Il pezzo mancante

Il pezzo mancante

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Giovanni Piperno firma con Il pezzo mancante un’agiografia in piena regola della famiglia Agnelli, disperdendo le intuizioni più interessanti in un inutile accumulo di testimonianze che non riescono a scalfire che la superficie di un discorso che avrebbe potuto aprirsi a un’analisi (eccolo il pezzo mancante, probabilmente) dell’Italia.

Il silenzio degli Agnelli

La storia della famiglia Agnelli dalla fondazione della FIAT a oggi: tragedie e successi della più grande dinastia industriale italiana. Attraverso gli aneddoti raccontati da alcuni protagonisti indirettamente coinvolti, si ricostruisce una vicenda legata con quella di una città, Torino. [sinossi]
Resta solo il mito dell’accumulazione del denaro.
Un mito più pericoloso per le nuove generazioni di qualsiasi droga.
Edoardo Agnelli, intervista a Il Manifesto del 1998

Che corrisponda o meno a verità il detto “a pensar male si commette peccato, ma quasi sempre si indovina”, viene davvero naturale chiedersi se un film come Il pezzo mancante di Giovanni Piperno avrebbe mai potuto trovare spazio nel già ricco palinsesto del ventottesimo Torino Film Festival, se solo l’argomento trattato non avesse avuto così tante e strette relazioni con il capoluogo piemontese. Fin da quando la FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino) vide la luce, negli ultimi bagliori del Diciannovesimo Secolo, per l’esattezza l’11 luglio del 1899, il legame tra la città e la principale industria battente bandiera tricolore si è dimostrato pressoché indissolubile, andando a toccare anche ambiti della vita quotidiana dell’Italia ben distanti dalla miserabile monotonia della fabbrica. La FIAT, e di conseguenza la famiglia Agnelli, è infatti accostabile alla Formula Uno, alla squadra di calcio della Juventus, perfino alla stessa kermesse cinematografica torinese, da sempre appoggiata proprio dalla Fondazione Agnelli. Di fronte a un panorama così monocromatico, l’idea di riuscire a prendere di petto la storia della dinastia degli Agnelli senza cedere qualcosa sotto il punto di vista del profilo storico e sociale sembrava un’impresa al di là di ogni capacità: impressione ben più che ponderata, visto e considerato il risultato finale raggiunto dal pur esperto Giovanni Piperno, documentarista romano con alle spalle una carriera quasi ventennale.

Il pezzo mancante è, né più né meno, un’agiografia degli Agnelli: se infatti si escludono pochi e a tratti quasi inavvertibili rimandi al duro periodo di scontri a Mirafiori tra il settembre e l’ottobre del 1980, o brevi immagini di repertorio con protagonista Cesare Romiti, il contesto politico e sociale nel quale operò la famiglia Agnelli finisce per essere completamente disperso per strada. E non è certo sufficiente l’alibi che vorrebbe inquadrare Il pezzo mancante nell’ottica della mera indagine familiare, nella quale il panorama circostante dovrebbe essere adibito a sfondo, pura e semplice quinta teatrale. A uscire indeboliti da questa scelta di percorso sono infatti gli stessi protagonisti che il documentario pretenderebbe di portare alla ribalta: un affastellamento di volti e situazioni che spesso e volentieri lasciano il tempo che trovano, abbozzati al massimo come aneddoti, quasi mai funzionali a una reale introspezione del mondo che si sta cercando di far venire alla luce. Solo quando prende il coraggio a due mani e si getta a capofitto nella ricostruzione per immagini e memorie della figura di Edoardo Agnelli, morto suicida a quarantasei anni e distante dal carisma edonista del padre (piuttosto affascinato dalle filosofie e dalle religioni orientali, nonché da alcune derive del marxismo-leninismo), il film sembra avere qualcosa di realmente interessante da dire.

Peccato però che per il resto della durata Piperno, indeciso sulla strada da intraprendere, si trovi a ondeggiare tanto dalle parti dell’accumulo di testimonianze quanto da quella dello studio della città e del suo rapporto con le fabbriche FIAT, senza per questo lasciarsi sfuggire intermezzi d’animazione – alcuni effettivamente ben riusciti – e riprese d’archivio. In questo immenso bailamme di informazioni e immagini, quasi mai amalgamate con particolare acume, tutto finisce per essere semplificato all’eccesso, slavato del valore politico, storico e sociale che un argomento di questa portava avrebbe senza dubbio meritato.
E l’aneddoto del pinguino, rinviato in continuazione nel corso del film e poi astutamente inserito in conclusione – con tanto di animazione ad hoc – nella sua povertà metaforica è perfettamente significativo di un prodotto partorito sotto l’ombra lunga e opprimente di una città e di un’intera dinastia. Un’ottima confezione per un’opera anodina e destinata a non lasciare traccia di sé.

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