mick Garris. Verrebbe anche naturale, a dire il vero, adoperare l’aggettivo carpenteriano: se la pellicola si fosse ritrovata tra le mani del regista de La cosa, con ogni probabilità si starebbe ora magnificando l’avvento di un nuovo fulgido capolavoro.

Lo stile di Anderson è senza dubbio efficace, grazie soprattutto a una messa in scena che fa leva sull’atmosfera catacombale e notturna nella quale è precipitata Detroit, e allo stesso modo la sua regia non può non essere considerata solida e affidabile, con guizzi creativi tutt’altro che scontati: l’incipit nel centro commerciale e la soluzione della caduta dell’aereo durante le prime scene, tanto per fare due esempi, sono sintomi di una mano sicura e ispirata che denota anche una notevole cura del dettaglio. È semmai in alcune scelte prettamente narrative, e in una ricerca fin troppo estremizzata della metafora – perfino semplicistica, a conti fatti – che si possono evidenziare alcune lacune: l’idea di lavorare su una tipizzazione dei caratteri priva di troppe sfumature (il duro dal cuore d’oro, la tenace donna resa quasi fanatica dalla religione, il bambino puro e coraggioso e via seguendo questa linea) non convince particolarmente, per quanto la professionalità del cast selezionato per l’occasione venga in soccorso di una sceneggiatura che in alcuni dialoghi si perde dietro esasperati sofismi. Anche la morale di fondo, legata a un’idea di ricreazione del futuro della Terra partendo dai bambini e dalla natura – in un mondo senza più elettricità, le automobili perdono il proprio predominio –, pur affascinando non entusiasma fino in fondo, soprattutto se si considera che altri autori, prima di Anderson (tra cui proprio il solito John Carpenter con Fuga da Los Angeles) sono riusciti a scavare sull’argomento con ben diversa profondità.

Ciononostante resta l’indiscutibile fascino di un’opera che, in epoche digitalizzate in cui la post-produzione sta rivestendo, in particolar modo nel campo dell’horror, un ruolo di sempre più primaria importanza, riscopre il potere eterno e indissolubile del buio e della luce: la paura che scaturisce con forza, anche se non con continuità, da Vanishing on 7th Street è basica, irrazionale e arcaica. È il timore verso l’ignoto, l’immateriale, l’invisibile. Solo la luce può far breccia in questo muro invalicabile e salvare l’uomo: a suo modo, se si vuole, una metafora anche sul cinema e sul suo potere immaginifico.

Info
Il trailer originale di Vanishing on 7th Street.
La scheda di Vanishing on 7th Street sul sito del TFF.
  • Vanishing-on-7th-Street-2010-Brad-Anderson-01.jpg
  • Vanishing-on-7th-Street-2010-Brad-Anderson-02.jpg
  • Vanishing-on-7th-Street-2010-Brad-Anderson-03.jpg
  • Vanishing-on-7th-Street-2010-Brad-Anderson-04.jpg
  • Vanishing-on-7th-Street-2010-Brad-Anderson-05.jpg
  • Vanishing-on-7th-Street-2010-Brad-Anderson-06.jpg

Articoli correlati

  • Archivio

    These Final Hours RecensioneThese Final Hours – 12 ore alla fine

    di Film catastrofico di matrice australiana, These Final Hours tra l'anarchia da fine del mondo e il caro vecchio familismo sceglie quest'ultimo, nell'ottica di un sentimentalismo che lascia in secondo piano l'action.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento